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La questione meridionale

Luigi Amicone da Tempi 31 agosto 2010

C’è un Sud che vive di inefficienza, clientelismo e spreco sulla pelle dei cittadini e costringe gli ammalati a farsi curare negli ospedali del Nord. Ecco i dati che tracciano una diagnosi impietosa per la sanità del Mezzogiorno

http://www.tempi.it/interni/009680-e-questa-l-italia-unita


Eccola, la questione meridionale
Ed ecco infine le conclusioni che - ammesso e non concesso che le condizioni “politiche” intorno al governo Berlusconi lo consentiranno - dovranno diventare materia di riflessione e di elaborazione dei decreti attuativi in materia di federalismo fiscale.

Esiste una “questione meridionale” in sanità e più in generale nell’area socio assistenziale così sintetizzabile: 1. Disavanzi “strutturali (differenziale assegnazione di risorse-costi) in sanità nelle Regioni Abruzzo, Molise, Lazio, Campania, Calabria, Puglia e Sicilia attorno ai 4 miliardi di euro l’anno. 2. Per effetto di tali disavanzi la tassazione regionale aggiuntiva (Irap, addizionali Irpef ecc…) ha spesso toccato il massimo consentito e sostenibile dalla collettività sottraendo risorse ai consumi, investimenti in altri settori, sia sul versante privato che pubblico. 3. I piani di rientro monitorati dal tavolo preposto, finora non hanno arginato la spesa e invertito il modello assistenziale ospedalocentrico. 4. Si è reso necessario procedere al commissariamento e sub commissariamento di Abruzzo, Molise, Lazio, Campania e Calabria. 5. Si registra, pertanto, un sostanziale “fallimento” delle politiche sanitarie ed assistenziali delle Regioni citate, incapaci con i mezzi propri di uscire dalla palude dell’immobilismo, del clientelismo, talvolta delle infiltrazioni malavitose. 6. I livelli assistenziali (Lea) non vengono garantiti nonostante la maggiore spesa. Si riscontrano inoltre, episodi crescenti di “malasanità”. 7. Gli investimenti languono per ritardi nei progetti, appalti, percorsi amministrativi. 8. La contabilità del sistema Sud è altamente inaffidabile, idem per i flussi dei dati gestionali di outcome sanitario. Se non si conosce non si governa e tanto meno si programma. La soluzione di tutto ciò, si capisce, non prevede scorciatoie di marca giustizialista. Anzi, c’è da temere, come nel caso del polverone alzato dall’ex pm e ora eurodeputato Luigi De Magistris in Calabria, che l’uso scandalistico delle inchieste al Sud sia utile solo per ottenere il risultato opposto a quello agognato. E cioè l’indignazione e il «bisogna cambiare tutto - come dice il principe Tancredi nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa- per non cambiare nulla». D’altra parte, anche il federalismo fiscale non potrà essere, di per sé, la panacea di tutti i mali. Come spiega a Tempi il professor Luca Antonini, presidente della commissione tecnica varata sotto il governo Berlusconi nel maggio 2009, l’Italia, specialmente il Mezzogiorno, visto lo stato prefallimentare in cui versa, ha oggi bisogno più che mai di un grande piano di educazione dei giovani, di formazione di nuove figure professionali e della selezione di una nuova classe dirigente.
Tremonti e Fitto stanno lavorando a una ricognizione e a una nuova azione che potrà permettere di sbloccare le ingentissime risorse dei fondi Fas oggi ultizzate solo per micro progetti e in gran parte non impegnate. Un vero e proprio piano Marshall che potrà garantire al Mezzogiorno lo sviluppo di quelle infrastrutture di cui ha un vitale bisogno. Opporsi a questo in nome della rivendicazione di un vetero assistenzialismo vuol dire la fine della possibilità di uno sviluppo imprenditoriale del Sud: ormai tra assistenzialismo e imprenditori del Sud, come ha affermato recentemente Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia, esiste un vero e proprio pesante conflitto di interessi.

PER UNA POLITICA NAZIONALE E LOCALE

Roberto Fontolan - giovedì 12 agosto 2010

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2010/8/12/Elogio-della-vecchia-politica/105666/

E poi si continua a sostenere che la vecchia politica, altrimenti detta “Prima repubblica”, era peggio. Ma oggi possiamo ricordare con nostalgia le lotte leonine tra Craxi e De Mita, condotte a viso aperto e con vigore ideologico. E la bagarre democristiani-comunisti dei primi anni ‘70 o quella comunisti-socialisti degli anni ‘80. (…)

All’epoca la gestione anche feroce del potere era accompagnata da cultura istituzionale raffinata e da un interesse profondo per le questioni fondamentali di contenuto - si pensi a una Dc lombarda riunita ad ascoltare don Giussani.

Nel passaggio dalla Prima alla Seconda repubblica tutto quel mondo, che certo presentava crepe e scricchiolii, doveva venire soppiantato da un moderno riformismo liberale e dalle sue parole d’ordine: drastica riduzione dello Stato, meno tasse, libertà individuali e imprenditoriali, meritocrazia.

Ma col senno di poi avremmo imparato che il fervore politico di quella fase era l’ultimo lascito del mondo vecchio, non l’alba di quello nuovo, che alla fine non abbiamo ancora visto. Qualche giorno fa, quindici anni dopo quella stagione di rivoluzioni annunciate, Angelo Panebianco sul Corriere della Sera ha posto un tema di nevralgico interesse mettendo a confronto le tre prospettive di sistema che ancora oggi si confrontano confusamente: presidenzialismo, parlamentarismo, federalismo.

Quindici anni dopo, cioè, i nodi non sono sciolti, ed è preoccupante rilevarlo, ma è soprattutto triste notare che nessuno dei nostri leader politici ha ritenuto interessante intervenire sull’argomento, impugnare una riflessione, dichiarare una prospettiva, esprimere una idea di nazione (sembrano troppo presi dalla madre di tutti i regolamenti di conti, a colpi di Dagospia, e dalla corsa alla ricollocazione dei dirigenti Rai).

Sarebbe bello lo facessero al prossimo Meeting di Rimini, dove in tanti come tutti gli anni vogliono partecipare: quale migliore opportunità per i Tremonti, i Calderoli, i Letta, i Maroni e tutti gli altri ministri e governatori e sindaci per confrontare con un popolo che ama la “res publica” le loro idee per l’Italia? Vorremmo tornare a respirare un po’ di vecchia, sana politica.

QUALE RIFORMA SNELLA DELLO STATO MINISTERIALE?

MANOVRA/ 1. Le Regioni hanno torto, ricevono un sacco di soldi dallo Stato

INT.

Francesco Forte

giovedì 8 luglio 2010

 

http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2010/7/8/MANOVRA-1-Le-Regioni-hanno-torto-ricevono-un-sacco-di-soldi-dallo-Stato/98315/

COMMENTI
08/07/2010 - QUALE RIFORMA SNELLA DELLO STATO MINISTERIALE? (bruno angelini)

“Quelle che bisogna eliminare sono le leggi utili, utilissime al governo politico centrale e a quello amministrativo degli enti periferici per giustificare, nel migliore dei casi – secondo la definizione weberiana – la propria stessa esistenza; nel peggiore, per ricavarne vantaggi in termini di potere o addirittura pecuniari………………Sarebbe ora che si prendesse atto che la sola e vera questione morale sono la carenza di cultura liberale, o semplicemente civica, di una classe politica che non si sa se sia più incompetente o più truffaldina, ovvero entrambe le cose, cioè inconcludente e cialtrona; il gigantismo dello Stato; la complessità amministrativa e normativa che alimenta parassitismo e clientele; la produzione di beni e servizi da parte della mano pubblica anziché da parte privata; la funzione allocativa e redistributiva delle risorse affidate alle leggi invece che al mercato; la rendita di posizione della burocrazia, centrale e periferica, e dello stesso ceto politico”..(Piero Ostellino “Lo stato canaglia. Come la cattiva politica continua a soffocare l’Italia”. pag. 114) Il dott. Francesco Forte, ex ministro delle Finanze, incrementa e sviluppa l’impaccio degli elettori del PDL sulla politica governativa e, in particolare,della federalista Lega perseguita fino al momento che ha visto alcuni suoi ministri gestire i Ministeri della Roma ladrona.

 

MANOVRA TREMONTI: GOVERNO DI UNO STATO CENTRALISTA E MINISTERIALE?

GOVERNO DI UNO STATO CENTRALISTA E MINISTERIALE?

“Chi ha paura di una generazione delle cose dal basso, prima di tutto è ben lontano dal conoscere il principio di sussidiarietà e, in secondo luogo, è contraddistinto da un solo timore: quello di non aver possesso della situazione. Per questo è estremamente seccante una presenza sociale forte per il centralismo burocratico che oggi tende a determinare ogni tipo di istituzione. La caratteristica principale del centralismo burocratico è quella di costruire a tavolino programmi e strategie per poi “giacere” tranquillamente sulla funzionalizzazione di tutto a questi programmi. Preoccupazione di ottenere un consenso sullo status quo raggiunto”. (don Giussani) Presidente Berlusconi! Può risparmiare a questo paese un Governo socialdemocratico statalista, massonico autoritario,tecnocratico centralista ed una Pubblica Amministrazione ministeriale e burocratica. Non ci deluda: vorremmo poter continure ad avere fiducia ed un pò di speranza.

Verso la sussidiarietà: un’ipotesi di lavoro educativo e formativo

Verso la sussidiarietà: un’ipotesi di lavoro educativo e formativo.

Dal rapporto sulla sussidiarietà 2008 “Sussidiarietà e … piccole e medie imprese” a cura della Fondazione per la Sussidiarietà, edizioni Mondadori , a cui rimando per un approfondimento. In grassetto e corsivo le mie sottolineature.

L’ipotesi di lavoro è che la competitività delle piccole imprese abbia a che fare con una concezione “sussidiaria” che in questo contesto si esprime secondo due linee complementari. La prima dimensione (interna all’azienda) è la valorizzazione delle persone che guidano l’impresa e che vi lavorano apportandovi i loro ideali, i loro legami e sistemi relazionali. In tale concezione e prassi la centralità della persona non è strumentale, ma è un valore in sé, che origina dalla sua libertà e per questo non è manipolabile, ma può essere valorizzata. La seconda dimensione “sussidiaria” legata all’ipotesi che la competizione tra piccole imprese possa essere concepita non innanzitutto in termini “darwiniani”, come eliminazione dei concorrenti dal mercato, ma come costruzione di reti orizzontali (vedi modello distretti) e verticali (fornitori-produttori-clienti) e di strutture associazionistiche che promuovono lo sviluppo di ogni entità.

In sintesi, se la sussidiarietà è l’espressione della centralità della persona, nel mondo dell’impresa essa si misura da tutte le dinamiche, interne all’azienda o messe in atto all’esterno di essa, che più valorizzano l’uomo e ciò che più lo costituisce: la sua capacità di relazione. (pagg. 9-10)

Conclusioni di Berhard Scholz: Verso la sussidiarietà. Una tensione ancora implicita.

Una ipotesi di lavoro educativo e formativo

L’indagine dimostra quindi una certa tendenza a confermare la sussidiarietà a livello socio-politico e una ancora troppo limitata propensione verso una implementazione dei principi antropologici della sussidiarietà all’interno delle imprese…………L’indagine suggerisce una riflessione sulle possibili modalità che permettono che la simpatia per la sussidiarietà “esterna” possa diventare una leva importante per comprendere la convenienza umana ed economica della sussidiarietà “interna” all’impresa, specialmente riguardo a due aspetti: la concezione dell’imprenditore e dell’impresa e la concezione del collaboratore. (pag 216)

Andare a fondo dell’esperienza imprenditoriale

Una possibilità è quella di andare a fondo dell’esperienza imprenditoriale stessa per scoprire che la proprietà stessa è qualcosa di “dato per”, qualcosa di ricevuto che implica una responsabilità rispetto al bene comune. La differenza da rilevare è dunque quella fra l’imprenditore che non è pienamente consapevole di questo e l’imprenditore che ne è cosciente e ne promuove con volontà e decisione tutte le implicazioni che questo comporta. (pag 217)

Un sistema circolare: società-Stato-imprese.

Si tratta di un sistema circolare, nel quale le imprese che producono dei beni e dei servizi ricevono dalla società e dallo Stato dei beni anche in termini culturali che sono presupposti fondamentali per le loro attività economiche. E viceversa società e Stato ricevono dalle imprese beni e servizi che non si limitano né alla produzione fatturabile né alle imposte con le quali l’impresa “ri-paga” alla Stato e – se tutto funziona bene – attraverso di esso alla società i beni ricevuti.

Libertà imprenditoriale e bene comune

L’individualismo imprenditoriale unicamente concentrato sul profitto potrà avere successo nel breve termine, ma così facendo non solo non contribuirà all’edificazione di una socialità vera, ma non rispetterà neanche i principi di un’economia aziendale orientata a un redditività solida e duratura. La libertà imprenditoriale emerge come fonte di responsabilità proprio quando si esprime attraverso la costruzione di una impresa economicamente salda che contribuisce in tutte le sue attività indirettamente e spesso anche direttamente al bene comune. (pag. 218-219)

Il valore sussidiario dell’impresa

La responsabilizzazione è la vera valorizzazione dei collaboratori che di fatto non vengono più “gestiti” come “risorse umane” ma riconosciuti per la loro umanità, costituita da un desiderio infinito e dalla loro professionalità attraverso la quale questo desiderio si esprime nel mondo lavorativo.

Educazione alla libertà ed alla responsabilità

Cosi come lo statalismo può fare comodo ai cittadini che preferiscono un assetto assistenzialistico, anche il paternalismo aziendale può fare comodo a chi preferisce eseguire compiti senza coinvolgersi personalmente. E qui emerge un aspetto fondamentale: la sussidiarietà, da qualunque punto di vista la si consideri, richiede e al contempo promuove una educazione alla libertà e quindi alla responsabilità …..

Il principio di sussidiarietà si basa di fatto sulla capacità e la volontà della persona di assumersi la responsabilità di affrontare in un modo costruttivo i problemi che la vita stessa pone, mettendosi insieme ove possibile o necessario con altri, lavorando insieme per raggiungere obiettivi comuni e condivisi. (pag. 221)

“L’ossessione burocratica ………….”

L’ossessione burocratica………………

Traggo dal libro di Piero Ostellino “Lo stato canaglia. Come la cattiva politica continua a soffocare l’Italia”. edizioni Rizzoli, a cui rimando per un approfondimento, alcuni spunti di analisi sulla realtà dello Stato e della Pa in generale. In grassetto e corsivo le mie sottolineature.

Ruolo delle leggi e dei regolamenti

“Dove non c’è legge non c’è liberta” ha scritto Locke. Ma se leggi e regolamenti sono troppi – e a prevalere è l’arbitro della legislazione sull’università e l’impersonalità del diritto – il cittadino non gode più della libertà politica, perché le sue libertà si riducono, e lo Stato diventa dispotico. Negli Stati totalitari – dove leggi e regolamenti sono tanti – tutto è vietato tranne ciò che è espressamente consentito; nelle società aperte (dove leggi e regolamenti sono pochi) tutto è consentito tranne ciò che è espressamente vietato. Insomma: troppe leggi e regolamenti uccidono, le libertà. “La burocrazia è il dispotismo dell’inerzia” ha scritto Emilie de Girardin. (pag. 86)

Servizi e beni pubblici

Per il pensiero totalitario è il settore pubblico che produce beni pubblici. Esso non distingue fra servizio pubblico – prestato dalla pubblica amministrazione – e beni pubblici, che rispondono alla domanda del consumatore; li confonde, li assimila e, per fornire l’uno e produrre gli altri, aumenta le tasse. Ma in una società aperta non c’è distinzione fra settore pubblico e privato nella produzione di beni pubblici, che possono essere prodotti dall’uno o dall’altro”. (pag. 89)

La legislazione come strumento organizzativo

Lo Stato non c’è dove dovrebbe esserci – garantire la sicurezza, la legalità, la giustizia, l’istruzione – e c’è dove non deve, producendo illegalità, divieti vincoli, sanzioni illegittime. Da noi la legislazione non fissa solo norme di condotta; è anche strumento organizzativo. Vuole modellare l’uomo. Lo vuole nuovo, migliore di quello che è. Ma l’enorme produzione di leggi vanifica la certezza dei diritto e paralizza la società”. (pag. 99)

Il principio di responsabilità

“….Sapete perché le rotonde agli incroci, al posto dei semafori, sono arrivate in Italia con vent’anni di ritardo; c’è chi vi si è opposto e ancora oggi molti non sanno che fare quando ne incontrano una? Perché la rotonda incarna il principio di responsabilità (l’automobilista di autogestisce), mentre il semaforo incarna il principio di autorità (è lo Stato che dice che fare). Non è vero che è difficile governare gli italiani. Basta subissarli di divieti che li sollevino dalle loro responsabilità. (p. 104)

Una via d’uscita

Quelle che bisogna eliminare sono le leggi utili, utilissime al governo politico centrale e a quello amministrativo degli enti periferici per giustificare, nel migliore dei casi – secondo la definizione weberiana – la propria stessa esistenza; nel peggiore, per ricavarne vantaggi in termini di potere o addirittura pecuniari………………Sarebbe ora che si prendesse atto che la sola e vera questione morale sono la carenza di cultura liberale, o semplicemente civica, di una classe politica che non si sa se sia più incompetente o più truffaldina, ovvero entrambe le cose, cioè inconcludente e cialtrona; il gigantismo dello Stato; la complessità amministrativa e normativa che alimenta parassitismo e clientele; la produzione di beni e servizi da parte della mano pubblica anziché da parte privata; la funzione allocativa e redistributiva delle risorse affidate alle leggi invece che al mercato; la rendita di posizione della burocrazia, centrale e periferica, e dello stesso ceto politico”..(pag. 114)

“Lo Stato canaglia….”

Lo Stato canaglia…………

Traggo dal libro di Piero Ostellino “Lo stato canaglia. Come la cattiva politica continua a soffocare l’Italia”. edizioni Rizzoli, a cui rimando per un approfondimento, alcuni spunti di analisi sulla realtà dello Stato e della Pa in generale. In grassetto e corsivo le mie sottolineature.

Quale paese ?

a pag. 7 Ostellino fotografa una realtà impietosa: «Un Paese paralizzato da un numero spropositato di leggi e regolamenti; soffocato da una cultura burocratica invasiva e ottusa; gestito da una pubblica amministrazione pletorica, costosa e inefficiente e, non di rado, corrotta; vessato da un sistema fiscale punitivo per chi paga le tesse e distratto nei confronti di chi le paga; prigioniero di corporazioni e interessi clientelari; nella mani, da Roma in giù, dalla criminalità organizzata. Un Paese in inarrestabile declino culturale, politico, economico, che non è ancora precipitato agli ultimi gradini tra i Paesi industrializzati dell’Occidente solo grazie allo spirito di iniziativa e alla proiezione internazionale della media e piccola imprenditoria. Questa è l’Italia oggi»

Rapporto cittadini/Stato

Pag 10 : il libro vuole essere “la denuncia dell’invasività della sfera pubblica nella sfera privata. La descrizione di come la nostra politica non sia più, e da tempo, ammesso che lo sia mai stata, al servizio dei cittadini, ma li abbia posti al proprio servizio. Dello ‘Stato canaglia’”.

Quale Stato?

Il vero problema, che Ostellino coglie è quello di come è stata approvata la nostra Costituzione: «È figlia di un compromesso fra le due Resistenze, quella totalitaria (comunista) e quella democratica (liberale, cattolica, socialista, repubblicana) che si batterono contro il nazifascismo. La Resistenza totalitaria che durante la guerra di liberazione ha ammazzato, oltre ai fascisti, anche i partigiani di quella democratica, e dopo la fine della guerra cittadini innocenti in nome della lotta di classe e nella prospettiva dell’instaurazione nel nostro paese di un regime di tipo sovietico. La Resistenza democratica che si proponeva di abbattere il fascismo per portare l’Italia nell’alveo delle democrazie liberali dell’Occidente capitalista».

“Non occorre essere marxisti per sapere che lo Stato non è neutrale, ma è il braccio armato degli interessi di chi ne detiene il controllo, se non è controbilanciato da principi e interessi alternativi, fra loro in libera competizione. E’ sufficiente essere liberali”.

Nesso causale fra la natura dello Stato e le inefficienze

“Nel libro La Casta i due autori (Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella) hanno collezionato un’infinità di esempi di sprechi, inefficienze, privilegi, genericamente attribuibili alla Casta, e fin qui tutto bene. Ma – da buoni cronisti, costituzionalmente poco inclini all’interpretazione “sistemica” dei dati, che è, invece, l’oggetto di studio del politologo, dell’analista del politologo, dell’analista politico – non hanno fatto l’ulteriore passo avanti. Non dicono quale sia il “nesso causale” , il rapporto fra causa – la natura dello Stato e la cultura della sua classe dirigente – ed effetto (gli sprechi, le inefficienza, i privilegi). Così, il libro è diventato la Bibbia del qualunquismo e del populismo militanti, l’arma polemica da brandire contro la politica, “sporca” per definizione. Alimento per l’antipolitica” pag. 14

La Casta è lo Stato stesso; Stato ipertrofico, invasivo; Stato della spesa pubblica e delle tasse elevate; Stato razionalmente consapevole del proprio ruolo e determinato ad imporlo. ‘Stato canaglia’ che, attraverso i rappresentanti del popolo al governo, quale ne sia il colore, utilizza l’eccesso di potere di cui dispone per estorcere quanta più ricchezza può al popolo. E distribuirla, sotto forma di benefici personali (pur sempre la parte minore), alla classe politica di governo e degli enti locali, nonché agli alti dirigenti della pubblica amministrazione; e, per la parte maggiore, sotto forma di facilitazioni – dalle tariffe dei servizi pubblici dati in concessione ai sussidi più o meno occulti – alle corporazioni con le quali è collusa; nonché, infine, sotto forma di assistenzialismo, alla fetta della popolazione della quale chi governa vuole garantirsi il consenso”. (pag. 15)

Quale via d’uscita?

“Lo Stato, “questo” Stato, ipertrofico, invasivo, predatore, che si è venuto sviluppando nel corso di duecento anni e, pur con diverse gradazioni in tutto il mondo democratico, non è la soluzione. E’ il problema.”

La soluzione è una bella cura dimagrante dello Stato………Non nella prospettiva della sua scomparsa ….Ma nella prospettiva di una riduzione del suo ruolo e della sua presenza, di una forte deregolamentazione e di una liberale ridefinizione delle sue funzioni che ne riducano i poteri e ripristinino il primato dell’autonomia della società civile e dell’individuo”. (pag. 16)

Che piaccia o no, una coda del passato – da Platone a Hegel, da Marx a Lenin, da Gentile a Mussolini – rimane nell’inconscio collettivo degli italiani.

Ciò spiega perché siamo, antropologicamente un popolo di sudditi, non di cittadini. Incapaci di tradurre le nostre reazioni agli sprechi, alle inefficienze, ai privilegi, non dico in azione, ma neppure in pensiero politico…….La contraddizione culturale: ci aspettiamo troppo dalla politica e poi ci lamentiamo dei suoi costi. La carenza di senso civico: sopportiamo la violenza dello Stato (più in generale, dei poteri pubblici) anche nella sfera delle nostre libertà individuali, nella convinzione di poterla compensare col soddisfacimento delle nostre aspettative – comprese quelle che la politica non potrebbe soddisfare per via istituzionale – attraverso i sentieri della parentela e della clientela.” (pag 18)

La sussidiarietà in Lombardia

“La sussidiarietà in Lombardia. I soggetti, le esperienze, le policy” è il titolo di un testo del 2008 pubblicato dall’editore Guerini e Associati di Milano e redatto a cura di Alberto Brugnoli e Giorgio Vittadini.

In questi mesi ci siamo soffermati sul significato del termine “sussidiarietà” e, pertanto, ritengo utile porre all’attenzione questo testo che presenta il modello lombardo come tentativo di applicazione del suddetto principio e che prima che politica e organizzativa ha una matrice culturale fondata, appunto, sul principio di sussidiarietà. Tale principio ha determinato nel contesto della Regione Lombardia percorsi innovativi, sia a livello istituzionale, sia a livello di grandi temi della vita civile come l’istruzione, formazione e lavoro, il socio-assistenziale e la sanità, settori oggetto di approfondimento nel volume citato.

Stato e mercato e antropologia negativa

Particolarmente interessante, allo scopo di un approfondimento del significato del termine sussidiarietà,  risulta il capitolo intitolato “Sussidiarietà: antropologia positiva e organizzazione sociale. Fondamenti per una nuova concezione di Stato e mercato e punti cardine nell’esperienza lombarda”, dove, tra l’altro, emerge che di fronte allo “statalismo oggi dominante, cioè il contratto che genera il Leviatano di hobbesiana memoria, come documenta bene il lavoro di Pierpaolo Donati (2007), si basa sulla sfiducia e sul sospetto, cioè una concezione di uomo negativa che mortifica le potenzialità e il positivo contributo che il singolo può dare al bene comune, al progresso e alla lotta per la giustizia. Tale concezione è anche alla base di una certa idea di welfare state”. (pag. 18)

“Ciò significa rendere irrilevanti le relazioni fra i consociati, sminuire l’importanza delle comunità e formazioni sociali intermedie, anche come soggetti di cittadinanza, limitare il pluralismo sociale, in sintesi svalutare la socialità della persona umana, anche e precisamente come elemento costitutivo del welfare”. (Donati, 2007, p.39)

“La differenza fra i due approcci (statalista e liberista) consiste nel meccanismo individuato per correggere il “male” prodotto dal comportamento dell’uomo: per lo statalismo è l’azione del potere centrale; per il liberalismo è il mercato, inteso soltanto come l’ambito in cui i tentativi egoistici di ciascun individuo si incontrano con quelli degli altri per formare, grazie al meccanismo della mano invisibile di Adam Smith un equilibrio che alloca in modo efficiente, anche se non necessariamente equo, le risorse. Lo statalismo è un modello centralizzato, il liberalismo un approccio decentrato, ma la concezione antropologica negativa è la stessa”. (pag. 19)

Un’antropologia positiva alla base della socialità

“Il welfare non può essere costituito su una visione antropologica negativa come quella hobbesiana. Un’altra modernità, quella della visione positiva dell’uomo e dei suoi diritti, si sta affacciando all’orizzonte come soluzione alternativa”. (Donati, 2007, p.43)

“Da dove può partire un’antropologia adeguata all’uomo contemporaneo, che ne affermi in pieno la dignità, sul piano personale e sociale? Un aiuto in tal senso ci viene dalla rivisitazione, condotta da Luigi Giussani, della parola esperienza, per molto tempo intesa secondo l’accezione soggettivistica derivante dall’empirismo moderno. L’autore lombardo, riprendendo in modo originale categorie del realismo cristiano, ha reinterpretato questo termine proponendo la nozione di “esperienza elementare”, cioè l’insieme di esigenze ed evidenze strutturali che costituiscono - usando il linguaggio biblico - il “cuore” di ogni uomo, la sua faccia interiore, il senso religioso, il suo desiderio di verità, di giustizia, di bellezza, di felicità, di amore:

‘Criterio oggettivo con cui la natura lancia l’uomo nell’universale paragone con se stesso, con gli altri, con le cose….’(Giussani, 2003, p. 11).

L’attenzione all’esperienza elementare è quindi il fattore che accomuna ogni cultura che ponga al centro l’uomo e il suo cuore. L’esperienza di una corrispondenza tra il reale e le esigenze strutturali dell’uomo fornisce all’uomo stesso un criterio oggettivo per giudicare e agire: ragionevole è ciò che corrisponde al cuore”. (pag. 21)

Educazione al lavoro e attraverso il lavoro. Buon 2009…..

Educazione al lavoro e attraverso il lavoro.

Se il problema della crisi economica è innanzitutto un problema antropologico anche la risposta deve essere antropologica ed educativa. Per questo ogni investimento in educazione è un investimento sul futuro. Ciò potrà e dovrà accadere certamente a livello di sistema scolastico e formativo ma, ed in questo senso può risultare una scoperta interessate ed una ipotesi di lavoro suggestiva, potrà e dovrà svilupparsi anche a livello di sistema produttivo/aziendale e di sistema economico, coinvolgendo ogni organizzazione che produce beni ed eroga servizi.

Nel contesto storico ed economico attuale è urgente e necessario, pertanto, che gli ambienti di lavoro siano non solo il luogo della produzione dei beni e dell’erogazione dei servizi, ma anche realtà educative al significato dell’esistenza ed al senso del lavoro, ossia ambiti in cui venga coltivata l’immagine vera dell’uomo.

Rimando all’articolo allegato ( educazione_lavoro ), tratto da un quotidiano locale riminese, per un approfondimento. Mi permetto solo di sottolineare alcune affermazione proposte dai partecipanti alla discussione riportata inerenti il rapporto dei giovani con l’esperienza del lavoro.

Davanti al riconoscimento della necessità di formare i giovani alla capacità di assunzione della responsabilità l’imprenditore Tadei rilanciava: “per generare una responsabilità occorre coinvolgere i giovani in un progetto. Uno  deve essere protagonista di quanto va facendo…..Tre sono i fattori generatori di responsabilità:la famiglia, la scuola e la Chiesa. Ma la famiglia oggi è sostituita dalla televisione, la scuola è intimidita e in Chiesa i giovani non ci vanno”.

Molto interessante risulta, allora,  la prospettiva proposta nell’intervento di Giovanni Gemmani: “Proprio per questo oggi è l’azienda stessa che si trova a svolgere un’azione educativa. Noi poniamo i giovani a contatto col lavoro e con la realtà, cosa che la scuola da sola non può fare. Devono imparare come si curano le cose, come ci si relaziona con le persone, come si collabora con i colleghi…………….Occorre uno spirito nuovo con cui affrontare il lavoro. Come uomini e come imprenditori non possiamo rinunciare ad educare e ad aiutare chi già lo fa. Educare, cioè fare in modo che l’uomo sia sempre più uomo. Non occorrono solo buoni lavoratori, ma veri uomini”.

Con questo auspicio formulo i miei sinceri Auguri di un sereno e fruttuoso 2009.

Bruno Angelini

Città come destinazione turistica del benessere

Con lo stesso spirito del precedente articolo propongo alcune mie riflessioni sull’esperienza del lavoro di gruppo svoltosi, nel contesto della elaborazione del Piano strategico di Rimini, il 26 novembre scorso  che aveva per tema: “La città accogliente e attrattiva destinazione turistica del benessere”.

Rimando alla documentazione  dell’Associazione “Rimini Venture 2017″, reperibile sul sito  http://www.riminiventure.it/ , l’informazione puntuale e articolata che descrive l’attività di elaborazione del Piano, le sintesi ufficiali prodotte e la ricchezza di contributi proposti dai partecipanti.

Nel merito del tema una delle tematiche  da approfondire potrebbe proprio essere il cercare di capire cosa significa “benessere per la persona”.

Partirei dal fatto che di “ben-essere” si può fare esperienza e ciò può non essere inteso in modo  relativistico o in maniera solo soggettiva. Ogni persona è unica, irripetibile e diversa ma nell’essere umano  sono riconoscibili delle “evidenze originarie” che ci appartengono e che ci introducono al  bello, al buono ed al vero.

Si tratta, poi, di capire ed intendersi su cosa significa qualità della vita e relazioni interpersonali.

In merito al significato di  esperienze del ben-essere propongo un’interessante definizione di Pine e Gilmore: “Le esperienze sono la quarta forma di offerta economica, distinta dai servizi come i servizi lo sono dai prodotti e i prodotti lo sono dalle commodity, ma finora largamente non riconosciute come tali. Quando una persona acquista un servizio, acquista un insieme di attività intangibili fatte per contorno. Ma quando acquista una esperienza, essa paga per spendere il suo tempo nel fruire di una serie di eventi memorabili, che l’azienda organizza - come in uno spettacolo teatrale - per impegnarlo in modo diretto.”  (Pine - Gilmore “Oltre il servizio. L’economia delle esperienze” , Etas, 2000)

In tema di qualità della vita si tratta di creare le condizioni per poter godere delle opportunità che la modernità ha messo a disposizione di gran parte della popolazione mondiale, mentre nei secoli passati tali opportunità erano quasi ed esclusivamente prerogative delle classi dirigenti: aristocrazia, nobiltà, clero o borghesia. Mi riferisco alle esperienze della musica, del teatro, dell’arte, della politica, della costruzione sociale, etc.  Probabilmente la vera austerità da perseguire in questi tempi potrebbe proprio essere quella di liberarsi da futili passatempi e superficiali interessi per dedicarsi ad attività più costruttive ed edificanti.

Un altro aspetto da sottolineare potrebbe essere quello di cogliere il senso della concezione della persona come relazione. Ciò implica certamente il chiamare in causa gli affetti, le amicizie, le appartenenze come la famiglia e la  comunità cittadina.  In questo senso recupererei la dinamica dell’incontro fra le persone come possibilità di conoscenza.

Un ultimo aspetto si  riferisce alla dimensione internazionale di una città.  Si tratta di portare ed attrarre  esperienze professionali, di socialità, di divertimento, di cultura che, benché nate ed attuate fuori, possano essere incontrate, proposte  e, in qualche modo, fruite anche nella nostra città.

Sono solo note e spunti di lavoro che mi permettono di lasciare traccia, innanzitutto per me stesso, degli incontri vissuti e del lavoro in atto. Ben contento se ciò può diventare occasione di approfondimento dei  rapporti fra le persone .