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Verso la sussidiarietà: un’ipotesi di lavoro educativo e formativo

Verso la sussidiarietà: un’ipotesi di lavoro educativo e formativo.

Dal rapporto sulla sussidiarietà 2008 “Sussidiarietà e … piccole e medie imprese” a cura della Fondazione per la Sussidiarietà, edizioni Mondadori , a cui rimando per un approfondimento. In grassetto e corsivo le mie sottolineature.

L’ipotesi di lavoro è che la competitività delle piccole imprese abbia a che fare con una concezione “sussidiaria” che in questo contesto si esprime secondo due linee complementari. La prima dimensione (interna all’azienda) è la valorizzazione delle persone che guidano l’impresa e che vi lavorano apportandovi i loro ideali, i loro legami e sistemi relazionali. In tale concezione e prassi la centralità della persona non è strumentale, ma è un valore in sé, che origina dalla sua libertà e per questo non è manipolabile, ma può essere valorizzata. La seconda dimensione “sussidiaria” legata all’ipotesi che la competizione tra piccole imprese possa essere concepita non innanzitutto in termini “darwiniani”, come eliminazione dei concorrenti dal mercato, ma come costruzione di reti orizzontali (vedi modello distretti) e verticali (fornitori-produttori-clienti) e di strutture associazionistiche che promuovono lo sviluppo di ogni entità.

In sintesi, se la sussidiarietà è l’espressione della centralità della persona, nel mondo dell’impresa essa si misura da tutte le dinamiche, interne all’azienda o messe in atto all’esterno di essa, che più valorizzano l’uomo e ciò che più lo costituisce: la sua capacità di relazione. (pagg. 9-10)

Conclusioni di Berhard Scholz: Verso la sussidiarietà. Una tensione ancora implicita.

Una ipotesi di lavoro educativo e formativo

L’indagine dimostra quindi una certa tendenza a confermare la sussidiarietà a livello socio-politico e una ancora troppo limitata propensione verso una implementazione dei principi antropologici della sussidiarietà all’interno delle imprese…………L’indagine suggerisce una riflessione sulle possibili modalità che permettono che la simpatia per la sussidiarietà “esterna” possa diventare una leva importante per comprendere la convenienza umana ed economica della sussidiarietà “interna” all’impresa, specialmente riguardo a due aspetti: la concezione dell’imprenditore e dell’impresa e la concezione del collaboratore. (pag 216)

Andare a fondo dell’esperienza imprenditoriale

Una possibilità è quella di andare a fondo dell’esperienza imprenditoriale stessa per scoprire che la proprietà stessa è qualcosa di “dato per”, qualcosa di ricevuto che implica una responsabilità rispetto al bene comune. La differenza da rilevare è dunque quella fra l’imprenditore che non è pienamente consapevole di questo e l’imprenditore che ne è cosciente e ne promuove con volontà e decisione tutte le implicazioni che questo comporta. (pag 217)

Un sistema circolare: società-Stato-imprese.

Si tratta di un sistema circolare, nel quale le imprese che producono dei beni e dei servizi ricevono dalla società e dallo Stato dei beni anche in termini culturali che sono presupposti fondamentali per le loro attività economiche. E viceversa società e Stato ricevono dalle imprese beni e servizi che non si limitano né alla produzione fatturabile né alle imposte con le quali l’impresa “ri-paga” alla Stato e – se tutto funziona bene – attraverso di esso alla società i beni ricevuti.

Libertà imprenditoriale e bene comune

L’individualismo imprenditoriale unicamente concentrato sul profitto potrà avere successo nel breve termine, ma così facendo non solo non contribuirà all’edificazione di una socialità vera, ma non rispetterà neanche i principi di un’economia aziendale orientata a un redditività solida e duratura. La libertà imprenditoriale emerge come fonte di responsabilità proprio quando si esprime attraverso la costruzione di una impresa economicamente salda che contribuisce in tutte le sue attività indirettamente e spesso anche direttamente al bene comune. (pag. 218-219)

Il valore sussidiario dell’impresa

La responsabilizzazione è la vera valorizzazione dei collaboratori che di fatto non vengono più “gestiti” come “risorse umane” ma riconosciuti per la loro umanità, costituita da un desiderio infinito e dalla loro professionalità attraverso la quale questo desiderio si esprime nel mondo lavorativo.

Educazione alla libertà ed alla responsabilità

Cosi come lo statalismo può fare comodo ai cittadini che preferiscono un assetto assistenzialistico, anche il paternalismo aziendale può fare comodo a chi preferisce eseguire compiti senza coinvolgersi personalmente. E qui emerge un aspetto fondamentale: la sussidiarietà, da qualunque punto di vista la si consideri, richiede e al contempo promuove una educazione alla libertà e quindi alla responsabilità …..

Il principio di sussidiarietà si basa di fatto sulla capacità e la volontà della persona di assumersi la responsabilità di affrontare in un modo costruttivo i problemi che la vita stessa pone, mettendosi insieme ove possibile o necessario con altri, lavorando insieme per raggiungere obiettivi comuni e condivisi. (pag. 221)

“Lo Stato canaglia….”

Lo Stato canaglia…………

Traggo dal libro di Piero Ostellino “Lo stato canaglia. Come la cattiva politica continua a soffocare l’Italia”. edizioni Rizzoli, a cui rimando per un approfondimento, alcuni spunti di analisi sulla realtà dello Stato e della Pa in generale. In grassetto e corsivo le mie sottolineature.

Quale paese ?

a pag. 7 Ostellino fotografa una realtà impietosa: «Un Paese paralizzato da un numero spropositato di leggi e regolamenti; soffocato da una cultura burocratica invasiva e ottusa; gestito da una pubblica amministrazione pletorica, costosa e inefficiente e, non di rado, corrotta; vessato da un sistema fiscale punitivo per chi paga le tesse e distratto nei confronti di chi le paga; prigioniero di corporazioni e interessi clientelari; nella mani, da Roma in giù, dalla criminalità organizzata. Un Paese in inarrestabile declino culturale, politico, economico, che non è ancora precipitato agli ultimi gradini tra i Paesi industrializzati dell’Occidente solo grazie allo spirito di iniziativa e alla proiezione internazionale della media e piccola imprenditoria. Questa è l’Italia oggi»

Rapporto cittadini/Stato

Pag 10 : il libro vuole essere “la denuncia dell’invasività della sfera pubblica nella sfera privata. La descrizione di come la nostra politica non sia più, e da tempo, ammesso che lo sia mai stata, al servizio dei cittadini, ma li abbia posti al proprio servizio. Dello ‘Stato canaglia’”.

Quale Stato?

Il vero problema, che Ostellino coglie è quello di come è stata approvata la nostra Costituzione: «È figlia di un compromesso fra le due Resistenze, quella totalitaria (comunista) e quella democratica (liberale, cattolica, socialista, repubblicana) che si batterono contro il nazifascismo. La Resistenza totalitaria che durante la guerra di liberazione ha ammazzato, oltre ai fascisti, anche i partigiani di quella democratica, e dopo la fine della guerra cittadini innocenti in nome della lotta di classe e nella prospettiva dell’instaurazione nel nostro paese di un regime di tipo sovietico. La Resistenza democratica che si proponeva di abbattere il fascismo per portare l’Italia nell’alveo delle democrazie liberali dell’Occidente capitalista».

“Non occorre essere marxisti per sapere che lo Stato non è neutrale, ma è il braccio armato degli interessi di chi ne detiene il controllo, se non è controbilanciato da principi e interessi alternativi, fra loro in libera competizione. E’ sufficiente essere liberali”.

Nesso causale fra la natura dello Stato e le inefficienze

“Nel libro La Casta i due autori (Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella) hanno collezionato un’infinità di esempi di sprechi, inefficienze, privilegi, genericamente attribuibili alla Casta, e fin qui tutto bene. Ma – da buoni cronisti, costituzionalmente poco inclini all’interpretazione “sistemica” dei dati, che è, invece, l’oggetto di studio del politologo, dell’analista del politologo, dell’analista politico – non hanno fatto l’ulteriore passo avanti. Non dicono quale sia il “nesso causale” , il rapporto fra causa – la natura dello Stato e la cultura della sua classe dirigente – ed effetto (gli sprechi, le inefficienza, i privilegi). Così, il libro è diventato la Bibbia del qualunquismo e del populismo militanti, l’arma polemica da brandire contro la politica, “sporca” per definizione. Alimento per l’antipolitica” pag. 14

La Casta è lo Stato stesso; Stato ipertrofico, invasivo; Stato della spesa pubblica e delle tasse elevate; Stato razionalmente consapevole del proprio ruolo e determinato ad imporlo. ‘Stato canaglia’ che, attraverso i rappresentanti del popolo al governo, quale ne sia il colore, utilizza l’eccesso di potere di cui dispone per estorcere quanta più ricchezza può al popolo. E distribuirla, sotto forma di benefici personali (pur sempre la parte minore), alla classe politica di governo e degli enti locali, nonché agli alti dirigenti della pubblica amministrazione; e, per la parte maggiore, sotto forma di facilitazioni – dalle tariffe dei servizi pubblici dati in concessione ai sussidi più o meno occulti – alle corporazioni con le quali è collusa; nonché, infine, sotto forma di assistenzialismo, alla fetta della popolazione della quale chi governa vuole garantirsi il consenso”. (pag. 15)

Quale via d’uscita?

“Lo Stato, “questo” Stato, ipertrofico, invasivo, predatore, che si è venuto sviluppando nel corso di duecento anni e, pur con diverse gradazioni in tutto il mondo democratico, non è la soluzione. E’ il problema.”

La soluzione è una bella cura dimagrante dello Stato………Non nella prospettiva della sua scomparsa ….Ma nella prospettiva di una riduzione del suo ruolo e della sua presenza, di una forte deregolamentazione e di una liberale ridefinizione delle sue funzioni che ne riducano i poteri e ripristinino il primato dell’autonomia della società civile e dell’individuo”. (pag. 16)

Che piaccia o no, una coda del passato – da Platone a Hegel, da Marx a Lenin, da Gentile a Mussolini – rimane nell’inconscio collettivo degli italiani.

Ciò spiega perché siamo, antropologicamente un popolo di sudditi, non di cittadini. Incapaci di tradurre le nostre reazioni agli sprechi, alle inefficienze, ai privilegi, non dico in azione, ma neppure in pensiero politico…….La contraddizione culturale: ci aspettiamo troppo dalla politica e poi ci lamentiamo dei suoi costi. La carenza di senso civico: sopportiamo la violenza dello Stato (più in generale, dei poteri pubblici) anche nella sfera delle nostre libertà individuali, nella convinzione di poterla compensare col soddisfacimento delle nostre aspettative – comprese quelle che la politica non potrebbe soddisfare per via istituzionale – attraverso i sentieri della parentela e della clientela.” (pag 18)

Imprenditore sociale

Imprenditore sociale.

Traggo da un testo del prof. Stefano Zamagni“L’economia del bene comune” edizioni Città Nuova, a cui rimando per un approfondimento, alcuni spunti interessanti che ci permettono di proseguire sulla strada della rifondazione della cultura economica e, soprattutto, della concezione del lavoro, dell’impresa e del bene comune.

A pag. 190 viene descritto sinteticamente lo sviluppo della moderna economia di mercato e l’emergere di figure imprenditoriali. IL testo così recita: “Il periodo che si è soliti definire “Umanesimo civile”, e durante il quale prese forma la moderna economia di mercato, ha visto la nascita della figura del mecenate. Il passaggio successivo all’economia di mercato capitalistica - un  passaggio strettamente connesso all’avvento della società industriale - ha conosciuto l’emergere della figura del capitalista-filantropo. La transizione, iniziata in tempi recenti, verso la società post-industriale, mentre rende obsoleta la figura del mecenate e non più all’altezza delle nuove sfide la figura del filantropo, esige - sempre che si voglia avanzare sulla via del progresso morale e civile - che sulla scena economico-sociale intervenga un nuovo attore: l’imprenditore sociale“. (corsivo aggiunto)

Nel descrivere, poi, i pilastri dell’economia di mercato rappresentati da: la divisione del lavoro, l’orientamento dell’attività economica allo sviluppo ed il principio della libertà d’impresa; viene precisato ulteriormente la figura dell’imprenditore sociale ed il contesto nel quale si possa sviluppare l’impresa sociale.

A pag. 196 si propone: ” Chi ha

  • creatività,
  • adeguata propensione al rischio e
  • capacità di coordinare il lavoro di tanti soggetti (ars combinatoria) -

sono queste le tre doti che definiscono la figura dell’imprenditore - deve esser lasciato libero di intraprendere, senza dover sottostare ad autorizzazioni preventive di sorta da parte del sovrano (o chi per lui) perché la “vita activa et negociosa” è un valore di per sé e non solo in quanto mezzo per altri fini. La libertà d’impresa implica la competizione economica, cioè la concorrenza, che è appunto quella particolare forma di competizione che si svolge nel mercato (si parla, infatti, di competizione sportiva, ma non di “concorrenza sportiva”). Il cum-petere che si svolge sul mercato, cioè la concorrenza, è conseguenza diretta della libertà d’impresa e, al tempo stesso, la riproduce.” (corsivo aggiunto).

Crisi economica, mercato e dignità della persona: DSC.

Dottrina sociale della Chiesa e scienze umane e sociali.

Propongo una riflessione in merito allo sviluppo delle scienze umane e sociali, tra le quali l’economia, tratta dal libro di G. Crepaldi e S. Fontana, (2006), “La dimensione interdisciplinare della Dottrina sociale della Chiesa”, Edizione Cantagalli, Siena, pag. 127-129.

A proposito di autonomia delle scienze sociali.

“Oggi le scienze sociali, come la sociologia o l’economia, hanno una loro autonomia scientifica e procedurale che la Dottrina Sociale della Chiesa non solo riconosce , ma apprezza e valuta positivamente. Tuttavia, tale autonomia è stata storicamente conseguita anche sulla spinta, di concezioni delle scienze sociali che tracciano un fossato incolmabile tra esse e i valori morali, quindi anche con la DSC. Un certo residuo di impostazione positivistica e neopositivistica, la dottrina weberiana della avalutatività delle scienze sociali, la dottrina humiana della “grande divisione”, ossia della incommensurabilità tra giudizi empirici e giudizi di valore, tra essere e dover-essere, hanno fortemente contribuito a promuovere il processo di autonomizzazione delle scienze sociali dalla filosofia morale, entro il cui ambito epistemico erano ascritte fino al XVIII secolo. Caratteristica comune ai tre orientamenti che abbiamo richiamato qui sopra è la netta separazione tra mezzi e fini, tra ragione e decisione, tra descrizione e valutazione”. (pag 127)

Rapporto Dottrina Sociale della Chiesa e scienze sociali

“Oggi sembra che questo schema sia entrato in crisi. Da un lato si constata che le scienze sociali non solo descrivono quanto accade, ma anche, con le idee dei sociologi e degli economisti, modificano quanto accade e contribuiscono ad orientarlo. Questo aspetto mette in evidenza che la presunzione di neutralità è, appunto, una presunzione. Dall’altro si capisce che le scienze sociali, chiudendosi nella loro presunta indipendenza da orientamenti di sorta, perdono la capacità di comprendere la complessità sociale contemporanea che è caratterizzata dalla mescolanza di elementi quantitativi e qualitativi. In altre parole si sta sperimentando che la separatezza dal mondo delle valutazioni sta creando un deficit nella stessa capacità scientifica di comprensione ed esplicitazione dei fenomeni sociali.

Qui si innesta il rapporto profondamente interdisciplinare con la DSC. Quest’ultima e le scienze sociali sono solidalmente impegnate a dimostrare come la scienza sociale, pur rimanendo autonomamente se stessa, può e anzi deve assumere al proprio interno elementi valutativi non per esigenze moralistiche o per il fatto che il singolo sociologo o il singolo economista è credente, ma per motivi epistemologici, ossia perché la loro scienza sia più scienza. Un esempio, che riguarda molto da vicino la DSC, può essere quello del rapporto tra solidarietà e mercato. Nella concezione avalutativa dell’economia, il mercato andrebbe analizzato descrivendo asetticamente i suoi meccanismi. La solidarietà entrerebbe in gioco solo dopo e a margine dell’indagine economica, o come espressione della decisione politica (lo Stato) o come espressione della decisione morale, ossia della compassione personale per i poveri e dell’elemosina. In questo modo, però, si viene a ipotizzare una separazione tra etica ed economia che non aiuta a comprendere tanti fenomeni economici. .l’importanza dei rapporti etici nella moderna impresa orizzontale, la necessità di stabile quali beni debbano passare per il mercato e quali no, come impostare economicamente un sistema moderno dì welfare, la gestione delle risorse destinate alla sanità, la valutazione economica della povertà o della disoccupazione non sonò nemmeno affrontabili da un’economia che non voglia farsi contaminare dall’elemento valutativo.

Se questo è vero, allora tra la DSC e le scienze sociali si dà la possibilità di un fecondo rapporto interdisciplinare”. (pag 128-129)

Per un approfondimento propongo un incontro promosso dalla Fondazione Internazionale GIOVANNI PAOLO II e la CONFCOOPERAITVE di Rimini dal titolo:

“CRISI ECONOMICA. CRISI ANTROPOLOGICA. L’UOMO AL CENTRO DEL LAVORO E DELL’IMPRESA: COME IL CREDITO PUO’ FAVORIRE LO SVILUPPO”

Sabato 31 gennaio ore 10.00 – 12.00. sala convegni Le Meridien – Rimini – Lungomare Murri, 13

Intervengono:

Prof. Luigi CAMPIGLIO ed il Prof. Stefano ZAMAGNI

Conclude S.E. Mons. Luigi NEGRI

Comunità cittadina o amministrazione della città?

Comunità cittadina o amministrazione della città? A proposito di piano strategico.

Propongo una interessante riflessione a proposito dell’idea di comunità cittadina, tratta da un libri di Luigino Bruni, (2007), “La ferita dell’altro. Economia e relazioni umane”, Edizione Il Margine, Trento, pag. 194.

“Tutte le comunità umane - di lavoro, politiche, condominiali, familiari - sono luoghi di vita e di morte, di benedizione e di ferita.

Sono convinto che una buona convivenza si giochi sulla capacità di saper individuare il punto critico delle mediazioni (dello Stato e del mercato, in particolare): nessuna città potrebbe funzionare senza regole e contratti, senza giustizia, che è la grande mediazione e la indispensabile terzietà di cui ogni convivenza civile e democratica ha un bisogno vitale.

Ma se l’estensione dei contratti e dei limiti all’incontro personale supera un punto critico, la vita in comune si intristisce: se per evitare i conflitti disegnamo regolamenti condominiali, luoghi di lavoro, città che ci impediscono di incrociarci nei corridoi, nelle scale, nei luoghi comuni, nelle piazze (è preoccupante la diminuzione di luoghi comuni nelle nostre città), il rimedio allora diventa molto peggiore del male.

Una buona politica, per esempio, è quella che sa mediare la reciprocità ma senza impedire, per paura, che le persone si incontrino, altrimenti si perde ‘l’abbraccio’ dell’altro. E senza abbracci si muore”.

Buona Epifania: il Mistero della manifestazione…..

Lo sviluppo ha un “volto”. Epifania: il Mistero della manifestazione del Signore.

“Adoreranno il Signore tutti i re della terra. Lo serviranno tutti i popoli”

(dal salterio dell’Epifania)

Traggo da un testo a cura di Roberto Fontolan “Lo sviluppo ha un volto. Riflessioni sull’esperienza” edizioni Guerini e Associati, alcuni spunti utili a descrive, re il significato di termini come: sviluppo, progresso, educazione, capitale umano, lavoro.

Nella presentazione del libro Roberto Fontolan introduce ai contenuti del testo così: “In questo volume raccontiamo una storia di sviluppo che non è fatta di numeri……abbiamo provato a rendere lo sviluppo decifrabile secondo un altro codice. In questo volume troverete innanzitutto fatti. Fatti che racchiudono persone - le singole vicende di singoli nomi che vivono in luoghi geografici precisi; e che tracciano una storia d’insieme - come un percorso amico capace di avvicinare le distanze dei continenti e dei decenni. Impossibile dare senso all’idea di “capitale umano” se dentro di essa non si scorgono i volti ……..e parlare di sviluppo resta inesorabilmente astratto se ….non si incontrano realtà espressione di un cambiamento (corsivo aggiunto). L’intero racconto contiene, un itinerario che può essere espresso così: persona, educazione, sviluppo; come il tempo nelle partiture musicali, queste tre “battute” ne costituiscono l’architettura nascosta.”

Di seguito a pag. 14 nell’introduzione di Alberto piatti viene descritto il valore della persona ed i fattori dello sviluppo.

Il valore della persona:

“Esprimendo in termini non tradizionalmente economici cos’è lo sviluppo nell’esperienza di un’organizzazione non governativa che opera negli angoli sperduti del pianeta con persone in carne ed ossa, si può definire la mossa di una persona che dopo aver lavorato con te, vissuto con te, affrontato con te questioni talvolta di vita o di morte, riconosce in se stessa e nella vita un valore e una dignità inestimabili. Valore e dignità che non sono in alcun modo dipendenti dalla situazione di maggior o minore difficoltà, maggiore o minore benessere. Percependo il valore di se stessa come indipendente dalla situazione storico-sociale in cui si trova, la persona diventa libera, e normalmente si muove prendendo iniziativa per migliorare la situazione stessa”.

I fattori dello sviluppo:

“Quattro fattori emergono dunque come essenziali nell’aiuto allo sviluppo:

  • La dignità della persona,
  • L’educazione come processo che la rende protagonista,
  • Il desiderio come tensione alla realizzazione di sé,
  • Il capitale umano come bagaglio di attrezzi e saperi per concretizzare un cammino di sviluppo.

………………….Occorre una generazione di persone che rispolveri lo sviluppo come progresso (parola che oggi ha smarrito la sua origine, progredior, corro in avanti), ovvero come tensione in avanti, verso una meta, verso cui c’è la strada ma a cui mai si arriva definitivamente, come dice San Bernardo: ‘La nostra perfezione consiste nel non illuderci mai di essere arrivati, ma nel protenderci sempre in avanti’.”(pag. 18)

Buon lavoro……per una fattiva continuità  e contributo alla sviluppo come progresso:
L’adozione internazionale è quella scelta libera e responsabile con cui i coniugi si offrono, con totale gratuità, per diventare padre e madre di un bambino straniero non nato da loro e che ha bisogno di una famiglia in cui crescere, sentirsi voluto ed amato.

http://www.avsi.org/

Imprenditori innovativi e di qualità

“L’imprenditore è colui che dove gli altri vedono solo dei problemi lui intravvede una opportunità.”

Si può fare esperienza dell’intrapresa nelle aziende (profit e non profit), nelle organizzazioni sociali e nella Pubblica Amministrazione.

La vera innovazione ed il perseguimento della qualità riguarda tutte le organizzazione (sociali, imprenditoriali - profit e non profit - pubbliche, educative, professionali) e non potrà che avere come protagonisti uomini intraprendenti che operano nel proprio specifico contesto lavorativo e professionale.

Quando si parla di innovazione si pensa, di solito, all’innovazione altamente tecnologica. Esistono fenomeni di innovazione diversi. Innovazione di:

  • Prodotto
  • Processo
  • Organizzazione
  • Servizio continuo

Nuove imprese hanno basato il loro successo su un’innovazione di tipo organizzativo o su fattori quali:

  • La creatività;
  • L’immagine;
  • L’intelligenza organizzativa;
  • Nuovi modelli gestionali;
  • Nuove metodologie statistico-informatiche di analisi dei dati aziendali
  • Metodologie di controllo della qualità.

“Il nesso profondo fra l’innovazione e la formazione del capitale umano in azienda e, più in generale, con le capacità e le motivazioni profonde dell’io in azienda, dipendente, manager o imprenditore che sia.

L’incremento del capitale umano non è un fenomeno meramente meccanico: non dipende esclusivamente e automaticamente dai costi macroeconomici dell’istruzione e neanche dalla quantità complessiva di anni di istruzione dei cittadini di un Paese.”

Alcuni spunti tratti dal testo al quale rimando: Vignali R. (2006), “Eppur si muove. Innovazione e piccola impresa.” ,Guerini Associati, Milano.

Spunti per il prosieguo di un lavoro: economia civile e di mercato, distinzione fra azienda ed impresa, ordinamento giuridico basato  sulla figura dell’imprenditore, responsabilità sociale delle organizzazioni (sociali, imprenditoriali - profit e non profit - pubbliche, educative) che producono beni ed erogano servizi.

Buon lavoro!

Loppiano: cittadella internazionale e accogliente

Lunedì 1 dicembre 2008 ho partecipato all’inaugurazione dell’Istituto Universitario Sophia di Loppiano. Questo fatto mi ha permesso di fare una vera esperienza di bellezza, di bene e di verità.

Allo scopo di approfondire cosa possa significare  una città a misura d’uomo ritengo molto utile e formativo trascorrere qualche ora presso la cittadella internazionale fondata dal Movimento dei Focolari.

Dall’incontro con la realtà di Loppiano emerge una  vision ed una mission di una possibile città internazionale  al servizio del benessere delle persone e sperimentabile  nella pacifica convivenza, nell’impegno dello studio, nel senso del lavoro, nel gusto per la musica e per ogni espressione artistica, nella cura della sanità fisica e psicologica ed in tutte le espressioni originarie appartenenti ad ogni essere umano proveniente da ogni angolo della terra.

Riporto alcune note di presentazione dell’esperienza:

“…….Il Centro internazionale di Loppiano

L’idea della cittadella nasce nel 1962 quando Chiara, trovandosi ad ammirare da un’altura l’abbazìa benedettina di Eìnsìedeln, in Svizzera, con i suoi ambienti di preghiera, lavoro e studio, intuisce che anche dall’esperienza del Movimento sarebbe sorto un tipo di città moderna, con case, scuole, negozi, campi sportivi, industrie, come segno e testimonianza concreta di cosa potrebbe accadere se il comandamento dì Gesù: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato” fosse messo a base della vita di intere città. Due anni dopo, questa intuizione diviene realtà. Eletto Folonari lascia in eredità al Movimento un centinaio di ettari di terreno sulle colline toscane dove nasce Loppiano, prima realizzazione permanente dell’esperienza della “Mariapoli” (città di Maria) estiva che negli anni ‘50 si era tenuta sulle Dolomiti.

La cittadella oggi

Loppiano, la prima delle trenta cittadelle del Movimento che sorgono nei cinque continenti, conta (circa 900 abitanti di 70 nazioni. E’ anche sede di scuole di formazione per i membri dei Focolari. La sua economia è basata su diverse attività sorte per il sostentamento degli abitanti e per la promozione di uno stile di vita nel quale i beni e il lavoro sono considerati come mezzi per realizzare la fraternità universale. Ogni anno, la città accoglie circa 40.000 visitatori ed è divenuta punto ‘incontro tra popoli, culture e fedi religiose, indicando uno stile di convivenza che parla anche alle grandi città multiculturali del Terzo Millennio.”

Per ulteriori approfondimenti rimando al sito www.loppiano.it