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Lo Stato canaglia…………
Traggo dal libro di Piero Ostellino “Lo stato canaglia. Come la cattiva politica continua a soffocare l’Italia”. edizioni Rizzoli, a cui rimando per un approfondimento, alcuni spunti di analisi sulla realtà dello Stato e della Pa in generale. In grassetto e corsivo le mie sottolineature.
Quale paese ?
a pag. 7 Ostellino fotografa una realtà impietosa: «Un Paese paralizzato da un numero spropositato di leggi e regolamenti; soffocato da una cultura burocratica invasiva e ottusa; gestito da una pubblica amministrazione pletorica, costosa e inefficiente e, non di rado, corrotta; vessato da un sistema fiscale punitivo per chi paga le tesse e distratto nei confronti di chi le paga; prigioniero di corporazioni e interessi clientelari; nella mani, da Roma in giù, dalla criminalità organizzata. Un Paese in inarrestabile declino culturale, politico, economico, che non è ancora precipitato agli ultimi gradini tra i Paesi industrializzati dell’Occidente solo grazie allo spirito di iniziativa e alla proiezione internazionale della media e piccola imprenditoria. Questa è l’Italia oggi»
Rapporto cittadini/Stato
Pag 10 : il libro vuole essere “la denuncia dell’invasività della sfera pubblica nella sfera privata. La descrizione di come la nostra politica non sia più, e da tempo, ammesso che lo sia mai stata, al servizio dei cittadini, ma li abbia posti al proprio servizio. Dello ‘Stato canaglia’”.
Quale Stato?
Il vero problema, che Ostellino coglie è quello di come è stata approvata la nostra Costituzione: «È figlia di un compromesso fra le due Resistenze, quella totalitaria (comunista) e quella democratica (liberale, cattolica, socialista, repubblicana) che si batterono contro il nazifascismo. La Resistenza totalitaria che durante la guerra di liberazione ha ammazzato, oltre ai fascisti, anche i partigiani di quella democratica, e dopo la fine della guerra cittadini innocenti in nome della lotta di classe e nella prospettiva dell’instaurazione nel nostro paese di un regime di tipo sovietico. La Resistenza democratica che si proponeva di abbattere il fascismo per portare l’Italia nell’alveo delle democrazie liberali dell’Occidente capitalista».
“Non occorre essere marxisti per sapere che lo Stato non è neutrale, ma è il braccio armato degli interessi di chi ne detiene il controllo, se non è controbilanciato da principi e interessi alternativi, fra loro in libera competizione. E’ sufficiente essere liberali”.
Nesso causale fra la natura dello Stato e le inefficienze
“Nel libro La Casta i due autori (Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella) hanno collezionato un’infinità di esempi di sprechi, inefficienze, privilegi, genericamente attribuibili alla Casta, e fin qui tutto bene. Ma – da buoni cronisti, costituzionalmente poco inclini all’interpretazione “sistemica” dei dati, che è, invece, l’oggetto di studio del politologo, dell’analista del politologo, dell’analista politico – non hanno fatto l’ulteriore passo avanti. Non dicono quale sia il “nesso causale” , il rapporto fra causa – la natura dello Stato e la cultura della sua classe dirigente – ed effetto (gli sprechi, le inefficienza, i privilegi). Così, il libro è diventato la Bibbia del qualunquismo e del populismo militanti, l’arma polemica da brandire contro la politica, “sporca” per definizione. Alimento per l’antipolitica” pag. 14
“La Casta è lo Stato stesso; Stato ipertrofico, invasivo; Stato della spesa pubblica e delle tasse elevate; Stato razionalmente consapevole del proprio ruolo e determinato ad imporlo. ‘Stato canaglia’ che, attraverso i rappresentanti del popolo al governo, quale ne sia il colore, utilizza l’eccesso di potere di cui dispone per estorcere quanta più ricchezza può al popolo. E distribuirla, sotto forma di benefici personali (pur sempre la parte minore), alla classe politica di governo e degli enti locali, nonché agli alti dirigenti della pubblica amministrazione; e, per la parte maggiore, sotto forma di facilitazioni – dalle tariffe dei servizi pubblici dati in concessione ai sussidi più o meno occulti – alle corporazioni con le quali è collusa; nonché, infine, sotto forma di assistenzialismo, alla fetta della popolazione della quale chi governa vuole garantirsi il consenso”. (pag. 15)
Quale via d’uscita?
“Lo Stato, “questo” Stato, ipertrofico, invasivo, predatore, che si è venuto sviluppando nel corso di duecento anni e, pur con diverse gradazioni in tutto il mondo democratico, non è la soluzione. E’ il problema.”
La soluzione è una bella cura dimagrante dello Stato………Non nella prospettiva della sua scomparsa ….Ma nella prospettiva di una riduzione del suo ruolo e della sua presenza, di una forte deregolamentazione e di una liberale ridefinizione delle sue funzioni che ne riducano i poteri e ripristinino il primato dell’autonomia della società civile e dell’individuo”. (pag. 16)
Che piaccia o no, una coda del passato – da Platone a Hegel, da Marx a Lenin, da Gentile a Mussolini – rimane nell’inconscio collettivo degli italiani.
Ciò spiega perché siamo, antropologicamente un popolo di sudditi, non di cittadini. Incapaci di tradurre le nostre reazioni agli sprechi, alle inefficienze, ai privilegi, non dico in azione, ma neppure in pensiero politico…….La contraddizione culturale: ci aspettiamo troppo dalla politica e poi ci lamentiamo dei suoi costi. La carenza di senso civico: sopportiamo la violenza dello Stato (più in generale, dei poteri pubblici) anche nella sfera delle nostre libertà individuali, nella convinzione di poterla compensare col soddisfacimento delle nostre aspettative – comprese quelle che la politica non potrebbe soddisfare per via istituzionale – attraverso i sentieri della parentela e della clientela.” (pag 18)
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“La sussidiarietà in Lombardia. I soggetti, le esperienze, le policy” è il titolo di un testo del 2008 pubblicato dall’editore Guerini e Associati di Milano e redatto a cura di Alberto Brugnoli e Giorgio Vittadini.
In questi mesi ci siamo soffermati sul significato del termine “sussidiarietà” e, pertanto, ritengo utile porre all’attenzione questo testo che presenta il modello lombardo come tentativo di applicazione del suddetto principio e che prima che politica e organizzativa ha una matrice culturale fondata, appunto, sul principio di sussidiarietà. Tale principio ha determinato nel contesto della Regione Lombardia percorsi innovativi, sia a livello istituzionale, sia a livello di grandi temi della vita civile come l’istruzione, formazione e lavoro, il socio-assistenziale e la sanità, settori oggetto di approfondimento nel volume citato.
Stato e mercato e antropologia negativa
Particolarmente interessante, allo scopo di un approfondimento del significato del termine sussidiarietà, risulta il capitolo intitolato “Sussidiarietà: antropologia positiva e organizzazione sociale. Fondamenti per una nuova concezione di Stato e mercato e punti cardine nell’esperienza lombarda”, dove, tra l’altro, emerge che di fronte allo “statalismo oggi dominante, cioè il contratto che genera il Leviatano di hobbesiana memoria, come documenta bene il lavoro di Pierpaolo Donati (2007), si basa sulla sfiducia e sul sospetto, cioè una concezione di uomo negativa che mortifica le potenzialità e il positivo contributo che il singolo può dare al bene comune, al progresso e alla lotta per la giustizia. Tale concezione è anche alla base di una certa idea di welfare state”. (pag. 18)
“Ciò significa rendere irrilevanti le relazioni fra i consociati, sminuire l’importanza delle comunità e formazioni sociali intermedie, anche come soggetti di cittadinanza, limitare il pluralismo sociale, in sintesi svalutare la socialità della persona umana, anche e precisamente come elemento costitutivo del welfare”. (Donati, 2007, p.39)
“La differenza fra i due approcci (statalista e liberista) consiste nel meccanismo individuato per correggere il “male” prodotto dal comportamento dell’uomo: per lo statalismo è l’azione del potere centrale; per il liberalismo è il mercato, inteso soltanto come l’ambito in cui i tentativi egoistici di ciascun individuo si incontrano con quelli degli altri per formare, grazie al meccanismo della mano invisibile di Adam Smith un equilibrio che alloca in modo efficiente, anche se non necessariamente equo, le risorse. Lo statalismo è un modello centralizzato, il liberalismo un approccio decentrato, ma la concezione antropologica negativa è la stessa”. (pag. 19)
Un’antropologia positiva alla base della socialità
“Il welfare non può essere costituito su una visione antropologica negativa come quella hobbesiana. Un’altra modernità, quella della visione positiva dell’uomo e dei suoi diritti, si sta affacciando all’orizzonte come soluzione alternativa”. (Donati, 2007, p.43)
“Da dove può partire un’antropologia adeguata all’uomo contemporaneo, che ne affermi in pieno la dignità, sul piano personale e sociale? Un aiuto in tal senso ci viene dalla rivisitazione, condotta da Luigi Giussani, della parola esperienza, per molto tempo intesa secondo l’accezione soggettivistica derivante dall’empirismo moderno. L’autore lombardo, riprendendo in modo originale categorie del realismo cristiano, ha reinterpretato questo termine proponendo la nozione di “esperienza elementare”, cioè l’insieme di esigenze ed evidenze strutturali che costituiscono - usando il linguaggio biblico - il “cuore” di ogni uomo, la sua faccia interiore, il senso religioso, il suo desiderio di verità, di giustizia, di bellezza, di felicità, di amore:
‘Criterio oggettivo con cui la natura lancia l’uomo nell’universale paragone con se stesso, con gli altri, con le cose….’(Giussani, 2003, p. 11).
L’attenzione all’esperienza elementare è quindi il fattore che accomuna ogni cultura che ponga al centro l’uomo e il suo cuore. L’esperienza di una corrispondenza tra il reale e le esigenze strutturali dell’uomo fornisce all’uomo stesso un criterio oggettivo per giudicare e agire: ragionevole è ciò che corrisponde al cuore”. (pag. 21)
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Imprenditore sociale.
Traggo da un testo del prof. Stefano Zamagni“L’economia del bene comune” edizioni Città Nuova, a cui rimando per un approfondimento, alcuni spunti interessanti che ci permettono di proseguire sulla strada della rifondazione della cultura economica e, soprattutto, della concezione del lavoro, dell’impresa e del bene comune.
A pag. 190 viene descritto sinteticamente lo sviluppo della moderna economia di mercato e l’emergere di figure imprenditoriali. IL testo così recita: “Il periodo che si è soliti definire “Umanesimo civile”, e durante il quale prese forma la moderna economia di mercato, ha visto la nascita della figura del mecenate. Il passaggio successivo all’economia di mercato capitalistica - un passaggio strettamente connesso all’avvento della società industriale - ha conosciuto l’emergere della figura del capitalista-filantropo. La transizione, iniziata in tempi recenti, verso la società post-industriale, mentre rende obsoleta la figura del mecenate e non più all’altezza delle nuove sfide la figura del filantropo, esige - sempre che si voglia avanzare sulla via del progresso morale e civile - che sulla scena economico-sociale intervenga un nuovo attore: l’imprenditore sociale“. (corsivo aggiunto)
Nel descrivere, poi, i pilastri dell’economia di mercato rappresentati da: la divisione del lavoro, l’orientamento dell’attività economica allo sviluppo ed il principio della libertà d’impresa; viene precisato ulteriormente la figura dell’imprenditore sociale ed il contesto nel quale si possa sviluppare l’impresa sociale.
A pag. 196 si propone: ” Chi ha
- creatività,
- adeguata propensione al rischio e
- capacità di coordinare il lavoro di tanti soggetti (ars combinatoria) -
sono queste le tre doti che definiscono la figura dell’imprenditore - deve esser lasciato libero di intraprendere, senza dover sottostare ad autorizzazioni preventive di sorta da parte del sovrano (o chi per lui) perché la “vita activa et negociosa” è un valore di per sé e non solo in quanto mezzo per altri fini. La libertà d’impresa implica la competizione economica, cioè la concorrenza, che è appunto quella particolare forma di competizione che si svolge nel mercato (si parla, infatti, di competizione sportiva, ma non di “concorrenza sportiva”). Il cum-petere che si svolge sul mercato, cioè la concorrenza, è conseguenza diretta della libertà d’impresa e, al tempo stesso, la riproduce.” (corsivo aggiunto).
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Dottrina sociale della Chiesa e scienze umane e sociali.
Propongo una riflessione in merito allo sviluppo delle scienze umane e sociali, tra le quali l’economia, tratta dal libro di G. Crepaldi e S. Fontana, (2006), “La dimensione interdisciplinare della Dottrina sociale della Chiesa”, Edizione Cantagalli, Siena, pag. 127-129.
A proposito di autonomia delle scienze sociali.
“Oggi le scienze sociali, come la sociologia o l’economia, hanno una loro autonomia scientifica e procedurale che la Dottrina Sociale della Chiesa non solo riconosce , ma apprezza e valuta positivamente. Tuttavia, tale autonomia è stata storicamente conseguita anche sulla spinta, di concezioni delle scienze sociali che tracciano un fossato incolmabile tra esse e i valori morali, quindi anche con la DSC. Un certo residuo di impostazione positivistica e neopositivistica, la dottrina weberiana della avalutatività delle scienze sociali, la dottrina humiana della “grande divisione”, ossia della incommensurabilità tra giudizi empirici e giudizi di valore, tra essere e dover-essere, hanno fortemente contribuito a promuovere il processo di autonomizzazione delle scienze sociali dalla filosofia morale, entro il cui ambito epistemico erano ascritte fino al XVIII secolo. Caratteristica comune ai tre orientamenti che abbiamo richiamato qui sopra è la netta separazione tra mezzi e fini, tra ragione e decisione, tra descrizione e valutazione”. (pag 127)
Rapporto Dottrina Sociale della Chiesa e scienze sociali
“Oggi sembra che questo schema sia entrato in crisi. Da un lato si constata che le scienze sociali non solo descrivono quanto accade, ma anche, con le idee dei sociologi e degli economisti, modificano quanto accade e contribuiscono ad orientarlo. Questo aspetto mette in evidenza che la presunzione di neutralità è, appunto, una presunzione. Dall’altro si capisce che le scienze sociali, chiudendosi nella loro presunta indipendenza da orientamenti di sorta, perdono la capacità di comprendere la complessità sociale contemporanea che è caratterizzata dalla mescolanza di elementi quantitativi e qualitativi. In altre parole si sta sperimentando che la separatezza dal mondo delle valutazioni sta creando un deficit nella stessa capacità scientifica di comprensione ed esplicitazione dei fenomeni sociali.
Qui si innesta il rapporto profondamente interdisciplinare con la DSC. Quest’ultima e le scienze sociali sono solidalmente impegnate a dimostrare come la scienza sociale, pur rimanendo autonomamente se stessa, può e anzi deve assumere al proprio interno elementi valutativi non per esigenze moralistiche o per il fatto che il singolo sociologo o il singolo economista è credente, ma per motivi epistemologici, ossia perché la loro scienza sia più scienza. Un esempio, che riguarda molto da vicino la DSC, può essere quello del rapporto tra solidarietà e mercato. Nella concezione avalutativa dell’economia, il mercato andrebbe analizzato descrivendo asetticamente i suoi meccanismi. La solidarietà entrerebbe in gioco solo dopo e a margine dell’indagine economica, o come espressione della decisione politica (lo Stato) o come espressione della decisione morale, ossia della compassione personale per i poveri e dell’elemosina. In questo modo, però, si viene a ipotizzare una separazione tra etica ed economia che non aiuta a comprendere tanti fenomeni economici. .l’importanza dei rapporti etici nella moderna impresa orizzontale, la necessità di stabile quali beni debbano passare per il mercato e quali no, come impostare economicamente un sistema moderno dì welfare, la gestione delle risorse destinate alla sanità, la valutazione economica della povertà o della disoccupazione non sonò nemmeno affrontabili da un’economia che non voglia farsi contaminare dall’elemento valutativo.
Se questo è vero, allora tra la DSC e le scienze sociali si dà la possibilità di un fecondo rapporto interdisciplinare”. (pag 128-129)
Per un approfondimento propongo un incontro promosso dalla Fondazione Internazionale GIOVANNI PAOLO II e la CONFCOOPERAITVE di Rimini dal titolo:
“CRISI ECONOMICA. CRISI ANTROPOLOGICA. L’UOMO AL CENTRO DEL LAVORO E DELL’IMPRESA: COME IL CREDITO PUO’ FAVORIRE LO SVILUPPO”
Sabato 31 gennaio ore 10.00 – 12.00. sala convegni Le Meridien – Rimini – Lungomare Murri, 13
Intervengono:
Prof. Luigi CAMPIGLIO ed il Prof. Stefano ZAMAGNI
Conclude S.E. Mons. Luigi NEGRI
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Comunità cittadina o amministrazione della città? A proposito di piano strategico.
Propongo una interessante riflessione a proposito dell’idea di comunità cittadina, tratta da un libri di Luigino Bruni, (2007), “La ferita dell’altro. Economia e relazioni umane”, Edizione Il Margine, Trento, pag. 194.
“Tutte le comunità umane - di lavoro, politiche, condominiali, familiari - sono luoghi di vita e di morte, di benedizione e di ferita.
Sono convinto che una buona convivenza si giochi sulla capacità di saper individuare il punto critico delle mediazioni (dello Stato e del mercato, in particolare): nessuna città potrebbe funzionare senza regole e contratti, senza giustizia, che è la grande mediazione e la indispensabile terzietà di cui ogni convivenza civile e democratica ha un bisogno vitale.
Ma se l’estensione dei contratti e dei limiti all’incontro personale supera un punto critico, la vita in comune si intristisce: se per evitare i conflitti disegnamo regolamenti condominiali, luoghi di lavoro, città che ci impediscono di incrociarci nei corridoi, nelle scale, nei luoghi comuni, nelle piazze (è preoccupante la diminuzione di luoghi comuni nelle nostre città), il rimedio allora diventa molto peggiore del male.
Una buona politica, per esempio, è quella che sa mediare la reciprocità ma senza impedire, per paura, che le persone si incontrino, altrimenti si perde ‘l’abbraccio’ dell’altro. E senza abbracci si muore”.
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Lo sviluppo ha un “volto”. Epifania: il Mistero della manifestazione del Signore.
“Adoreranno il Signore tutti i re della terra. Lo serviranno tutti i popoli”
(dal salterio dell’Epifania)
Traggo da un testo a cura di Roberto Fontolan “Lo sviluppo ha un volto. Riflessioni sull’esperienza” edizioni Guerini e Associati, alcuni spunti utili a descrive, re il significato di termini come: sviluppo, progresso, educazione, capitale umano, lavoro.
Nella presentazione del libro Roberto Fontolan introduce ai contenuti del testo così: “In questo volume raccontiamo una storia di sviluppo che non è fatta di numeri……abbiamo provato a rendere lo sviluppo decifrabile secondo un altro codice. In questo volume troverete innanzitutto fatti. Fatti che racchiudono persone - le singole vicende di singoli nomi che vivono in luoghi geografici precisi; e che tracciano una storia d’insieme - come un percorso amico capace di avvicinare le distanze dei continenti e dei decenni. Impossibile dare senso all’idea di “capitale umano” se dentro di essa non si scorgono i volti ……..e parlare di sviluppo resta inesorabilmente astratto se ….non si incontrano realtà espressione di un cambiamento (corsivo aggiunto). L’intero racconto contiene, un itinerario che può essere espresso così: persona, educazione, sviluppo; come il tempo nelle partiture musicali, queste tre “battute” ne costituiscono l’architettura nascosta.”
Di seguito a pag. 14 nell’introduzione di Alberto piatti viene descritto il valore della persona ed i fattori dello sviluppo.
Il valore della persona:
“Esprimendo in termini non tradizionalmente economici cos’è lo sviluppo nell’esperienza di un’organizzazione non governativa che opera negli angoli sperduti del pianeta con persone in carne ed ossa, si può definire la mossa di una persona che dopo aver lavorato con te, vissuto con te, affrontato con te questioni talvolta di vita o di morte, riconosce in se stessa e nella vita un valore e una dignità inestimabili. Valore e dignità che non sono in alcun modo dipendenti dalla situazione di maggior o minore difficoltà, maggiore o minore benessere. Percependo il valore di se stessa come indipendente dalla situazione storico-sociale in cui si trova, la persona diventa libera, e normalmente si muove prendendo iniziativa per migliorare la situazione stessa”.
I fattori dello sviluppo:
“Quattro fattori emergono dunque come essenziali nell’aiuto allo sviluppo:
- La dignità della persona,
- L’educazione come processo che la rende protagonista,
- Il desiderio come tensione alla realizzazione di sé,
- Il capitale umano come bagaglio di attrezzi e saperi per concretizzare un cammino di sviluppo.
………………….Occorre una generazione di persone che rispolveri lo sviluppo come progresso (parola che oggi ha smarrito la sua origine, progredior, corro in avanti), ovvero come tensione in avanti, verso una meta, verso cui c’è la strada ma a cui mai si arriva definitivamente, come dice San Bernardo: ‘La nostra perfezione consiste nel non illuderci mai di essere arrivati, ma nel protenderci sempre in avanti’.”(pag. 18)
Buon lavoro……per una fattiva continuità e contributo alla sviluppo come progresso:
L’adozione internazionale è quella scelta libera e responsabile con cui i coniugi si offrono, con totale gratuità, per diventare padre e madre di un bambino straniero non nato da loro e che ha bisogno di una famiglia in cui crescere, sentirsi voluto ed amato.
http://www.avsi.org/
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Beni relazionali e felicità pubblica.
Con l’intento di provocare alcune ulteriori riflessioni in merito alla così citata “economia dell’esperienza” mi permetto di sottolineare alcuni passaggi tratti dal documento elaborato dal prof. Zamagni, al quale rimando per un approfondimento, pubblicato sul sito di “Rimini Venture 2017:
http://www.riminiventure.it/binary/rimini_venture/documenti/felicita_ed_economia.1227801860.pdf
A proposito di ben-essere della persona:
“Ha scritto Romano Guardini in un famoso saggio: “La persona umana non può comprendersi come chiusa in sé stessa, perché essa esiste nella forma di una relazione. Seppure la persona non nasca dall’incontro è certo che si attua solo nell’incontro” (1964; p.90).”
“E’ ormai ampiamente ammesso che lo star-bene (well-being) delle persone dipende non solamente dal soddisfacimento dei bisogni materiali, ma anche da quello dei bisogni relazionali. Eppure le nostre economie dell’Occidente avanzato sono diventate “macchine” straordinariamente efficienti per soddisfare l’ampia gamma dei bisogni materiali, ma non altrettanto si può dire di esse per quanto attiene i bisogni relazionali.” (pag. 3)
Beni relazionali
Cosa precisamente sono i beni relazionali? In verità, ci troviamo di fronte ad un concetto ancora molto poco usato in economia e quindi ancora avvolto da non poche zone d’ombra. Esso ha una storia recente, essendo stato introdotto, indipendentemente, da Benedetto Gui (1987) e Carole Uhlaner, la quale li ha definiti come beni “che possono essere posseduti solo attraverso intese reciproche che vengono in essere dopo appropriate azioni congiunte intraprese da una persona e da altre non arbitrarie” (1989, 254).
Chi sono i soggetti sociali che formano ed educano alla relazionalità nella nostra città?
“Le nostre società hanno bisogno di far posto crescente all’intervento di soggetti che fanno della relazionalità il loro modus operandi.” (pag. 4)
Per un sistema turistico efficiente ed efficacemente orientato al ben-essere ed alla felicità delle persone sperimentabili.
“Il punto importante da tenere presente, infatti, è che utilità e felicità non sono coestensive, non si coimplicano. Perché l’utilità è la proprietà della relazione tra l’essere umano e la cosa (i beni, i servizi sono utili); la felicità, invece, è la proprietà della relazione tra persona a persona. Il tradimento dell’individualismo sta tutto qui: nel far credere che per essere felici basti aumentare l’utilità e dunque il consumo di beni. Eppure, mentre si può essere dei massimizzatori di utilità in solitudine, per essere felici bisogna essere almeno in due.” (pag. 23)
“Il restringimento del tempo dell’esperienza, cioè la riduzione delle occasioni per fare esperienza di consumo. E’ in ciò l’origine di una forma nuova di sindrome patologica, quella dell’aspettativa: mentre l’orizzonte delle aspettative di innovazione si dilata, grazie all’accelerazione impressa dal fatto delle nuove tecnologie, la possibilità di fare esperienze significative si riducono, perché la società dell’urgenza obbliga tutti a vivere “il tempo della fretta”. Costantemente protesi verso il futuro, siamo incapaci di goderci il presente.” (pag. 17)
Tempo di lavoro ricreativo e di riposo costruttivo: incontri che incrementino le relazioni.
“Il fenomeno, relativamente recente, che affligge le nostre società di oggi è la crescente diminuzione di beni relazionali, nei quali - è la relazione stessa che si instaura tra due o più persone ad essere fonte di soddisfazione. E la relazione si nutre necessariamente di tempo. Si consideri l’amicizia, tipico esempio di bene relazionale. Beni e denaro possono o meno giocare un ruolo in una relazione di amicizia, ma la condivisione del tempo è sempre necessaria.”(pag. 18)
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“L’imprenditore è colui che dove gli altri vedono solo dei problemi lui intravvede una opportunità.”
Si può fare esperienza dell’intrapresa nelle aziende (profit e non profit), nelle organizzazioni sociali e nella Pubblica Amministrazione.
La vera innovazione ed il perseguimento della qualità riguarda tutte le organizzazione (sociali, imprenditoriali - profit e non profit - pubbliche, educative, professionali) e non potrà che avere come protagonisti uomini intraprendenti che operano nel proprio specifico contesto lavorativo e professionale.
Quando si parla di innovazione si pensa, di solito, all’innovazione altamente tecnologica. Esistono fenomeni di innovazione diversi. Innovazione di:
- Prodotto
- Processo
- Organizzazione
- Servizio continuo
Nuove imprese hanno basato il loro successo su un’innovazione di tipo organizzativo o su fattori quali:
- La creatività;
- L’immagine;
- L’intelligenza organizzativa;
- Nuovi modelli gestionali;
- Nuove metodologie statistico-informatiche di analisi dei dati aziendali
- Metodologie di controllo della qualità.
“Il nesso profondo fra l’innovazione e la formazione del capitale umano in azienda e, più in generale, con le capacità e le motivazioni profonde dell’io in azienda, dipendente, manager o imprenditore che sia.
L’incremento del capitale umano non è un fenomeno meramente meccanico: non dipende esclusivamente e automaticamente dai costi macroeconomici dell’istruzione e neanche dalla quantità complessiva di anni di istruzione dei cittadini di un Paese.”
Alcuni spunti tratti dal testo al quale rimando: Vignali R. (2006), “Eppur si muove. Innovazione e piccola impresa.” ,Guerini Associati, Milano.
Spunti per il prosieguo di un lavoro: economia civile e di mercato, distinzione fra azienda ed impresa, ordinamento giuridico basato sulla figura dell’imprenditore, responsabilità sociale delle organizzazioni (sociali, imprenditoriali - profit e non profit - pubbliche, educative) che producono beni ed erogano servizi.
Buon lavoro!
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Lunedì 1 dicembre 2008 ho partecipato all’inaugurazione dell’Istituto Universitario Sophia di Loppiano. Questo fatto mi ha permesso di fare una vera esperienza di bellezza, di bene e di verità.
Allo scopo di approfondire cosa possa significare una città a misura d’uomo ritengo molto utile e formativo trascorrere qualche ora presso la cittadella internazionale fondata dal Movimento dei Focolari.
Dall’incontro con la realtà di Loppiano emerge una vision ed una mission di una possibile città internazionale al servizio del benessere delle persone e sperimentabile nella pacifica convivenza, nell’impegno dello studio, nel senso del lavoro, nel gusto per la musica e per ogni espressione artistica, nella cura della sanità fisica e psicologica ed in tutte le espressioni originarie appartenenti ad ogni essere umano proveniente da ogni angolo della terra.
Riporto alcune note di presentazione dell’esperienza:
“…….Il Centro internazionale di Loppiano
L’idea della cittadella nasce nel 1962 quando Chiara, trovandosi ad ammirare da un’altura l’abbazìa benedettina di Eìnsìedeln, in Svizzera, con i suoi ambienti di preghiera, lavoro e studio, intuisce che anche dall’esperienza del Movimento sarebbe sorto un tipo di città moderna, con case, scuole, negozi, campi sportivi, industrie, come segno e testimonianza concreta di cosa potrebbe accadere se il comandamento dì Gesù: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato” fosse messo a base della vita di intere città. Due anni dopo, questa intuizione diviene realtà. Eletto Folonari lascia in eredità al Movimento un centinaio di ettari di terreno sulle colline toscane dove nasce Loppiano, prima realizzazione permanente dell’esperienza della “Mariapoli” (città di Maria) estiva che negli anni ‘50 si era tenuta sulle Dolomiti.
La cittadella oggi
Loppiano, la prima delle trenta cittadelle del Movimento che sorgono nei cinque continenti, conta (circa 900 abitanti di 70 nazioni. E’ anche sede di scuole di formazione per i membri dei Focolari. La sua economia è basata su diverse attività sorte per il sostentamento degli abitanti e per la promozione di uno stile di vita nel quale i beni e il lavoro sono considerati come mezzi per realizzare la fraternità universale. Ogni anno, la città accoglie circa 40.000 visitatori ed è divenuta punto ‘incontro tra popoli, culture e fedi religiose, indicando uno stile di convivenza che parla anche alle grandi città multiculturali del Terzo Millennio.”
Per ulteriori approfondimenti rimando al sito www.loppiano.it
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“Da Babele a Gerusalemme. Idee per costruire una città a misura d’uomo” è stato il titolo di un incontro promosso dal Centro culturale Paolo VI di Rimini che si è svolto il giorno 24 novembre 2008.
Riporto solo alcune interessanti note e stralci della relazione di Padre Salvatore Frigerio, monaco camaldolese:
“…………..E’ possibile individuare i veri e propri effetti del cedimento alla “tentazione idolatrica”.
Il primo effetto: il racconto conosce e mette in scena solo personaggi collettivi e privi di nome proprio. Nel corso dei primi dieci capitoli della Genesi ogni attore porta un nome “proprio”, ci sono pagine genealogiche prima e dopo questo racconto. Con la folla anonima di Babele il contrasto è significativo. Qui “dopo Adamo. Eva, Abele, Caino, Enoc, Noè…spunta il noi che non è la somma di molti io personalizzati, è un “io fittizio”, la prima non-persona al plurale, folla indifferenziata, preda offerta al primo tiranno che venga (cfr. Zumthor).
Il secondo effetto: in Gn 2,19 il Creatore affida all’Adam il compito di nominare tutti i viventi, ma non si dice nulla dell’uomo stesso. Il Creatore avoca a sé il diritto di chiamare l’uomo e di chiamarlo proprio per nome (cfr. Ap 2,17).
La babelica “attività macchinale” distrae dal dramma della storia verticale-orizzontale dell’Alleanza, facendo così cedere alla tentazione idolatrica di “farsi un nome”.
Inebriato dal suo stesso potere di nominare/dominare (deformazione di governare), l’uomo decide di darsi il nome e così dominarsi. Per tentare di fare questo, a Babele ci si concentra sulla sola costruzione della Torre e si trascura ogni uomo, non si riesce a far di meglio che trasferire su di sé lo stesso tipo di nome che si dà alle cose. A Babele, infatti, si celebra l’agire, ma non c’è traccia del rispondere: ognuno fa quello che deve, autonomamente/meccanicamente, ma per far questo non trova più il tempo e l’attenzione necessari né per intendere il risuonare del proprio nome, né per rispondere alla chiamata che proviene dall’altro. Nella piana di Sennaar l’identità dell’uomo si confonde con quella del mattone. Non appena qui si comincia a nominare, ciò che risuona è sempre e solo il nome collettivo, un impersonale “uomini”……..”
Altrettanto significative risultano alcune osservazioni emerse nell’intervento dell’assessore al Piano Strategico del Comune di Rimini Maurizio Melucci che mi permetto di riportare in base agli appunti presi direttamente.
Melucci nel riprendere il titolo dell’incontro “Idee per costruire una città a misura d’uomo”, ha riproposto il significato del Piano strategico come “strumento innovativo” per la governance della città in questo momento storico nel quale è stata chiusa una fase di sviluppo della città e si constata come i tradizionali strumenti della pianificazione non siano più sufficienti.
In conclusione dell’intervento sono state proposte due importanti sottolineature:
1) Abbiamo chiesto alla politica di fare un passo indietro per un protagonismo della società civile;
2) Gli elaborati del Piano strategico dovranno prevedere azioni che incideranno sulla programmazione del Comune di Rimini.
Ulteriori dettagli sono reperibili, non appena saranno pronti gli atti, sul sito del Centro culturale http://www.paolosestorimini.org/