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Roberto Fontolan - giovedì 12 agosto 2010
http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2010/8/12/Elogio-della-vecchia-politica/105666/
E poi si continua a sostenere che la vecchia politica, altrimenti detta “Prima repubblica”, era peggio. Ma oggi possiamo ricordare con nostalgia le lotte leonine tra Craxi e De Mita, condotte a viso aperto e con vigore ideologico. E la bagarre democristiani-comunisti dei primi anni ‘70 o quella comunisti-socialisti degli anni ‘80. (…)
All’epoca la gestione anche feroce del potere era accompagnata da cultura istituzionale raffinata e da un interesse profondo per le questioni fondamentali di contenuto - si pensi a una Dc lombarda riunita ad ascoltare don Giussani.
Nel passaggio dalla Prima alla Seconda repubblica tutto quel mondo, che certo presentava crepe e scricchiolii, doveva venire soppiantato da un moderno riformismo liberale e dalle sue parole d’ordine: drastica riduzione dello Stato, meno tasse, libertà individuali e imprenditoriali, meritocrazia.
Ma col senno di poi avremmo imparato che il fervore politico di quella fase era l’ultimo lascito del mondo vecchio, non l’alba di quello nuovo, che alla fine non abbiamo ancora visto. Qualche giorno fa, quindici anni dopo quella stagione di rivoluzioni annunciate, Angelo Panebianco sul Corriere della Sera ha posto un tema di nevralgico interesse mettendo a confronto le tre prospettive di sistema che ancora oggi si confrontano confusamente: presidenzialismo, parlamentarismo, federalismo.
Quindici anni dopo, cioè, i nodi non sono sciolti, ed è preoccupante rilevarlo, ma è soprattutto triste notare che nessuno dei nostri leader politici ha ritenuto interessante intervenire sull’argomento, impugnare una riflessione, dichiarare una prospettiva, esprimere una idea di nazione (sembrano troppo presi dalla madre di tutti i regolamenti di conti, a colpi di Dagospia, e dalla corsa alla ricollocazione dei dirigenti Rai).
Sarebbe bello lo facessero al prossimo Meeting di Rimini, dove in tanti come tutti gli anni vogliono partecipare: quale migliore opportunità per i Tremonti, i Calderoli, i Letta, i Maroni e tutti gli altri ministri e governatori e sindaci per confrontare con un popolo che ama la “res publica” le loro idee per l’Italia? Vorremmo tornare a respirare un po’ di vecchia, sana politica.
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MANIFESTO DI ADESIONE
Il Circolo Culturale Ettore Calvi si propone di realizzare in modo stabile un luogo dove promuovere riflessioni, giudizi, iniziative sui temi del lavoro a partire dagli insegnamenti della Dottrina sociale della Chiesa, con particolare riferimento all’impegno nell’ambito del lavoro.
LO SCENARIO
La situazione economica e sociale de nostro Paese e le trasformazioni in atto nel mercato del lavoro con una visione capace di aprirsi, sia alla globalità dei temi che ad ognuno dei singoli aspetti.
L’affermazione del lavoro trai valori fondamentali che realizzano la persona rappresenta il punto di partenza e di giudizio per ogni attività economica e no.
Questo valore deve però oggi fare i conti con lo scenario cambiato, nel quale i modelli di riferimento determinati da parole come responsabilità, realizzazione personale, giusto salario e solidarietà non trovano facile applicazione.
L’EVIDENZA DI UN NUOVO COMPITO
La riconferma del lavoro come fattore fondamentale per la persona va coniugata con la proposta di nuovi strumenti di regolazione nel mercato del lavoro.Questa esigenza culturale e operativa riguarda tutti coloro che operano con responsabilità aziendali o sindacali.
Solo a partire da una concezione del lavoro come espressione del proprio essere è possibile all’uomo diventare protagonista della trasformazione della realtà.
LO STRUMENTO ASSOCIATIVO
La scelta del circolo è funzionale ad una esperienza associativa fatta di momenti conviviali e di amicizia dove appaia immediatamente libero e naturale lo scambio di esperienze e di opinioni sul tema della connessione tra senso del lavoro e senso della vita. Il Circolo è un luogo in cui gli stessi associati possono ripensare al loro ruolo, alle motivazioni ideali e trovare nella compagnia le occasioni di rinnovata passione al proprio impegno.
Oltre all’attività associativa locale e nazionale e la realizzazione di incontri per sostenere uno sviluppo adeguato alle tematiche, il Circolo costituirà al proprio interno un Comitato Scientifico con esperti in grado di contribuire alle riflessioni con analisi e dati. Tra gli obiettivi del circolo c’è anche la ricerca di sinergie con altri soggetti che operano su questo terreno e la disponibilità a mettersi in rete con questa realtà.
La scelta di intitolare il Circolo ad E. Calvi primo Segretario della Cisl di Milano, risponde al ricordo di operosità che il suo lavoro sindacale e politico, originato da una fede vissuta e dall’appartenenza ad un popolo, ha saputo testimoniare.
Per ogni ulteriore approfondimento:
http://www.circolocalvi.it
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L’ossessione burocratica………………
Traggo dal libro di Piero Ostellino “Lo stato canaglia. Come la cattiva politica continua a soffocare l’Italia”. edizioni Rizzoli, a cui rimando per un approfondimento, alcuni spunti di analisi sulla realtà dello Stato e della Pa in generale. In grassetto e corsivo le mie sottolineature.
Ruolo delle leggi e dei regolamenti
“Dove non c’è legge non c’è liberta” ha scritto Locke. Ma se leggi e regolamenti sono troppi – e a prevalere è l’arbitro della legislazione sull’università e l’impersonalità del diritto – il cittadino non gode più della libertà politica, perché le sue libertà si riducono, e lo Stato diventa dispotico. Negli Stati totalitari – dove leggi e regolamenti sono tanti – tutto è vietato tranne ciò che è espressamente consentito; nelle società aperte (dove leggi e regolamenti sono pochi) tutto è consentito tranne ciò che è espressamente vietato. Insomma: troppe leggi e regolamenti uccidono, le libertà. “La burocrazia è il dispotismo dell’inerzia” ha scritto Emilie de Girardin. (pag. 86)
Servizi e beni pubblici
Per il pensiero totalitario è il settore pubblico che produce beni pubblici. Esso non distingue fra servizio pubblico – prestato dalla pubblica amministrazione – e beni pubblici, che rispondono alla domanda del consumatore; li confonde, li assimila e, per fornire l’uno e produrre gli altri, aumenta le tasse. Ma in una società aperta non c’è distinzione fra settore pubblico e privato nella produzione di beni pubblici, che possono essere prodotti dall’uno o dall’altro”. (pag. 89)
La legislazione come strumento organizzativo
Lo Stato non c’è dove dovrebbe esserci – garantire la sicurezza, la legalità, la giustizia, l’istruzione – e c’è dove non deve, producendo illegalità, divieti vincoli, sanzioni illegittime. Da noi la legislazione non fissa solo norme di condotta; è anche strumento organizzativo. Vuole modellare l’uomo. Lo vuole nuovo, migliore di quello che è. Ma l’enorme produzione di leggi vanifica la certezza dei diritto e paralizza la società”. (pag. 99)
Il principio di responsabilità
“….Sapete perché le rotonde agli incroci, al posto dei semafori, sono arrivate in Italia con vent’anni di ritardo; c’è chi vi si è opposto e ancora oggi molti non sanno che fare quando ne incontrano una? Perché la rotonda incarna il principio di responsabilità (l’automobilista di autogestisce), mentre il semaforo incarna il principio di autorità (è lo Stato che dice che fare). Non è vero che è difficile governare gli italiani. Basta subissarli di divieti che li sollevino dalle loro responsabilità. (p. 104)
Una via d’uscita
Quelle che bisogna eliminare sono le leggi utili, utilissime al governo politico centrale e a quello amministrativo degli enti periferici per giustificare, nel migliore dei casi – secondo la definizione weberiana – la propria stessa esistenza; nel peggiore, per ricavarne vantaggi in termini di potere o addirittura pecuniari………………Sarebbe ora che si prendesse atto che la sola e vera questione morale sono la carenza di cultura liberale, o semplicemente civica, di una classe politica che non si sa se sia più incompetente o più truffaldina, ovvero entrambe le cose, cioè inconcludente e cialtrona; il gigantismo dello Stato; la complessità amministrativa e normativa che alimenta parassitismo e clientele; la produzione di beni e servizi da parte della mano pubblica anziché da parte privata; la funzione allocativa e redistributiva delle risorse affidate alle leggi invece che al mercato; la rendita di posizione della burocrazia, centrale e periferica, e dello stesso ceto politico”..(pag. 114)
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Lo Stato canaglia…………
Traggo dal libro di Piero Ostellino “Lo stato canaglia. Come la cattiva politica continua a soffocare l’Italia”. edizioni Rizzoli, a cui rimando per un approfondimento, alcuni spunti di analisi sulla realtà dello Stato e della Pa in generale. In grassetto e corsivo le mie sottolineature.
Quale paese ?
a pag. 7 Ostellino fotografa una realtà impietosa: «Un Paese paralizzato da un numero spropositato di leggi e regolamenti; soffocato da una cultura burocratica invasiva e ottusa; gestito da una pubblica amministrazione pletorica, costosa e inefficiente e, non di rado, corrotta; vessato da un sistema fiscale punitivo per chi paga le tesse e distratto nei confronti di chi le paga; prigioniero di corporazioni e interessi clientelari; nella mani, da Roma in giù, dalla criminalità organizzata. Un Paese in inarrestabile declino culturale, politico, economico, che non è ancora precipitato agli ultimi gradini tra i Paesi industrializzati dell’Occidente solo grazie allo spirito di iniziativa e alla proiezione internazionale della media e piccola imprenditoria. Questa è l’Italia oggi»
Rapporto cittadini/Stato
Pag 10 : il libro vuole essere “la denuncia dell’invasività della sfera pubblica nella sfera privata. La descrizione di come la nostra politica non sia più, e da tempo, ammesso che lo sia mai stata, al servizio dei cittadini, ma li abbia posti al proprio servizio. Dello ‘Stato canaglia’”.
Quale Stato?
Il vero problema, che Ostellino coglie è quello di come è stata approvata la nostra Costituzione: «È figlia di un compromesso fra le due Resistenze, quella totalitaria (comunista) e quella democratica (liberale, cattolica, socialista, repubblicana) che si batterono contro il nazifascismo. La Resistenza totalitaria che durante la guerra di liberazione ha ammazzato, oltre ai fascisti, anche i partigiani di quella democratica, e dopo la fine della guerra cittadini innocenti in nome della lotta di classe e nella prospettiva dell’instaurazione nel nostro paese di un regime di tipo sovietico. La Resistenza democratica che si proponeva di abbattere il fascismo per portare l’Italia nell’alveo delle democrazie liberali dell’Occidente capitalista».
“Non occorre essere marxisti per sapere che lo Stato non è neutrale, ma è il braccio armato degli interessi di chi ne detiene il controllo, se non è controbilanciato da principi e interessi alternativi, fra loro in libera competizione. E’ sufficiente essere liberali”.
Nesso causale fra la natura dello Stato e le inefficienze
“Nel libro La Casta i due autori (Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella) hanno collezionato un’infinità di esempi di sprechi, inefficienze, privilegi, genericamente attribuibili alla Casta, e fin qui tutto bene. Ma – da buoni cronisti, costituzionalmente poco inclini all’interpretazione “sistemica” dei dati, che è, invece, l’oggetto di studio del politologo, dell’analista del politologo, dell’analista politico – non hanno fatto l’ulteriore passo avanti. Non dicono quale sia il “nesso causale” , il rapporto fra causa – la natura dello Stato e la cultura della sua classe dirigente – ed effetto (gli sprechi, le inefficienza, i privilegi). Così, il libro è diventato la Bibbia del qualunquismo e del populismo militanti, l’arma polemica da brandire contro la politica, “sporca” per definizione. Alimento per l’antipolitica” pag. 14
“La Casta è lo Stato stesso; Stato ipertrofico, invasivo; Stato della spesa pubblica e delle tasse elevate; Stato razionalmente consapevole del proprio ruolo e determinato ad imporlo. ‘Stato canaglia’ che, attraverso i rappresentanti del popolo al governo, quale ne sia il colore, utilizza l’eccesso di potere di cui dispone per estorcere quanta più ricchezza può al popolo. E distribuirla, sotto forma di benefici personali (pur sempre la parte minore), alla classe politica di governo e degli enti locali, nonché agli alti dirigenti della pubblica amministrazione; e, per la parte maggiore, sotto forma di facilitazioni – dalle tariffe dei servizi pubblici dati in concessione ai sussidi più o meno occulti – alle corporazioni con le quali è collusa; nonché, infine, sotto forma di assistenzialismo, alla fetta della popolazione della quale chi governa vuole garantirsi il consenso”. (pag. 15)
Quale via d’uscita?
“Lo Stato, “questo” Stato, ipertrofico, invasivo, predatore, che si è venuto sviluppando nel corso di duecento anni e, pur con diverse gradazioni in tutto il mondo democratico, non è la soluzione. E’ il problema.”
La soluzione è una bella cura dimagrante dello Stato………Non nella prospettiva della sua scomparsa ….Ma nella prospettiva di una riduzione del suo ruolo e della sua presenza, di una forte deregolamentazione e di una liberale ridefinizione delle sue funzioni che ne riducano i poteri e ripristinino il primato dell’autonomia della società civile e dell’individuo”. (pag. 16)
Che piaccia o no, una coda del passato – da Platone a Hegel, da Marx a Lenin, da Gentile a Mussolini – rimane nell’inconscio collettivo degli italiani.
Ciò spiega perché siamo, antropologicamente un popolo di sudditi, non di cittadini. Incapaci di tradurre le nostre reazioni agli sprechi, alle inefficienze, ai privilegi, non dico in azione, ma neppure in pensiero politico…….La contraddizione culturale: ci aspettiamo troppo dalla politica e poi ci lamentiamo dei suoi costi. La carenza di senso civico: sopportiamo la violenza dello Stato (più in generale, dei poteri pubblici) anche nella sfera delle nostre libertà individuali, nella convinzione di poterla compensare col soddisfacimento delle nostre aspettative – comprese quelle che la politica non potrebbe soddisfare per via istituzionale – attraverso i sentieri della parentela e della clientela.” (pag 18)
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“La sussidiarietà in Lombardia. I soggetti, le esperienze, le policy” è il titolo di un testo del 2008 pubblicato dall’editore Guerini e Associati di Milano e redatto a cura di Alberto Brugnoli e Giorgio Vittadini.
In questi mesi ci siamo soffermati sul significato del termine “sussidiarietà” e, pertanto, ritengo utile porre all’attenzione questo testo che presenta il modello lombardo come tentativo di applicazione del suddetto principio e che prima che politica e organizzativa ha una matrice culturale fondata, appunto, sul principio di sussidiarietà. Tale principio ha determinato nel contesto della Regione Lombardia percorsi innovativi, sia a livello istituzionale, sia a livello di grandi temi della vita civile come l’istruzione, formazione e lavoro, il socio-assistenziale e la sanità, settori oggetto di approfondimento nel volume citato.
Stato e mercato e antropologia negativa
Particolarmente interessante, allo scopo di un approfondimento del significato del termine sussidiarietà, risulta il capitolo intitolato “Sussidiarietà: antropologia positiva e organizzazione sociale. Fondamenti per una nuova concezione di Stato e mercato e punti cardine nell’esperienza lombarda”, dove, tra l’altro, emerge che di fronte allo “statalismo oggi dominante, cioè il contratto che genera il Leviatano di hobbesiana memoria, come documenta bene il lavoro di Pierpaolo Donati (2007), si basa sulla sfiducia e sul sospetto, cioè una concezione di uomo negativa che mortifica le potenzialità e il positivo contributo che il singolo può dare al bene comune, al progresso e alla lotta per la giustizia. Tale concezione è anche alla base di una certa idea di welfare state”. (pag. 18)
“Ciò significa rendere irrilevanti le relazioni fra i consociati, sminuire l’importanza delle comunità e formazioni sociali intermedie, anche come soggetti di cittadinanza, limitare il pluralismo sociale, in sintesi svalutare la socialità della persona umana, anche e precisamente come elemento costitutivo del welfare”. (Donati, 2007, p.39)
“La differenza fra i due approcci (statalista e liberista) consiste nel meccanismo individuato per correggere il “male” prodotto dal comportamento dell’uomo: per lo statalismo è l’azione del potere centrale; per il liberalismo è il mercato, inteso soltanto come l’ambito in cui i tentativi egoistici di ciascun individuo si incontrano con quelli degli altri per formare, grazie al meccanismo della mano invisibile di Adam Smith un equilibrio che alloca in modo efficiente, anche se non necessariamente equo, le risorse. Lo statalismo è un modello centralizzato, il liberalismo un approccio decentrato, ma la concezione antropologica negativa è la stessa”. (pag. 19)
Un’antropologia positiva alla base della socialità
“Il welfare non può essere costituito su una visione antropologica negativa come quella hobbesiana. Un’altra modernità, quella della visione positiva dell’uomo e dei suoi diritti, si sta affacciando all’orizzonte come soluzione alternativa”. (Donati, 2007, p.43)
“Da dove può partire un’antropologia adeguata all’uomo contemporaneo, che ne affermi in pieno la dignità, sul piano personale e sociale? Un aiuto in tal senso ci viene dalla rivisitazione, condotta da Luigi Giussani, della parola esperienza, per molto tempo intesa secondo l’accezione soggettivistica derivante dall’empirismo moderno. L’autore lombardo, riprendendo in modo originale categorie del realismo cristiano, ha reinterpretato questo termine proponendo la nozione di “esperienza elementare”, cioè l’insieme di esigenze ed evidenze strutturali che costituiscono - usando il linguaggio biblico - il “cuore” di ogni uomo, la sua faccia interiore, il senso religioso, il suo desiderio di verità, di giustizia, di bellezza, di felicità, di amore:
‘Criterio oggettivo con cui la natura lancia l’uomo nell’universale paragone con se stesso, con gli altri, con le cose….’(Giussani, 2003, p. 11).
L’attenzione all’esperienza elementare è quindi il fattore che accomuna ogni cultura che ponga al centro l’uomo e il suo cuore. L’esperienza di una corrispondenza tra il reale e le esigenze strutturali dell’uomo fornisce all’uomo stesso un criterio oggettivo per giudicare e agire: ragionevole è ciò che corrisponde al cuore”. (pag. 21)
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Imprenditore sociale.
Traggo da un testo del prof. Stefano Zamagni“L’economia del bene comune” edizioni Città Nuova, a cui rimando per un approfondimento, alcuni spunti interessanti che ci permettono di proseguire sulla strada della rifondazione della cultura economica e, soprattutto, della concezione del lavoro, dell’impresa e del bene comune.
A pag. 190 viene descritto sinteticamente lo sviluppo della moderna economia di mercato e l’emergere di figure imprenditoriali. IL testo così recita: “Il periodo che si è soliti definire “Umanesimo civile”, e durante il quale prese forma la moderna economia di mercato, ha visto la nascita della figura del mecenate. Il passaggio successivo all’economia di mercato capitalistica - un passaggio strettamente connesso all’avvento della società industriale - ha conosciuto l’emergere della figura del capitalista-filantropo. La transizione, iniziata in tempi recenti, verso la società post-industriale, mentre rende obsoleta la figura del mecenate e non più all’altezza delle nuove sfide la figura del filantropo, esige - sempre che si voglia avanzare sulla via del progresso morale e civile - che sulla scena economico-sociale intervenga un nuovo attore: l’imprenditore sociale“. (corsivo aggiunto)
Nel descrivere, poi, i pilastri dell’economia di mercato rappresentati da: la divisione del lavoro, l’orientamento dell’attività economica allo sviluppo ed il principio della libertà d’impresa; viene precisato ulteriormente la figura dell’imprenditore sociale ed il contesto nel quale si possa sviluppare l’impresa sociale.
A pag. 196 si propone: ” Chi ha
- creatività,
- adeguata propensione al rischio e
- capacità di coordinare il lavoro di tanti soggetti (ars combinatoria) -
sono queste le tre doti che definiscono la figura dell’imprenditore - deve esser lasciato libero di intraprendere, senza dover sottostare ad autorizzazioni preventive di sorta da parte del sovrano (o chi per lui) perché la “vita activa et negociosa” è un valore di per sé e non solo in quanto mezzo per altri fini. La libertà d’impresa implica la competizione economica, cioè la concorrenza, che è appunto quella particolare forma di competizione che si svolge nel mercato (si parla, infatti, di competizione sportiva, ma non di “concorrenza sportiva”). Il cum-petere che si svolge sul mercato, cioè la concorrenza, è conseguenza diretta della libertà d’impresa e, al tempo stesso, la riproduce.” (corsivo aggiunto).
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Educazione al lavoro e attraverso il lavoro.
Se il problema della crisi economica è innanzitutto un problema antropologico anche la risposta deve essere antropologica ed educativa. Per questo ogni investimento in educazione è un investimento sul futuro. Ciò potrà e dovrà accadere certamente a livello di sistema scolastico e formativo ma, ed in questo senso può risultare una scoperta interessate ed una ipotesi di lavoro suggestiva, potrà e dovrà svilupparsi anche a livello di sistema produttivo/aziendale e di sistema economico, coinvolgendo ogni organizzazione che produce beni ed eroga servizi.
Nel contesto storico ed economico attuale è urgente e necessario, pertanto, che gli ambienti di lavoro siano non solo il luogo della produzione dei beni e dell’erogazione dei servizi, ma anche realtà educative al significato dell’esistenza ed al senso del lavoro, ossia ambiti in cui venga coltivata l’immagine vera dell’uomo.
Rimando all’articolo allegato ( educazione_lavoro ), tratto da un quotidiano locale riminese, per un approfondimento. Mi permetto solo di sottolineare alcune affermazione proposte dai partecipanti alla discussione riportata inerenti il rapporto dei giovani con l’esperienza del lavoro.
Davanti al riconoscimento della necessità di formare i giovani alla capacità di assunzione della responsabilità l’imprenditore Tadei rilanciava: “per generare una responsabilità occorre coinvolgere i giovani in un progetto. Uno deve essere protagonista di quanto va facendo…..Tre sono i fattori generatori di responsabilità:la famiglia, la scuola e la Chiesa. Ma la famiglia oggi è sostituita dalla televisione, la scuola è intimidita e in Chiesa i giovani non ci vanno”.
Molto interessante risulta, allora, la prospettiva proposta nell’intervento di Giovanni Gemmani: “Proprio per questo oggi è l’azienda stessa che si trova a svolgere un’azione educativa. Noi poniamo i giovani a contatto col lavoro e con la realtà, cosa che la scuola da sola non può fare. Devono imparare come si curano le cose, come ci si relaziona con le persone, come si collabora con i colleghi…………….Occorre uno spirito nuovo con cui affrontare il lavoro. Come uomini e come imprenditori non possiamo rinunciare ad educare e ad aiutare chi già lo fa. Educare, cioè fare in modo che l’uomo sia sempre più uomo. Non occorrono solo buoni lavoratori, ma veri uomini”.
Con questo auspicio formulo i miei sinceri Auguri di un sereno e fruttuoso 2009.
Bruno Angelini
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Modernizzare la Pubblica Amministrazione.
“Modernizzare la Pubblica Amministrazione. Organizzazione e individui in una P.A. che cambia” era il titolo di un convegno organizzato dalla Provincia di Pesaro e Urbino e svoltosi a Pesaro il 16 dicembre 2008.
Scopo dell’incontro era quello di “mettere al centro della riflessione il cambiamento in atto nella pubblica amministrazione a partire dalle persone e dall’organizzazione, fattori chiave per lo sviluppo di un’azione di qualità, sempre più vicina ai bisogni dei cittadini, delle imprese e dei territori.” (Il Presidente della Provincia Sen. Palmiro Ucchielli)
Nel mio intervento al convegno trattando il tema sul “senso del lavoro e della motivazione nel lavorare” ho fatto riferimento alla vicenda umana di un ragazzo universitario. Riporto con alcune sottolineature in corsivo da me apportate, la lettera che egli ha scritto ad una sua amica prima di un intervento chirurgico che lo ha portato alla morte. Doveva sostenere un esame e ha scritto:
“Dare un esame è qualcosa che abbiamo fatto tutti nella vita , e certo non è nulla di straordinario. Questo è quanto pensavo prima di aver conosciuto persone che mi hanno costretto, attraverso una vera e propria rivoluzione, a domandarmi quanto seriamente stessi vivendo la vita. Fra pochi giorni, lo sapete, dovrò essere ricoverato in ospedale per un trapianto di midollo e vi domanderete che cosa c’entra questo col mio esame? Se non fossi del movimento, se non avessi imparato dal movimento a considerare lo studio come una fantastica opportunità di ricerca della verità, di dare un senso alla mia vita e di esprimere un giudizio totale su di essa, già da tempo me ne starei tranquillo, rintanato in casa in attesa del ricovero, Magari avrei letto qualche libro, o il giornale; ma fondamentalmente avrei dissipato le mie giornate nella ricerca passiva e disperata di qualcosa che facesse passare questo tempo di attesa prima della guerra (perché è come andare in guerra). Studiando per l’esame, non è stato il vuoto del tempo a riempire le mie giornate, ma io attraverso me stesso ho riempito esso. Non era il vuoto a dettare il ritmo della mia vita: io l’ho fatto, io sono stato signore e padrone della mia giornata. Studiavo Procedura civile, affrontavo giorno dopo giorno gli argomenti, felice di quel potere che avevo ancora sulla giornata e, in definitiva, sulla mia vita. Se fossi stato inerte ad attendere lo scorrere del tempo, ne sarei rimasto schiavo, mi sarei consumato senza neanche accorgermene. Questo mi rende oggi felice di aver superato Procedura civile, ma già ieri ero orgoglioso di me stesso, mi sentivo realizzato come uomo perché sapevo che stavo sperando contro ogni speranza“.
Il vero cambiamento di ogni organizzazione è dato, sostanzialmente, dal porsi di uomini che fanno esperienza di novità e di un significato vero, bello e buono nella loro vita. Per una possibilità umana, così come è stata sopra descritta, occorre allora che accada l’incontro con una compagnia di uomini in movimento che sia in grado, appunto, di sostenere la persona nel suo percorso educativo e formativo ad un senso pieno dell’esistenza.
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Il lavoro, il suo significato e i suoi riflessi sulle persone
Questo tema attualissimo è al centro di un ciclo di conferenze che LaborLab Academy, la Scuola di alta formazione per gli operatori delle politiche del lavoro dell’I.Re.F. della Regione Lombardia, realizza in sei appuntamenti a partire dal 12 novembre 2008.
Si tratta un’iniziativa a valenza culturale nella quale si intende riprendere e valorizzare, attraverso le forme espressive dell’arte, della musica, del cinema, della letteratura e dell’architettura, il significato antropologico del lavoro. Mai come adesso infatti, alla luce della riforma regionale (legge 22/2006), la persona è protagonista del proprio percorso, dalla formazione all’occupazione, e può scegliere, con l’aiuto degli operatori del settore e delle Istituzioni, di potenziare e valorizzare il proprio talento.
Il secondo appuntamento del ciclo di incontri, tutti in programma a Milano all’Auditorium A.Gaber del Palazzo della Regione Lombardia, si è svolto martedì 9 dicembre 2008 (ore 17.30) ed ha avuto per oggetto il significato del lavoro nel mondo della musica con l’intervento della professoressa Camilla Valori, direttrice di produzione musicale, che ha condotto il pubblico in un ascolto guidato dei “canti del lavoro” dai mestieri più tradizionali alla modernità.
Ho partecipato all’incontro ed ho fatto esperienza della serietà del lavoro di studio e di approfondimento in un contesto significativo, come la Regione Lombardia, di imprenditorialità, di efficienza e di efficacia nel privato come nel pubblico.
Solo una breve riflessione: oggi non si compongono canti sul lavoro e raramente si canta sul lavoro proprio per il fatto che, probabilmente, non si fa “esperienza di lavoro” in termini di significato per la persona e di costruzione positiva del proprio destino e del bene comune. Si producono cose, si svolgono attività ma si fugge dal lavoro per realizzare l’esistenza in altri luoghi sempre più virtuali o, in alternativa, si idolatrizza il lavoro come senso ultimo di superuomini bionici.
Tentativi come il laboratorio possono sostenere una ripresa culturale ed una formazione del popolo dell’intrapresa in azienda e nella P.A.: imprenditori, dirigenti, collaboratori, professionisti.
Per ulteriori informazioni www.laborlab.it
Laborlab Academy
Nasce un laboratorio per qualificare gli operatori pubblici e privati del mercato del lavoro e prepararli ad affrontare le nuove esigenze di un territorio in costante trasformazione.
La Scuola, nella prospettiva di valorizzare il capitale umano, risponde al bisogno di qualificare le competenze professionali degli attori pubblici e privati del mercato del lavoro secondo i principi ispiratori della L.R. 22/2006.
Una Scuola “aperta” che raccoglie le esigenze del contesto lombardo e recepisce le indicazioni e le buone prassi a livello nazionale ed europeo, un laboratorio dinamico che si colloca come osservatorio della società, punto di incontro tra gli operatori del sistema pubblico e privato, strumento di comunicazione per divulgare i principi e gli strumenti della nuova legge regionale sul mercato del lavo