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Archive for the ‘La bellezza del lavoro’ Category

Il senso del Mistero: una voce da Auschwitz

By Bruno Angelini on nov. 20, 2010.

Una voce da Auschwitz

Testimonianza di Liana Millu

Nella lunga strada, che mi condusse dall’ateismo all’agnosticismo, l’acquisizione del senso del mistero fu, io credo, determinante. Ho provato molte volte a identificare i momenti di tale passaggio, ma è impossibile. L’unica cosa che mi è rimasta nettissima nella memoria è il ricordo di un pomeriggio di domenica, in cui non si lavorava; tra la zone delle baracche e la zona dei crematori c’era un grande spiazzo erboso. E mi rivedo, quella domenica, sdraiata sulla terra e fissa a guardare una catena di montagne viola che si profilavano all’orizzonte. Non pensavo a nulla, però mi sentivo affascinata, come se dalle lontane montagne mi raggiungesse qualcosa; e capivo che io ero sì all’ombra dei crematori, ma oltre la pianura e oltre le montagne c’era ancora qualcosa. Insomma, era per me evidente il senso del mistero. Forse quella domenica cominciò a cambiare il mio animo. Per ché ero stata di un ateismo puro, che talora, in certe ore cupe, diventava un ateismo invidioso; proprio così. L’animo, indurito e rattrappito dalle sofferenze, anelava la fede dei credenti, pensava al conforto, all’abbandono che sarebbe stato lasciarsi trascinare dalla corrente di una fede. E me lo scrollavo da dosso quasi con rabbia.
Tuttavia non posso per onestà tacere che proprio laggiù ci fu un breve periodo in cui fui credente, abbandonandomi appunto al desiderio di una fede. Accadde così. Ci alzavamo alle prime ore del mattino, quando era ancora notte, e rimanevamo davanti alla baracche ad aspettare che il cielo schiarisse. Una volta mi sentivo talmente stanca che il bisogno di aiuto era lacerante ed ecco che, guardando il cielo immobile, senza alcune determinazione, mattina dopo mattina, mi vennero alla mente dei versi (io che non avevo mai scritto) che erano effettivamente preghiera: “Fa, o Signore, che io non divenga fumo,/fumo che si dissolve,/fumo in questo cielo straniero;/ma riposare io possa laggiù,/nel mio piccolo cimitero”. Una preghiera, e avevo coscienza di pregare; con quale fervore guardavo quel cielo di morte, ripetendo con fiducia la preghiera, credendo fortemente nell’aiuto di un Essere supremo, onnipotente, misericordioso, che ascoltasse la mia voce supplichevole: “Fa, o Signore, che io non divenga fumo”……..
E’ stato detto che nessuno uscì dai lager come vi era entrato, ed è vero: io entrai atea e ne sono uscita agnostica. Un’agnostica seria, e questa volta non per incoscienza. La domanda ultima: che cosa sarà di me quando il mio corpo giacerà sotto terra?, l’ho ben presente. E come non potrei? La mia vita è ormai così vicina al suo termine! Ma, se il mistero c’è, io lo conoscerò. Questo dà al mio ultimo tratto di strada una serenità appena velata di malinconia.
Cosa rimane delle tante cose che formano il tessuto di una lunga esistenza? Forse che tale tessuto ha seguito una trama che ci rimane misteriosamente celata? Non so e non cerco di saperlo.
So soltanto che, dalla decantazione di tanta vita, emergono due elementi: amore per “nostra madre terra” e compassione, una grande e profonda compassione per la condizione umana.
(Cattedra dei non credenti, Chi è come te fra i muti? L’uomo di fronte al silenzio di Dio. Lezioni promosse e coordinate da Carlo Maria Martini, 1993, Milano, pagg. 85-89)

Il fascino segreto della Sagrada Familia di Gaudì

By Bruno Angelini on nov. 10, 2010.

Editoriale – Quanto vale un pezzo di vetro

Pigi Colognesi – lunedì 8 novembre 2010 – Il sussidiario.net

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2010/11/8/Quanto-vale-un-pezzo-di-vetro/124715/

“Salendo sulle guglie, mi sembrava proprio di immaginarlo, il vecchio Gaudí, che, passeggiando per le strade di Barcellona, si piega a raccogliere un frammento di piatto decorato, buttato via da chissà chi, o il fondo verde scuro di una bottiglia rotta. Mi avevano detto che poi Gaudí li incastonava sulle pareti esterne dell’immensa cattedrale che stava costruendo. Mettendomi in certe angolature potevo vedere il sole che brillava riflettendosi su quei cocci……..

..Per me, la Sagrada Família è tutta in quel gesto con cui un vecchio ormai prossimo alla morte raccoglie un pezzo di vetro e lo dà al muratore perché lo applichi alla parete di una guglia e lo metta esattamente in quella posizione per cui, cadendo o alzandosi, il sole lo possa far risplendere.

Può capitare a tutti di sentirsi inutili, come una bottiglia rotta, buttati via senza alcuna speranza di poter ancora servire a qualcosa. Solo una fede grande come quella dei medievali costruttori di cattedrali riesce ancora a piegarsi curiosa su questo vetro tagliente e dimenticato. Lo guarda e dice: toh che bello! E lo ficca lassù sulla cattedrale, più in alto, magari, di tante pietre ben tornite e un po’ presuntuose. E da lassù il frammento di vetro darà su tutta la costruzione il riflesso del suo irripetibile colore. Anche se è difficile vederlo da vicino.

Eccolo il fascino segreto del capolavoro di Gaudí: nella grande cattedrale cattolica c’è posto per tutti. Nessun particolare è identico all’altro, ogni dettaglio è inequivocabilmente se stesso e nel contempo armoniosamente inserito nel corpo vivo del tutto. Un tutto che vive della variegata polifonia delle diversità; che è ben diversa dalla piatta pianificazione di uno schema….”

Il settimo Comandamento: “Non rubare”

By Bruno Angelini on set. 13, 2010.

Il Settimo Comandamento: “Non rubare”

Di fatto, se noi uomini ubbidissimo a ciò che è iscritto da Dio stesso nella nostra natura umana, la vita, l’universo, sarebbero un paradiso, sarebbero l’evidenza della bellezza divina che crea in ogni momento.

E’ la natura umana e divina dell’uomo che, per manifestarsi nella sua totalità e bellezza, esige una vita conforme a ciò che esprimono i Dieci Comandamenti…

Elementi essenziali:

1. L’universo è una creatura divina, non è opera dell’uomo.

Non rubare significa riconoscere la bellezza dell’universo in tutti i suoi dettagli…

2. La realtà e provvidenziale.

“Non rubare” significa rendersi conto, constatare che tutto ciò che esiste ci viene dato. Significa guardare la realtà come un elemento donato. Niente è tuo ma di Dio creatore. Ciò che è dell’uomo è il lavoro. In altre parole, consolidare il nesso fra la realtà e Dio. Questo Comandamento esige dall’uomo la gratuità e la gratitudine. La gratuità: tutto è dono, anche se è tuo, perché Dio te lo affida come fece con Adamo quando gli affidò tutta la creazione. La gratitudine: se tutto è dono, l’atteggiamento umano ragionevole è la gratitudine. In concreto, si chiama solidarietà, bene comune...La provvidenza è l’anima del Settimo Comandamento. Chi ruba? Chi non vive la gratuità, chi non lavora con gratitudine, ringraziando Dio. Chi chiede come prima cosa “quanto mi dai?”. I ladri più pericolosi sono i taccagni, quelli che calcolano, quelli che si muovono soltanto per denaro, quelli che non diranno mai: “Gli interessi di Dio sono i miei interessi”.

3. La bellezza è necessità ontologica del lavoro umano.

“Non rubare” significa provare il gusto e il desiderio per il lavoro in quanto esigenza costitutiva dell’Io umano…Il lavoro è l’affermazione del nesso che esiste fra la realtà e l’Eterno. Questa consapevolezza definisce il cristianesimo e il cristiano. L’uomo di fede è l’uomo che vive ogni istante all’interno di tale prospettiva. Il vertice del lavoro è la liturgia…

4. L’uso del tempo.

“Non rubare” implica in modo particola e specifico l’uso corretto e intelligente del tempo…IL “non rubare” indica puntualità nel lavoro, l’uso del telefono quando è necessario, l’uso della lingua per quello che serve e non per parlare a sproposito o dire cose inutili ecc….

Altri due aspetti:

a) C’è una scarsa professionalità nello svolgimento del lavoro,

dovuto all’inesistente o scarsa dedizione allo studio durante glia anni trascorsi a scuola, all’università e alla mancanza di impegno nell’aggiornarsi costantemente. E’ una forma sottile di furto, grave perché se da un lato indica la povertà culturale della persona e la sua inevitabile incompetenza, dall’altro danneggia coloro per cui la persona lavora…Oltre alla carenza di professionalità, esiste un orgoglio che induce una persona a ritenersi un genio solo per il fatto di aver ricevuto un attestato…

b) E’ riscontrabile la mancanza di amore per la realtà,

evidenziata dal dio denaro, dall’ossessione per i soldi. Non è la realtà il punto di origine della scelta professionale ma sono i soldi, il successo, il profitto…Rubare è anche ridurre la realtà a un progetto economico e tecnologico incentrato esclusivamente sul successo.

Aldo Trento, (2010) “I dieci comandamenti” , Lindau, Torino, pag. pagg. 63-71

MEETING 2010: “IO HO BISOGNO DI VOI, E PER QUESTO HO BISOGNO DI CRISTO”

By Bruno Angelini on ago. 22, 2010.

Padre Trento – Nella vita ho imparato a domandare

TEMPI – Numero 32/33 – 25 agosto 2010

Siamo abituati a essere come pappagalli, ripetiamo formule, diamo ricette, abbiamo trasformato il cristianesimo in una dottrina, col risultato che per l’uomo moderno ha sempre meno attrattiva. Il cristianesimo è una vita, è la vita, è un Avvenimento, è un incontro che ti cambia l’esistenza. Ma non basta limitarsi all’incontro, è necessario un lavoro personale, possibile sono se viviamo fianco a fianco con Cristo, come i discepoli. E’ un processo lento, che richiede pazienza, fedeltà. Solo col tempo quella che all’inizio era una vibrazione interiore si trasforma in una passione amorevole e definitiva per Cristo. (…)
Un lavoro possibile solo se teniamo sempre aperta la ferita del nostro cuore, se prendiamo sul serio la nostra umanità, se siamo attaccati e appassionati alla realtà. Di recente Cleuza Zerbini mi ha detto: “Se io pretendo di non avere bisogno di nessuno, perché dovrei avere bisogno di Cristo? Per questo mi educo a chiedere, a mendicare, per poter avere sete di Lui. Un esempio. Ogni notte, prima di andare a letto, chiedo a mio marito un bicchiere d’acqua. E non perché stia morendo di sete, ma solo per educare me stessa a domandare. Se non faccio esperienza della necessità umana, non farò mai l’esperienza di Cristo. Come può un uomo obbedire a Cristo, se non obbedisce alla realtà? Io ho bisogno di voi e per questo ha bisogno di Cristo“. (…)
Cristo passa prima di tutto attraverso la cura della propria umanità. Riconoscere le nostre necessità è chiedere. Questa è l’umiltà. Possiamo fare tutto prescindendo da Cristo. Chi trascura la propria umanità non cerca Cristo, ma solo il proprio ego.

Meeting – Edizione 2010

“Quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore”

Domenica 22 agosto 2010 – sabato 28 agosto 2010

http://www.meetingrimini.org/default.asp?id=176

Il mecenatismo degli industriali italiani…….

By Bruno Angelini on lug. 31, 2010.

Il mecenatismo degli industriali, l’unica americanata che qui non “tira”

http://www.tempi.it/opinioni/009554-il-mecenatismo-degli-industriali-l-unica-americanata-che-qui-non-tira

di Giorgio Israel su Tempi del 28/07/2010


Comunque, se pure in ribasso, il capitalismo e gli industriali americani possono vantare una grande tradizione di mecenatismo culturale. Anche l’esistenza di una rete poderosa di università private di altissimo livello sarebbe impensabile senza l’apporto generoso di fondi che ne hanno posto la solida base. Inoltre, per quanto i fondi di ricerca siano soprattutto dedicati al settore applicato, non manca mai una quota riservata alla ricerca di base e anche agli studi “inutili”, come quelli umanistici.

Questa tradizione è inesistente in Italia. È arduo menzionare una biblioteca, un fondo di borse di studio o una cattedra universitaria istituiti con la donazione di un industriale italiano. Per i nostri imprenditori investire in cultura o in un programma di ricerca scientifica che non porti a profitti immediati, è buttare i quattrini dalla finestra. Eppure il mondo imprenditoriale italiano è interessato moltissimo al sistema dell’istruzione, al punto che i quattrini che non concede per attività culturali li investe generosamente per sostenere enti il cui fine è spiegare alla scuola e all’università come devono funzionare. L’ultimo esempio di questo interessamento è dato dalla spasmodica attenzione riservata al disegno di legge di riforma universitaria, e soprattutto all’obbiettivo che le università pubbliche siano gestite da manager esterni cooptati con oscuri meccanismi di “chiara fama”. Si predica l’esigenza di un rigoroso sistema di valutazione dei “prodotti” della ricerca, ma è superfluo dire che i soli sottratti ad ogni valutazione sarebbero proprio i manager controllori.

Va aggiunto che ormai nel nostro paese la parola “ricerca” non significa più “ricerca scientifica”, ma un complesso di attività pratiche volte a realizzare invenzioni o miglioramenti tecnologici di utilità immediata. Inoltre, s’insiste sulla necessità che l’università si leghi al territorio, ovvero alla rete di aziende circostanti. Ma l’università di Harvard non è prestigiosa in quanto è agganciata al mondo produttivo bostoniano, bensì perché ha come referente la ricerca scientifica mondiale. Questo è inconcepibile dalla nostra miope e provinciale cultura industriale: quel che le interessa è fare dell’università il proprio ufficio studi e consulenza tecnica, e per giunta senza metterci un centesimo.


Comunque, se pure in ribasso, il capitalismo e gli industriali americani possono vantare una grande tradizione di mecenatismo culturale. Anche l’esistenza di una rete poderosa di università private di altissimo livello sarebbe impensabile senza l’apporto generoso di fondi che ne hanno posto la solida base. Inoltre, per quanto i fondi di ricerca siano soprattutto dedicati al settore applicato, non manca mai una quota riservata alla ricerca di base e anche agli studi “inutili”, come quelli umanistici.

Questa tradizione è inesistente in Italia. È arduo menzionare una biblioteca, un fondo di borse di studio o una cattedra universitaria istituiti con la donazione di un industriale italiano. Per i nostri imprenditori investire in cultura o in un programma di ricerca scientifica che non porti a profitti immediati, è buttare i quattrini dalla finestra. Eppure il mondo imprenditoriale italiano è interessato moltissimo al sistema dell’istruzione, al punto che i quattrini che non concede per attività culturali li investe generosamente per sostenere enti il cui fine è spiegare alla scuola e all’università come devono funzionare. L’ultimo esempio di questo interessamento è dato dalla spasmodica attenzione riservata al disegno di legge di riforma universitaria, e soprattutto all’obbiettivo che le università pubbliche siano gestite da manager esterni cooptati con oscuri meccanismi di “chiara fama”. Si predica l’esigenza di un rigoroso sistema di valutazione dei “prodotti” della ricerca, ma è superfluo dire che i soli sottratti ad ogni valutazione sarebbero proprio i manager controllori.

Va aggiunto che ormai nel nostro paese la parola “ricerca” non significa più “ricerca scientifica”, ma un complesso di attività pratiche volte a realizzare invenzioni o miglioramenti tecnologici di utilità immediata. Inoltre, s’insiste sulla necessità che l’università si leghi al territorio, ovvero alla rete di aziende circostanti. Ma l’università di Harvard non è prestigiosa in quanto è agganciata al mondo produttivo bostoniano, bensì perché ha come referente la ricerca scientifica mondiale. Questo è inconcepibile dalla nostra miope e provinciale cultura industriale: quel che le interessa è fare dell’università il proprio ufficio studi e consulenza tecnica, e per giunta senza metterci un centesimo.

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