Bruno Angelini » Posts in 'L'arte di governare' category

Partecipare ai lavori del Piano Strategico di Rimini

Vuoi partecipare ai lavori del Piano Strategico di Rimini?

Il Forum del Piano Strategico ha organizzato tre momenti seminariali di approfondimento sul processo di programmazione strategica sui seguenti temi:

Il processo di programmazione strategica: perché - cos’è - come si fa.

25 Novembre 2010 dalle 17.00 alle 19.00
Presso Palazzo del turismo - Sala convegni, P.le Fellini, 3

I contenuti del Piano Strategico di Rimini e del suo territorio: la vision dello sviluppo, le azioni.

9 Dicembre 2010 dalle 17.00 alle 19.00
Presso Palazzo del turismo - Sala convegni, P.le Fellini, 3

Nuove modalità partecipative: aderire ai laboratori tematici e territoriali.

13 Gennaio 2011 dalle 17.00 alle 19.00
Presso Palazzo del turismo - Sala convegni, P.le Fellini, 3

http://www.riminiventure.it//news/pagina170.html

Visini compunti da finti chierichetti: Fazio e Saviano

AVVENIRE 17 NOVEMBRE 2010

LA TV TRIBUNIZIA: CHIESA NEL MIRINO

Nel nuovo tempio un antichissimo livore

DAVIDE RONDONI

Non c’è bisogno di questi visini compunti da finti chierichetti. Forse i nuovi predicatori non capiranno mai la differenza tra il loro predicare e il cristianesimo quanto sussiego. Quanta retorica. E che propensione al predicozzo. Quanto ricorso al tremolare di lacrimuccia sotto i fari tv. Poca storia. Molte chiacchiere e molta furbizia. Molti slogan. La De Filippi in confronto è una dilettante.

«Aria nuova» dicono i vertici di Raitre.
Sarà… Aspettiamo dunque che di questa aria possa godere anche chi non la pensa come i due predicatori Saviano-Fazio. La puntata di lunedì ha avuto un convitato di pietra. Come se i due ‘mattatori’ avessero un complesso grande come una casa. E questo complesso si chiama cristianesimo, si chiama Chiesa.

L’unico bersaglio vero, tenacemente e persino violentemente cercato, è stata infatti la Chiesa. Fatta passare per una realtà assurda che disonora i giusti, asseconda i potenti e i ladri, viola le coscienze e non vuole i poveri tra i piedi. La Chiesa evidentemente va bene, ma solo se la pensa come loro. È insopportabile per questi nuovi ‘giusti’ tribunizi che ci sia qualcuno che non segue il filo così buono, carino, ricercato eppure casual, moderno, ovvio delle loro posizioni. Lo diceva cent’anni fa Newman: non la vogliono eliminare, ma vorrebbero la Chiesa come ancella. E infatti, han trovato qualche prete vanitoso che si è prestato a fare in tv da scendiletto delle loro prediche squinternate e faziose. Un servo vanitoso si trova sempre.

Ma come tutti quelli oppressi da un complesso Saviano e Fazio restano per così dire impigliati, e un poco grotteschi, nel loro agitarsi.
Come quelli che hanno il complesso della statura e mettendosi tacchi evidenziano di più la loro insofferenza. Un che di posticcio come risultato. Di finto. Hanno dato fondo al repertorio più consono a somigliare a custodi di una verità, hanno dato il massimo finendo per diventare in definitiva una brutta caricatura del loro avversario dichiarato. E si è capito che non sono giornalisti - ché non lo sono, evidentemente - non sono solo predicatori, ma possibilmente a vescovi e papi vorrebbero farsi somiglianti, ma non a quelli veri bensì a quelli che spacciano per veri e insolentiscono.
Finendo più volte nel patetico e nel grottesco.
La Rai coi nostri soldi ha permesso loro di celebrare la liturgia dell’attacco fazioso, del pensiero a senso unico su questioni drammatiche e discusse, su ferite aperte per migliaia di famiglie. Ha permesso di pontificare con sussiego su questioni gravi. Forti del successo di share (naturalmente i successi tv sono sporchi e cattivi solo quando li fanno altri e con la massificazione no, loro non c’entrano) ora fanno dire in Rai: era ora che si sperimentassero vie nuove.
Certo, c’è bisogno di nuove piste, di nuove idee. Di volti nuovi. Di nuovi ‘format’. E di «aria nuova». Ma non di questa retorica vecchia di almeno cinquant’anni.

Non c’è bisogno di questi visini compunti da finti chierichetti già veduti mille volte. Non di questi oratori complessati. Non di queste faziose ricostruzioni dei fatti, di questi monologhi da inviato della Giustizia nei salotti tv. Forse i nuovi predicatori non capiranno mai la differenza tra il loro predicare e il cristianesimo. Forse il loro complesso li porta a pensare di essere in questo modo quel che la Chiesa dovrebbe essere. Lo fanno persino (forse) in buona fede, certo non solo per i molti soldi che ci guadagnano. Lo fanno per salvarci tutti. Per rendere tutti migliori. Così da non aver più bisogno del cristianesimo. Di non aver più bisogno della Chiesa.

Perché bastano loro, piacevoli, in primo piano, in quel che hanno deciso essere il nuovo tempio: la tv.
Ma nel luccichio che a tutti compiace i più svegli vedono lo scintillio di uno strano, nuovo e antichissimo livore.

Il fascino segreto della Sagrada Familia di Gaudì

Editoriale - Quanto vale un pezzo di vetro

Pigi Colognesi - lunedì 8 novembre 2010 - Il sussidiario.net

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2010/11/8/Quanto-vale-un-pezzo-di-vetro/124715/

“Salendo sulle guglie, mi sembrava proprio di immaginarlo, il vecchio Gaudí, che, passeggiando per le strade di Barcellona, si piega a raccogliere un frammento di piatto decorato, buttato via da chissà chi, o il fondo verde scuro di una bottiglia rotta. Mi avevano detto che poi Gaudí li incastonava sulle pareti esterne dell’immensa cattedrale che stava costruendo. Mettendomi in certe angolature potevo vedere il sole che brillava riflettendosi su quei cocci……..

..Per me, la Sagrada Família è tutta in quel gesto con cui un vecchio ormai prossimo alla morte raccoglie un pezzo di vetro e lo dà al muratore perché lo applichi alla parete di una guglia e lo metta esattamente in quella posizione per cui, cadendo o alzandosi, il sole lo possa far risplendere.

Può capitare a tutti di sentirsi inutili, come una bottiglia rotta, buttati via senza alcuna speranza di poter ancora servire a qualcosa. Solo una fede grande come quella dei medievali costruttori di cattedrali riesce ancora a piegarsi curiosa su questo vetro tagliente e dimenticato. Lo guarda e dice: toh che bello! E lo ficca lassù sulla cattedrale, più in alto, magari, di tante pietre ben tornite e un po’ presuntuose. E da lassù il frammento di vetro darà su tutta la costruzione il riflesso del suo irripetibile colore. Anche se è difficile vederlo da vicino.

Eccolo il fascino segreto del capolavoro di Gaudí: nella grande cattedrale cattolica c’è posto per tutti. Nessun particolare è identico all’altro, ogni dettaglio è inequivocabilmente se stesso e nel contempo armoniosamente inserito nel corpo vivo del tutto. Un tutto che vive della variegata polifonia delle diversità; che è ben diversa dalla piatta pianificazione di uno schema….”

VIENI OLTRE…RIMINI NEL DESTINO ……

VIENI OLTRE…….RIMINI NEL DESTINO…..

DON GIANCARLO UGOLINI (1929-2009)

“L’amore alla vita, alla realtà, traspare evidente anche dalle interviste che nell’arco di quasi trent’anni, dal 1982 al 2009, ha rilasciato ai quotidiani e periodici locali. In occasione del primo anniversario sono state raccolte in un volume dal titolo “Il caldo abbraccio del Mistero”. Sono interviste legate a circostanze particolari (un evento, un anniversario), eppure a distanza di anni conservano intatta la loro attualità e verità. Il filo rosso che le guida è proprio quel “caldo abbraccio del Mistero” da cui don Ugolini si è lasciato stringere seguendo il carisma di don Giussani “Ho incontrato qualcuno che speravo ci fosse”, disse nella già citata intervista a Settepiù. Questo “abbraccio” è diventato il criterio con cui affrontare ogni aspetto della realtà. “E il giudizio che ne derivava - osserva Carlo Rusconi nella Presentazione - “era sempre sorprendente, mai ovvio né comune, sovente sconcertante”. (Valerio Lessi)

Intervento di Don Giancarlo Ugolini su Il Resto del Carlino Rimini in occasione del cinquantesimo di Cl.  - 20 febbraio 2004

RIMINI NEL DESTINO

Il riferimento introdotto dall’articolo de Il Carlino di martedì scorso al rapporto tra Comunione e Liberazione e Rimini mi ha fatto pensare al positivo contributo che la città ha dato al movimento in questo mezzo secolo di storia. Ho in mente, in particolare, tre fatti precisi.
Primo: quel treno su cui don Giussani nel 1954 incontrò alcuni giovani rimanendo colpito dalla loro lontananza dalla Chiesa, incontro che gli suggerì la decisione di dedicarsi al lavoro educativo da cui poi scaturì GS, quel treno era diretto a Rimini, meta di una breve vacanza.
Secondo: don Giussani mi ha sempre confidato di apprezzare molto la sensibilità romagnola, di ritenerla confacente al suo carisma, di vedere a Rimini una sorta di “intelligenza calda” delle cose, fatta di ragionevolezza e di adesione cordiale alla realtà. Nell’esperienza di Cl, ragione e affezione sono i cardini della conoscenza, base, aggiungo io, di quel senso particolare, genuino, dell’ospitalità che qualifica la riviera, facendola preferire ad altri luoghi, e che mi auguro possa conservarsi ancora nel tempo.
Terzo: la struttura della città e la sua vocazione naturale hanno senza dubbio favorito una puntuale accoglienza dei momenti più significativi della vita di Cl a livello nazionale.

Ho voluto portare questi esempi per testimoniare quanto Rimini sia stata importante per il movimento fin dalle origini e, poi, nel corso del tempo.

Un rapporto reciproco, certo. In questi 50 anni di storia, Cl, movimento ecclesiale, ha avuto soprattutto una preoccupazione, qui come altrove: sviluppare - per tentativi, per continue approssimazioni - il proprio scopo di “strada” (come ha detto il Papa) per una educazione cristiana matura, e di collaborazione alla missione della Chiesa in tutti gli ambiti della società contemporanea.

Non ha sfornato progetti, ma ha cercato di generare esperienza umana, persone capaci di stare nella vita, nel lavoro, nella professione, nella famiglia, negli ambiti civili, anche nelle difficoltà e nelle prove, con una radice di novità umana suscitata dall’incontro con Cristo. Credo che questa “umanità”, pur con tutti gli inevitabili limiti, abbia anche prodotto - sempre implicandosi la diretta responsabilità delle persone - significativi strumenti di risposta ai bisogni, ad esempio nei campi dell’educazione, della cultura, dell’assistenza, dell’imprenditoria.

Ma sempre con la coscienza che tutto questo correrebbe il rischio di essere vano, oppure semplicemente ideologico, se non fosse sorretto dalla certezza che l’avvenimento cristiano è oggi, adesso, nel presente, la risposta affascinante e concreta al desiderio di felicità e di realizzazione dell’uomo.
Il contributo che Cl ha voluto e intende continuare a portare a Rimini - in una realtà per molti versi anche complicata e complessa - è anzitutto a questo livello: educare persone con questa certezza, perché possano esprimere, là dove sono chiamate a vivere, un punto di novità, di cambiamento umano, e cooperare in virtù di questo al bene della città.

Ciò che oggi, come 50 anni fa, abbiamo da dire e da offrire a tutti è questo, grati a Rimini, ai riminesi e alla Chiesa locale per la storia comune che ci è stato dato di vivere.

Don Giancarlo Ugolini

Il settimo Comandamento: “Non rubare”

Il Settimo Comandamento: “Non rubare”

Di fatto, se noi uomini ubbidissimo a ciò che è iscritto da Dio stesso nella nostra natura umana, la vita, l’universo, sarebbero un paradiso, sarebbero l’evidenza della bellezza divina che crea in ogni momento.

E’ la natura umana e divina dell’uomo che, per manifestarsi nella sua totalità e bellezza, esige una vita conforme a ciò che esprimono i Dieci Comandamenti…

Elementi essenziali:

1. L’universo è una creatura divina, non è opera dell’uomo.

Non rubare significa riconoscere la bellezza dell’universo in tutti i suoi dettagli…

2. La realtà e provvidenziale.

“Non rubare” significa rendersi conto, constatare che tutto ciò che esiste ci viene dato. Significa guardare la realtà come un elemento donato. Niente è tuo ma di Dio creatore. Ciò che è dell’uomo è il lavoro. In altre parole, consolidare il nesso fra la realtà e Dio. Questo Comandamento esige dall’uomo la gratuità e la gratitudine. La gratuità: tutto è dono, anche se è tuo, perché Dio te lo affida come fece con Adamo quando gli affidò tutta la creazione. La gratitudine: se tutto è dono, l’atteggiamento umano ragionevole è la gratitudine. In concreto, si chiama solidarietà, bene comune...La provvidenza è l’anima del Settimo Comandamento. Chi ruba? Chi non vive la gratuità, chi non lavora con gratitudine, ringraziando Dio. Chi chiede come prima cosa “quanto mi dai?”. I ladri più pericolosi sono i taccagni, quelli che calcolano, quelli che si muovono soltanto per denaro, quelli che non diranno mai: “Gli interessi di Dio sono i miei interessi”.

3. La bellezza è necessità ontologica del lavoro umano.

“Non rubare” significa provare il gusto e il desiderio per il lavoro in quanto esigenza costitutiva dell’Io umano…Il lavoro è l’affermazione del nesso che esiste fra la realtà e l’Eterno. Questa consapevolezza definisce il cristianesimo e il cristiano. L’uomo di fede è l’uomo che vive ogni istante all’interno di tale prospettiva. Il vertice del lavoro è la liturgia…

4. L’uso del tempo.

“Non rubare” implica in modo particola e specifico l’uso corretto e intelligente del tempo…IL “non rubare” indica puntualità nel lavoro, l’uso del telefono quando è necessario, l’uso della lingua per quello che serve e non per parlare a sproposito o dire cose inutili ecc….

Altri due aspetti:

a) C’è una scarsa professionalità nello svolgimento del lavoro,

dovuto all’inesistente o scarsa dedizione allo studio durante glia anni trascorsi a scuola, all’università e alla mancanza di impegno nell’aggiornarsi costantemente. E’ una forma sottile di furto, grave perché se da un lato indica la povertà culturale della persona e la sua inevitabile incompetenza, dall’altro danneggia coloro per cui la persona lavora…Oltre alla carenza di professionalità, esiste un orgoglio che induce una persona a ritenersi un genio solo per il fatto di aver ricevuto un attestato…

b) E’ riscontrabile la mancanza di amore per la realtà,

evidenziata dal dio denaro, dall’ossessione per i soldi. Non è la realtà il punto di origine della scelta professionale ma sono i soldi, il successo, il profitto…Rubare è anche ridurre la realtà a un progetto economico e tecnologico incentrato esclusivamente sul successo.

Aldo Trento, (2010) “I dieci comandamenti” , Lindau, Torino, pag. pagg. 63-71

La questione meridionale

Luigi Amicone da Tempi 31 agosto 2010

C’è un Sud che vive di inefficienza, clientelismo e spreco sulla pelle dei cittadini e costringe gli ammalati a farsi curare negli ospedali del Nord. Ecco i dati che tracciano una diagnosi impietosa per la sanità del Mezzogiorno

http://www.tempi.it/interni/009680-e-questa-l-italia-unita


Eccola, la questione meridionale
Ed ecco infine le conclusioni che - ammesso e non concesso che le condizioni “politiche” intorno al governo Berlusconi lo consentiranno - dovranno diventare materia di riflessione e di elaborazione dei decreti attuativi in materia di federalismo fiscale.

Esiste una “questione meridionale” in sanità e più in generale nell’area socio assistenziale così sintetizzabile: 1. Disavanzi “strutturali (differenziale assegnazione di risorse-costi) in sanità nelle Regioni Abruzzo, Molise, Lazio, Campania, Calabria, Puglia e Sicilia attorno ai 4 miliardi di euro l’anno. 2. Per effetto di tali disavanzi la tassazione regionale aggiuntiva (Irap, addizionali Irpef ecc…) ha spesso toccato il massimo consentito e sostenibile dalla collettività sottraendo risorse ai consumi, investimenti in altri settori, sia sul versante privato che pubblico. 3. I piani di rientro monitorati dal tavolo preposto, finora non hanno arginato la spesa e invertito il modello assistenziale ospedalocentrico. 4. Si è reso necessario procedere al commissariamento e sub commissariamento di Abruzzo, Molise, Lazio, Campania e Calabria. 5. Si registra, pertanto, un sostanziale “fallimento” delle politiche sanitarie ed assistenziali delle Regioni citate, incapaci con i mezzi propri di uscire dalla palude dell’immobilismo, del clientelismo, talvolta delle infiltrazioni malavitose. 6. I livelli assistenziali (Lea) non vengono garantiti nonostante la maggiore spesa. Si riscontrano inoltre, episodi crescenti di “malasanità”. 7. Gli investimenti languono per ritardi nei progetti, appalti, percorsi amministrativi. 8. La contabilità del sistema Sud è altamente inaffidabile, idem per i flussi dei dati gestionali di outcome sanitario. Se non si conosce non si governa e tanto meno si programma. La soluzione di tutto ciò, si capisce, non prevede scorciatoie di marca giustizialista. Anzi, c’è da temere, come nel caso del polverone alzato dall’ex pm e ora eurodeputato Luigi De Magistris in Calabria, che l’uso scandalistico delle inchieste al Sud sia utile solo per ottenere il risultato opposto a quello agognato. E cioè l’indignazione e il «bisogna cambiare tutto - come dice il principe Tancredi nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa- per non cambiare nulla». D’altra parte, anche il federalismo fiscale non potrà essere, di per sé, la panacea di tutti i mali. Come spiega a Tempi il professor Luca Antonini, presidente della commissione tecnica varata sotto il governo Berlusconi nel maggio 2009, l’Italia, specialmente il Mezzogiorno, visto lo stato prefallimentare in cui versa, ha oggi bisogno più che mai di un grande piano di educazione dei giovani, di formazione di nuove figure professionali e della selezione di una nuova classe dirigente.
Tremonti e Fitto stanno lavorando a una ricognizione e a una nuova azione che potrà permettere di sbloccare le ingentissime risorse dei fondi Fas oggi ultizzate solo per micro progetti e in gran parte non impegnate. Un vero e proprio piano Marshall che potrà garantire al Mezzogiorno lo sviluppo di quelle infrastrutture di cui ha un vitale bisogno. Opporsi a questo in nome della rivendicazione di un vetero assistenzialismo vuol dire la fine della possibilità di uno sviluppo imprenditoriale del Sud: ormai tra assistenzialismo e imprenditori del Sud, come ha affermato recentemente Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia, esiste un vero e proprio pesante conflitto di interessi.

Lo spettacolo è il popolo del Meeting che ama la “res publica”

A lato dell’incontro al Meeting di mercoledì 25 agosto: “DENTRO LA CRISI, OLTRE LA CRISI”

Partecipano: Paolo Scaroni, Amministratore Delegato di Eni; Giulio Tremonti, Ministro dell’Economia e delle Finanze. Introduce Bernhard Scholz, Presidente Compagnia delle Opere

“I tecnici, i tecnologi, i tecnolatri, i tecnofagi, i tecnofili, i tecnocrati, i tecnopani si lamentano di essere incompresi, di essere criticati. Si lamentano dell’ingratitudine di quella gente per la quale lavorano e della quale vogliono la felicità. Non basta loro occupare tutti i posti dell’Amministrazione e dello Stato: avere tutti gli stanziamenti…Non basta accrescere le speranze delle masse annunciando la penicillina o l’automazione…Non basta essere circondati di onori e che sia tra loro che si scelgono i famosi “Saggi” di cui si ha tanto bisogno. Non basta che in ogni luogo e in ogni riunione la loro parola sia legge. Perché essi sono allo stesso tempo coloro che sanno e coloro che agiscono. Non basta loro essere al di là del bene e del male, perché la necessità del progresso non è sottoposta a vere contingenze. Non basta, infine, avere una buona coscienza, sapere che fanno parte della parte giusta, dalla parte della Giustizia e della Felicità, avere davanti un percorso umano perfettamente chiaro e tracciato, senza dubbi, arretramenti, scrupoli, esitazioni né rimorsi. No, tutto ciò non basta. Vogliono ancora una cosa: la palma del martirio e la consacrazione della Virtù trionfante al dragone onnipotente e velenoso“. (J.L. Porquet(2008) “Jaques Ellul, l’uomo che aveva previsto (quasi) tutto”, Jaca Book, Milano, pag. 100)

Aveva ragione Fontolan: “Sarebbe bello lo facessero al prossimo Meeting di Rimini, dove in tanti come tutti gli anni vogliono partecipare: quale migliore opportunità per i Tremonti, i Calderoli, i Letta, i Maroni e tutti gli altri ministri e governatori e sindaci per confrontare con un popolo che ama la “res publica” le loro idee per l’Italia? Vorremmo tornare a respirare un po’ di vecchia, sana politica”. Che tristezza e che senso di responsabilità di adulto, suscitate dall’essere a fianco a una ragazzina, mentre ascoltavamo Tremonti e Scaroni che, come altre centinaia o migliaia di suoi coetanei, era tutta protesa a carpire qualche parola importante per la propria vita. La pagina è restata quasi vuota, solo qualche scarabocchio! Lo spettacolo vero è l’educazione e l’ospitalità del popolo del Meeting. Mi riferisco, pensando all’incontro, in particolare agli amici del Sud e a coloro che operano nella Pubblica Amministrazione.

Il «di più» di chi crede in Gesù - Morti da cristiani: ricordiamoci perché

AVVENIRE - 14 agosto 2010

Il «di più» di chi crede in Gesù  - Morti da cristiani: ricordiamoci perché

No, non dimentichiamoli subito, anche se è agosto, i cristiani “giustiziati” in Afghanistan dai taleban. Stavano dando aiuto generoso e gratuito a degli stranieri sconosciuti solo perché questi ultimi ne avevano - e ne hanno - estremo bisogno. Lo stavano facendo a rischio della propria vita, questi occidentali (dentisti, oculisti, infermieri…) nelle più sperdute contrade afghane. Erano volontari che avevano abbandonato tutto, casa, famiglia, sicurezza, carriera, per darsi agli altri “senza se e senza ma”. Veri cristiani, non controfigure. Come don Santoro, come monsignor Padovese, come l’incessante teoria di credenti in Cristo che vanno arricchendo - anche in questo secolo Ventunesimo - la storia gloriosa di chi ama il prossimo «come se stesso», fino al sacrificio. Facile a dirsi, eroico a farsi. E sono questi gli uomini e le donne di cui il mondo ha maggior bisogno. Essi sono stati (e molti di loro ancora sono) vivi e operanti «in mezzo» a noi, nel nostro «mondo», come sta scritto. E, come sta scritto, il mondo non li ha riconosciuti e non li riconosce.

A pochi giorni dal massacro, la notizia sta già rapidamente sparendo dalle cronache, riprecipitate subito nel pozzo nero delle solite chiacchiere estive, o peggio. Da noi come all’estero, compresi i Paesi d’origine degli assassinati (la cui stampa è sempre così inflessibile quando si tratta di denunciare i “cattivi” cristiani, che pure non mancano).

Cose che accadono ai cristiani veri , quelle appena accadute in Afghanistan, si sa. È “normale”: è questo, in fondo, il retropensiero generale (non escluso quello di non pochi fratelli in Cristo) che sta alla base di quest’indifferenza così diffusa, così offensiva della verità, così dannosa proprio per chi più la pratica. Chiediamoci solo: se a restare vittime di questa barbarie fossero stati, ammesso che possano esistere, dei musulmani, le reazioni sarebbero state altrettanto contenute? Che ne avrebbero detto e scritto non solo al-Jazeera e media arabo-islamici assortiti, ma anche il circo politico-ideologico e mass mediatico del gran mondo politicamente corretto? Come minimo , staremmo ancora qui tutti a ragionare e tremare per le “imprevedibili” ma universalmente considerate “comprensibili ” reazioni dei compagni di fede degli uccisi che risulterebbero inguaribilmente “offesi”.

Certo, stiamo parlando di un’ipotesi remota. È un’evenienza non prevista - né verificabile nella storia antica e presente - l’impegno di volontari musulmani che, senza voler nulla in cambio, offrono medicine, istruzione, cure, cibo e la loro stessa vita per degli stranieri, per persone di un’altra fede religiosa. Non a caso, dal mondo musulmano, anche da quello più aperto, ben poche voci (quasi nessuna) si sono alzate per deplorare questo e altri analoghi massacri, per esprimere solidarietà e partecipazione al dolore delle famiglie e dei Paesi colpiti. Non a caso, non esiste una “Caritas” musulmana, che dà tutto a tutti senza chiedere il certificato di battesimo o altri documenti di identità comune.

Annoto questo, non per riaccendere inutilmente pericolose e sterili rivalità, ma solo per amore di verità. Solo per ricordare, a chi pervicacemente e stupidamente vuole dimenticarlo, l’enorme valore umano e culturale cresciuto grazie a quelle preziose «radici cristiane» che la parte più vuota dell’Occidente si affanna a voler cancellare dalla storia nostra e del mondo intero. Una pulsione follemente in perdita per tutti, senza distinzione.
Gabriella Sartori

PER UNA POLITICA NAZIONALE E LOCALE

Roberto Fontolan - giovedì 12 agosto 2010

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2010/8/12/Elogio-della-vecchia-politica/105666/

E poi si continua a sostenere che la vecchia politica, altrimenti detta “Prima repubblica”, era peggio. Ma oggi possiamo ricordare con nostalgia le lotte leonine tra Craxi e De Mita, condotte a viso aperto e con vigore ideologico. E la bagarre democristiani-comunisti dei primi anni ‘70 o quella comunisti-socialisti degli anni ‘80. (…)

All’epoca la gestione anche feroce del potere era accompagnata da cultura istituzionale raffinata e da un interesse profondo per le questioni fondamentali di contenuto - si pensi a una Dc lombarda riunita ad ascoltare don Giussani.

Nel passaggio dalla Prima alla Seconda repubblica tutto quel mondo, che certo presentava crepe e scricchiolii, doveva venire soppiantato da un moderno riformismo liberale e dalle sue parole d’ordine: drastica riduzione dello Stato, meno tasse, libertà individuali e imprenditoriali, meritocrazia.

Ma col senno di poi avremmo imparato che il fervore politico di quella fase era l’ultimo lascito del mondo vecchio, non l’alba di quello nuovo, che alla fine non abbiamo ancora visto. Qualche giorno fa, quindici anni dopo quella stagione di rivoluzioni annunciate, Angelo Panebianco sul Corriere della Sera ha posto un tema di nevralgico interesse mettendo a confronto le tre prospettive di sistema che ancora oggi si confrontano confusamente: presidenzialismo, parlamentarismo, federalismo.

Quindici anni dopo, cioè, i nodi non sono sciolti, ed è preoccupante rilevarlo, ma è soprattutto triste notare che nessuno dei nostri leader politici ha ritenuto interessante intervenire sull’argomento, impugnare una riflessione, dichiarare una prospettiva, esprimere una idea di nazione (sembrano troppo presi dalla madre di tutti i regolamenti di conti, a colpi di Dagospia, e dalla corsa alla ricollocazione dei dirigenti Rai).

Sarebbe bello lo facessero al prossimo Meeting di Rimini, dove in tanti come tutti gli anni vogliono partecipare: quale migliore opportunità per i Tremonti, i Calderoli, i Letta, i Maroni e tutti gli altri ministri e governatori e sindaci per confrontare con un popolo che ama la “res publica” le loro idee per l’Italia? Vorremmo tornare a respirare un po’ di vecchia, sana politica.

MEETING RIMINI: UN PEZZO DI TERRA D’INCONTRI E DI RELAZIONI

Meeting – Edizione 2010 “Quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore”

Domenica 22 agosto 2010 – sabato 28 agosto 2010

«Quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore»: questo il titolo della prossima edizione della manifestazione, che cercherà di documentare come in ogni uomo sia presente un insopprimibile desiderio di bene, di verità, di giustizia e di bellezza che spinge al lavoro, alla ricerca, alla costruzione della convivenza tra gli uomini.

L’esperienza trentennale della manifestazione testimonia quanto sia attuabile la mission individuata dal “Forum Rimini Venture” per la città di Rimini ed il suo territorio espressa in termini di “Rimini terra d’incontri e delle relazioni” e come ciò possa rappresentare anche il motore di una nuova e stupenda fase di sviluppo economico.

Allo stesso modo nell’esperienza del Meeting risulta sperimentabile la vision proposta individuata nel “porre al centro la persona e le manifestazioni sociali con cui essa si esprime” e come ciò possa essere “in grado di ridefinire il nucleo fondativo di una nuova antropologia della relazione, destinata a cambiare nel profondo il paesaggio umano della città, mettendo in relazione le diverse culture e le diverse visioni con la volontà di armonizzarle in una nuova convivialità delle differenze”.

“Con le sue quasi 800.000 presenze il Meeting di Rimini - che dal 1980 ha luogo ogni anno, in una settimana della seconda metà di agosto - è il festival estivo di incontri, mostre, musica e spettacolo più frequentato del mondo. Si tratta di una realtà unica nel suo genere: una fondazione che da 30 anni si propone di creare occasioni di incontro tra persone di fedi e culture diverse, nella certezza che luoghi di amicizia fra gli uomini possano essere l’inizio della costruzione della pace, della convivenza e del bene comune.(…)

Questa posizione umana e culturale, che ha origine nell’appartenenza all’esperienza cristiana, è stata in questi anni capace di un’apertura testimoniata dalle personalità più significative della scena mondiale .(…)

Al di sopra di ogni diversità, l’esperienza elementare dell’uomo si rivela come il terreno comune per l’incontro e il dialogo. Non il dubbio sull’identità, ma la certezza, spalanca la persona alla scoperta e al riconoscimento di tutto ciò che è bello e buono, e così il Meeting è diventato un luogo dove l’altro non è innanzitutto qualcuno da combattere, ma un aiuto a scoprire la verità che corrisponde alle esigenze più profonde dell’uomo.”

(Vai al Sito del Meeting )