•
ANNO ACCADEMICO 2011-2012: IL FUTURO E’ STUDIARE E LAVORARE CONSAPEVOLI DI UN DESTINO BUONO AVENDO A CUORE SE STESSI E VIVENDO CON IL CUORE IN MANO….
Una sera, finita la giornata di lavoro, mi hanno chiesto di sistemare un carico di casse d’acqua e di vino appena arrivate. Si trattava di portarle in magazzino, uno scantinato buio cui si accedeva solo per una scala ripidissima: io piangevo e stavo male. E’ nata lì - ce l’ho davanti come fosse adesso - la mia scoperta della letteratura (e tra l’altro la scoperta del perché valesse la pena studiare a memoria……Dunque, stavo scendendo queste scale e a metà della discesa vengo folgorato da una terzina di Dante: improvvisamente mi viene in mente una di quegli aborriti pezzetti della Divina Commedia che avevo studiato a memoria. E’ il brano dove Dante incontra il trisavolo Cacciaguida, che profetandogli l’esilio - proprio come me, lontano da casa - gli dice: “Tu proverai si come si sale/lo pane altrui [come è amaro il pane dell'esilio], e come è duro calle [sentiero]/lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale”. Sono rimasto di sasso, per la prima volta ho pianto di contentezza, nel senso che il primo pensiero che ho avuto è stato: Dante, seicento anni prima di me, ha descritto in una terzina, in modo perfetto, quello che provavo io allora. E’ stata una gioia irrefrenabile, mi sono detto: parla di me. Non avevo mai capito perché dovessi studiare la Divina Commedia, e scopro che parla di me: questo è il supremo interesse per tutto ciò che si studia…..Sono tornato a casa e mi sono messo a leggere in un modo irrefrenabile, a studiare proprio; improvvisamente mi piaceva, è come se la noia che avevo provato l’anno prima fosse stata spazzata via.
F.Nembrini, (2011), “Di Padre in Figlio. Conversazioni sul rischio di educare.”, Ares, Milano, pagg. 193-194
Io capivo che il mio lavoro di insegnante sarebbe stato quello di farli innamorare dello studio, far nascere in loro la passione di studiare, di leggere. Allora il più delle volte iniziavo l’anno con la Lettera a Francesco Vettori di Machiavelli: “….Venuta la sera, mi ritorno a casa, et entro nel mio scrittoio…..et rivestito con decentemente [adeguatamente vestito] entro nelle antique corti degli antiqui homini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che sulum è mio, et che io nacqui per lui [...Quel cibo per cui siamo venuti al mondo, per conoscere la realtà, amarla e servirla (servirla si capisce da grandi)]. Dove io non mi vergogno parlare con loro.
Ecco, questo è lo studio: parlare con della gente, interloquire con degli “antichi uomini”, con i saggi che ci hanno preceduto, che hanno avuto la stessa domanda. Come per me sulle scale con Dante: interrogare gli uomini grandi che ci hanno preceduto e vedere i loro tentativo…Domandare ragione delle loro azioni, e quelli, per la loro umanità, mi rispondono; per la loro umanità, cioè per l’elemento che abbiamo in comune, il cuore…Ecco, studiare è questo. Una interlocuzione con gli antichi, che però presuppone che tu abbia a cuore te stesso, abbia cura di te stesso, che tu viva con il tuo cuore in mano...
F.Nembrini, (2011), “Di Padre in Figlio. Conversazioni sul rischio di educare.”, Ares, Milano, pagg. 202-203
nembrini-di-padre-in-figlio
•
Una voce da Auschwitz
Testimonianza di Liana Millu
Nella lunga strada, che mi condusse dall’ateismo all’agnosticismo, l’acquisizione del senso del mistero fu, io credo, determinante. Ho provato molte volte a identificare i momenti di tale passaggio, ma è impossibile. L’unica cosa che mi è rimasta nettissima nella memoria è il ricordo di un pomeriggio di domenica, in cui non si lavorava; tra la zone delle baracche e la zona dei crematori c’era un grande spiazzo erboso. E mi rivedo, quella domenica, sdraiata sulla terra e fissa a guardare una catena di montagne viola che si profilavano all’orizzonte. Non pensavo a nulla, però mi sentivo affascinata, come se dalle lontane montagne mi raggiungesse qualcosa; e capivo che io ero sì all’ombra dei crematori, ma oltre la pianura e oltre le montagne c’era ancora qualcosa. Insomma, era per me evidente il senso del mistero. Forse quella domenica cominciò a cambiare il mio animo. Per ché ero stata di un ateismo puro, che talora, in certe ore cupe, diventava un ateismo invidioso; proprio così. L’animo, indurito e rattrappito dalle sofferenze, anelava la fede dei credenti, pensava al conforto, all’abbandono che sarebbe stato lasciarsi trascinare dalla corrente di una fede. E me lo scrollavo da dosso quasi con rabbia.
Tuttavia non posso per onestà tacere che proprio laggiù ci fu un breve periodo in cui fui credente, abbandonandomi appunto al desiderio di una fede. Accadde così. Ci alzavamo alle prime ore del mattino, quando era ancora notte, e rimanevamo davanti alla baracche ad aspettare che il cielo schiarisse. Una volta mi sentivo talmente stanca che il bisogno di aiuto era lacerante ed ecco che, guardando il cielo immobile, senza alcune determinazione, mattina dopo mattina, mi vennero alla mente dei versi (io che non avevo mai scritto) che erano effettivamente preghiera: “Fa, o Signore, che io non divenga fumo,/fumo che si dissolve,/fumo in questo cielo straniero;/ma riposare io possa laggiù,/nel mio piccolo cimitero”. Una preghiera, e avevo coscienza di pregare; con quale fervore guardavo quel cielo di morte, ripetendo con fiducia la preghiera, credendo fortemente nell’aiuto di un Essere supremo, onnipotente, misericordioso, che ascoltasse la mia voce supplichevole: “Fa, o Signore, che io non divenga fumo”……..
E’ stato detto che nessuno uscì dai lager come vi era entrato, ed è vero: io entrai atea e ne sono uscita agnostica. Un’agnostica seria, e questa volta non per incoscienza. La domanda ultima: che cosa sarà di me quando il mio corpo giacerà sotto terra?, l’ho ben presente. E come non potrei? La mia vita è ormai così vicina al suo termine! Ma, se il mistero c’è, io lo conoscerò. Questo dà al mio ultimo tratto di strada una serenità appena velata di malinconia.
Cosa rimane delle tante cose che formano il tessuto di una lunga esistenza? Forse che tale tessuto ha seguito una trama che ci rimane misteriosamente celata? Non so e non cerco di saperlo.
So soltanto che, dalla decantazione di tanta vita, emergono due elementi: amore per “nostra madre terra” e compassione, una grande e profonda compassione per la condizione umana.
(Cattedra dei non credenti, Chi è come te fra i muti? L’uomo di fronte al silenzio di Dio. Lezioni promosse e coordinate da Carlo Maria Martini, 1993, Milano, pagg. 85-89)
•
AVVENIRE 17 NOVEMBRE 2010
LA TV TRIBUNIZIA: CHIESA NEL MIRINO
Nel nuovo tempio un antichissimo livore
DAVIDE RONDONI
Non c’è bisogno di questi visini compunti da finti chierichetti. Forse i nuovi predicatori non capiranno mai la differenza tra il loro predicare e il cristianesimo quanto sussiego. Quanta retorica. E che propensione al predicozzo. Quanto ricorso al tremolare di lacrimuccia sotto i fari tv. Poca storia. Molte chiacchiere e molta furbizia. Molti slogan. La De Filippi in confronto è una dilettante.
«Aria nuova» dicono i vertici di Raitre.
Sarà… Aspettiamo dunque che di questa aria possa godere anche chi non la pensa come i due predicatori Saviano-Fazio. La puntata di lunedì ha avuto un convitato di pietra. Come se i due ‘mattatori’ avessero un complesso grande come una casa. E questo complesso si chiama cristianesimo, si chiama Chiesa.
L’unico bersaglio vero, tenacemente e persino violentemente cercato, è stata infatti la Chiesa. Fatta passare per una realtà assurda che disonora i giusti, asseconda i potenti e i ladri, viola le coscienze e non vuole i poveri tra i piedi. La Chiesa evidentemente va bene, ma solo se la pensa come loro. È insopportabile per questi nuovi ‘giusti’ tribunizi che ci sia qualcuno che non segue il filo così buono, carino, ricercato eppure casual, moderno, ovvio delle loro posizioni. Lo diceva cent’anni fa Newman: non la vogliono eliminare, ma vorrebbero la Chiesa come ancella. E infatti, han trovato qualche prete vanitoso che si è prestato a fare in tv da scendiletto delle loro prediche squinternate e faziose. Un servo vanitoso si trova sempre.
Ma come tutti quelli oppressi da un complesso Saviano e Fazio restano per così dire impigliati, e un poco grotteschi, nel loro agitarsi.
Come quelli che hanno il complesso della statura e mettendosi tacchi evidenziano di più la loro insofferenza. Un che di posticcio come risultato. Di finto. Hanno dato fondo al repertorio più consono a somigliare a custodi di una verità, hanno dato il massimo finendo per diventare in definitiva una brutta caricatura del loro avversario dichiarato. E si è capito che non sono giornalisti - ché non lo sono, evidentemente - non sono solo predicatori, ma possibilmente a vescovi e papi vorrebbero farsi somiglianti, ma non a quelli veri bensì a quelli che spacciano per veri e insolentiscono.
Finendo più volte nel patetico e nel grottesco.
La Rai coi nostri soldi ha permesso loro di celebrare la liturgia dell’attacco fazioso, del pensiero a senso unico su questioni drammatiche e discusse, su ferite aperte per migliaia di famiglie. Ha permesso di pontificare con sussiego su questioni gravi. Forti del successo di share (naturalmente i successi tv sono sporchi e cattivi solo quando li fanno altri e con la massificazione no, loro non c’entrano) ora fanno dire in Rai: era ora che si sperimentassero vie nuove.
Certo, c’è bisogno di nuove piste, di nuove idee. Di volti nuovi. Di nuovi ‘format’. E di «aria nuova». Ma non di questa retorica vecchia di almeno cinquant’anni.
Non c’è bisogno di questi visini compunti da finti chierichetti già veduti mille volte. Non di questi oratori complessati. Non di queste faziose ricostruzioni dei fatti, di questi monologhi da inviato della Giustizia nei salotti tv. Forse i nuovi predicatori non capiranno mai la differenza tra il loro predicare e il cristianesimo. Forse il loro complesso li porta a pensare di essere in questo modo quel che la Chiesa dovrebbe essere. Lo fanno persino (forse) in buona fede, certo non solo per i molti soldi che ci guadagnano. Lo fanno per salvarci tutti. Per rendere tutti migliori. Così da non aver più bisogno del cristianesimo. Di non aver più bisogno della Chiesa.
Perché bastano loro, piacevoli, in primo piano, in quel che hanno deciso essere il nuovo tempio: la tv.
Ma nel luccichio che a tutti compiace i più svegli vedono lo scintillio di uno strano, nuovo e antichissimo livore.
•
Il Settimo Comandamento: “Non rubare”
Di fatto, se noi uomini ubbidissimo a ciò che è iscritto da Dio stesso nella nostra natura umana, la vita, l’universo, sarebbero un paradiso, sarebbero l’evidenza della bellezza divina che crea in ogni momento.
E’ la natura umana e divina dell’uomo che, per manifestarsi nella sua totalità e bellezza, esige una vita conforme a ciò che esprimono i Dieci Comandamenti…
Elementi essenziali:
1. L’universo è una creatura divina, non è opera dell’uomo.
Non rubare significa riconoscere la bellezza dell’universo in tutti i suoi dettagli…
2. La realtà e provvidenziale.
“Non rubare” significa rendersi conto, constatare che tutto ciò che esiste ci viene dato. Significa guardare la realtà come un elemento donato. Niente è tuo ma di Dio creatore. Ciò che è dell’uomo è il lavoro. In altre parole, consolidare il nesso fra la realtà e Dio. Questo Comandamento esige dall’uomo la gratuità e la gratitudine. La gratuità: tutto è dono, anche se è tuo, perché Dio te lo affida come fece con Adamo quando gli affidò tutta la creazione. La gratitudine: se tutto è dono, l’atteggiamento umano ragionevole è la gratitudine. In concreto, si chiama solidarietà, bene comune...La provvidenza è l’anima del Settimo Comandamento. Chi ruba? Chi non vive la gratuità, chi non lavora con gratitudine, ringraziando Dio. Chi chiede come prima cosa “quanto mi dai?”. I ladri più pericolosi sono i taccagni, quelli che calcolano, quelli che si muovono soltanto per denaro, quelli che non diranno mai: “Gli interessi di Dio sono i miei interessi”.
3. La bellezza è necessità ontologica del lavoro umano.
“Non rubare” significa provare il gusto e il desiderio per il lavoro in quanto esigenza costitutiva dell’Io umano…Il lavoro è l’affermazione del nesso che esiste fra la realtà e l’Eterno. Questa consapevolezza definisce il cristianesimo e il cristiano. L’uomo di fede è l’uomo che vive ogni istante all’interno di tale prospettiva. Il vertice del lavoro è la liturgia…
4. L’uso del tempo.
“Non rubare” implica in modo particola e specifico l’uso corretto e intelligente del tempo…IL “non rubare” indica puntualità nel lavoro, l’uso del telefono quando è necessario, l’uso della lingua per quello che serve e non per parlare a sproposito o dire cose inutili ecc….
Altri due aspetti:
a) C’è una scarsa professionalità nello svolgimento del lavoro,
dovuto all’inesistente o scarsa dedizione allo studio durante glia anni trascorsi a scuola, all’università e alla mancanza di impegno nell’aggiornarsi costantemente. E’ una forma sottile di furto, grave perché se da un lato indica la povertà culturale della persona e la sua inevitabile incompetenza, dall’altro danneggia coloro per cui la persona lavora…Oltre alla carenza di professionalità, esiste un orgoglio che induce una persona a ritenersi un genio solo per il fatto di aver ricevuto un attestato…
b) E’ riscontrabile la mancanza di amore per la realtà,
evidenziata dal dio denaro, dall’ossessione per i soldi. Non è la realtà il punto di origine della scelta professionale ma sono i soldi, il successo, il profitto…Rubare è anche ridurre la realtà a un progetto economico e tecnologico incentrato esclusivamente sul successo.
Aldo Trento, (2010) “I dieci comandamenti” , Lindau, Torino, pag. pagg. 63-71
•

“ACQUA, ACQUA IN OGNI PARTE MA NON UNA GOCCIA PER BERE”
diceva il vecchio marinaio in mezzo al mare.
David Foster Wallace (Ithaca, 21 febbraio 1962 - Claremont, 12 settembre 2008)
ESSERE UNA PERSONA REALE…UNA VITA CONFORMATA DA VALORI E DA PRINCIPI
«… Dostoevskij ha scritto un racconto su ciò che è veramente importante. Ha scritto un racconto sull’identità, sui valori morali, sulla morte, sulla volontà, sull’amore carnale in confronto a quello spirituale, sull’avidità, sulla libertà, sull’ossessione, sulla ragione, sulla fede, sul suicidio. E lo ha fatto senza mai ridurre i suoi personaggi a portavoce o i suoi libri a pamphlet. La sua preoccupazione è sempre stata che cosa vuol dire essere un essere umano - cioè, come essere una persona reale, qualcuno la cui vita è conformata da valori e da principi, invece che solo una specie particolarmente furba di animale autoconservativo».
David Foster Wallace, (1996) “Joseph Frank’s Dostoyevsky“.
L’INVISIBILE AGONIA DELLA COSA…
La persona che ha una così detta “depressione psicotica” e cerca di uccidersi non lo fa aperte le virgolette “per sfiducia” o per qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Non vi sbagliate sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme. Il loro terrore di cadere da una grande altezza è lo stesso che proveremmo voi o io se ci trovassimo davanti alla finestra per dare un’occhiata al paesaggio; cioè la paura di cadere rimane una costante. Qui la variabile è l’altro terrore, le fiamme del fuoco: quando le fiamme sono vicine, morire per una caduta diventa il meno terribile dei due terrori. Non è il desiderio di buttarsi; è il terrore delle fiamme. Eppure nessuno di quelli in strada che guardano in su e urlano “No!” e “Aspetta!” riesce a capire il salto. Dovresti essere stato intrappolato anche tu e aver sentito le fiamme per capire davvero un terrore molto peggiore di quello della caduta.
David Foster Wallace, (2006) “Brevi interviste con uomini schifosi”.
Per un approfondimento costruttivo e carico di speranza: estratto dal discorso per il conferimento delle lauree tenuto al Kenyon College - 21 maggio 2005
D. F. Wallace, (2009), “Questa è l’acqua”, Einaudi - Stile Libero.
d-f-wallace
•
E’ bellissimo riuscire a chiedere al Signore il dono di trasmettere la fede ai nostri figli. L’accoglienza è un mistero perché non ce la siamo cercata. Abbiamo detto un sì, e all’origine di un sì c’è la Sua presenza.
N.Scardovi, (2009) “Dalla tenda alla casa. La vita rinata in un incontro”, Itacalibri, Castelbolognese, pag 106
Una cosa che ci ha colpito molto riguarda nostro figlio più grande che ha ventitré anni e lavora. Una sera, quando la sua vita ha cominciato a prendere la via dell’adulto, gli abbiamo detto: “Paolo, ma noi adesso nella tua vita che cosa dobbiamo essere?”. Lui ci ha detto: “Un punto di riferimento”. (…)
Quando il sabato è venuto a casa gli abbiamo chiesto che ci dicesse lui perché ci aveva detto quella cosa. Sapete cosa ci ha detto? “A me non importa niente di quello che mi lascerete o non mi lascerete, la cosa che mi interessa di più è che le scelte della vostra vita siano chiaramente definite dall’incontro che dite di aver fatto, come punto più importante”. Ci chiedeva la fede come eredità.
N.Scardovi, (2009) “Dalla tenda alla casa. La vita rinata in un incontro”, Itacalibri, Castelbolognese, pag 103
•
08/09/2010 - Non sta a noi giudicare e condannare i preti… (bruno angelini)
IL CASO/ 1. La campagna ossessiva sui preti gay in UK arruola anche certi “cattolici”
Gianfranco Amato - Il Sussidiario - mercoledì 8 settembre 2010
http://www.ilsussidiario.net/News/Esteri/2010/9/8/IL-CASO-1-La-campagna-ossessiva-sui-preti-gay-in-UK-arruola-anche-certi-cattolici-/110458/
Che vuoi che ti dica, Kristin? Il mondo è così da quando Adamo ed Eva hanno assaggiato il frutto dell’albero famoso: che ci posso io se noi tutti nasciamo col peccato nell’animo?
“E’ semplicemente vergognoso quel che vai dicendo.”
Erlend sembrò perdere la pazienza:
“Smettila Kristin! Lo sai benissimo ch’io non ho mai esitato a confessare e ad espiare le mie colpe. Non sono un baciapile però: troppe cose ho viste da fanciullo e da giovane! Mia padre era un buon amico dei grandi della capitale: bisognava vedere come quei porci in grigio circolavano per la nostra casa! (…) Con loro entrarono in casa liti ed intrighi. Si dimostrarono spietati e crudeli persino col vescovo che si vergognava di loro: proprio essi, che tenevano in mano ogni giorno le cose più sacre e che sollevavano Dio stesso sotto specie di vino e pane durante la santa messa!”
“Non sta a noi di giudicare e condannare i preti. Mio padre diceva spesso che era nostro dovere di seguirli, la loro vita mondana essendo sottoposta al giudizio del Signore Onnipossente.”
S.Undset (1996), “Kristin figlia di Lavrans”, R.C.S. Libri, Milano, pag. 473.
•
SCUOLA/ Cara Gelmini, per avere “qualità e merito” occorre guardare al Regno Unito
Giovanni Cominelli
21/07/2010 - UN’IPOTESI DI LAVORO PROSSIMA E SEMPLICE (bruno angelini)
Leggi sul Sussidiario.net
Complimenti per il consulente del Ministro. Sarebbe interessante approfondire una sua affermazione in “merito” al principio meritocratico dove afferma che: “l’unica alternativa meritocratica istituzionale alla famiglia italiana è stata la Chiesa cattolica, che ha sempre selezionato i migliori italiani indipendentemente dal loro ceto sociale, formandoli in modo eccellente e offrendo pari opportunità”. R. Abravanel, (2008), Meritocrazia. 4 proposte concrete per valorizzare il talento e rendere il nostro paese più ricco e più giusto, Garzanti, Milano, pag. 186
Dobbiamo constatare, purtroppo, che se esiste attualmente una diffusa e crassa ignoranza nel popolo, per quanto sia stata colpevolmente perseguita da una parte della classe dirigente degli ultimi decenni, è proprio sul significato e sulla consapevolezza dell’esperienza di umanità e di socialità che la Chiesa cattolica ha sviluppato nei millenni e che ha consentito e promosso uno sviluppo originale e civile delle nostre società occidentali.
•
L’impresa è un affascinante luogo educativo
Eugenio Dal Pane, (2010) “L’impresa possibile – L’Ideale alla prova”, Itacalibri, Castel Bolognese.
Il libro intende documentare un tentativo di fare impresa mettendo alla prova l’Ideale, non come principi e norme da realizzare, ma come avvenimento che, attraverso volti, incontri, fatti letture, circostanze personali e storiche, entra nella vita e la trasforma, fino a desiderare che ogni persona, ogni ambito ne siano investiti ‘perché sia più dolce la convivenza nel mondo’. ((pag. 9)
L’Ideale alla prova non riguarda solo il rapporto con i collaboratori, ma anche tutti i fattori dell’impresa. Mettere al centro la persona, infatti, determina un modello imprenditoriale che fa del guadagno, evidentemente necessario, non il fine, ma un mezzo per creare valore per tutti. Itaca non nasce in vista di un profitto, ma per contribuire al rinnovamento della società attraverso la propria specifica attività. Del resto la natura di ogni impresa è produrre beni in risposta ad un bisogno. (pag. 115)
Abbiamo voluto raccontare la storia di Itaca come esempio di impresa possibile: mettere al centro la persona – l’imprenditore, i collaboratori, i fornitori, i clienti – determina il bene dell’azienda e il rinnovamento di un pezzo di società…..La crisi offre l’opportunità di porre le basi di una nuova cultura del lavoro che parta dalla verità dell’uomo e dell’economia, ben delineata da Benedetto XVI nella sua recente enciclica Caritas in veritate. (pag 116)
Itaca nacque senza risorse economiche, ma potendo contare su alcuni fattori di cui solo dopo avrei compreso la forza in chiave imprenditoriale: una identità ben definita, espressa già nel nome; un preciso mercato di riferimento; un obiettivo chiaro: editare, promuovere e diffondere prodotti editoriali, anche di altri editori, che favorissero una coscienza critica e sistematica di sé e della realtà. Se il mercato iniziale era limitato, potenzialmente era senza confini.
Uno slogan dei primi tempi fu: libri come compagni di viaggio. Non il viaggio per il viaggio, ma il viaggio per trovare senso, se stessi, la casa, cioè la compagnia degli altri uomini. (pag. 29)
Scopo e desiderio del mio lavoro e il desiderio di trafficare perché certi libri potessero arrivare a tutti. Era una battaglia palmo a palmo, ma ero deciso a combatterla. Il fine era “strappare agli amici, e se fosse possibile a tutto il mondo, il nulla in cui ogni uomo si trova” e lavorare per la ricostruzione dell’umano e del popolo. (pag. 69)
Buona lettura…….
•
“La sussidiarietà in Lombardia. I soggetti, le esperienze, le policy” è il titolo di un testo del 2008 pubblicato dall’editore Guerini e Associati di Milano e redatto a cura di Alberto Brugnoli e Giorgio Vittadini.
In questi mesi ci siamo soffermati sul significato del termine “sussidiarietà” e, pertanto, ritengo utile porre all’attenzione questo testo che presenta il modello lombardo come tentativo di applicazione del suddetto principio e che prima che politica e organizzativa ha una matrice culturale fondata, appunto, sul principio di sussidiarietà. Tale principio ha determinato nel contesto della Regione Lombardia percorsi innovativi, sia a livello istituzionale, sia a livello di grandi temi della vita civile come l’istruzione, formazione e lavoro, il socio-assistenziale e la sanità, settori oggetto di approfondimento nel volume citato.
Stato e mercato e antropologia negativa
Particolarmente interessante, allo scopo di un approfondimento del significato del termine sussidiarietà, risulta il capitolo intitolato “Sussidiarietà: antropologia positiva e organizzazione sociale. Fondamenti per una nuova concezione di Stato e mercato e punti cardine nell’esperienza lombarda”, dove, tra l’altro, emerge che di fronte allo “statalismo oggi dominante, cioè il contratto che genera il Leviatano di hobbesiana memoria, come documenta bene il lavoro di Pierpaolo Donati (2007), si basa sulla sfiducia e sul sospetto, cioè una concezione di uomo negativa che mortifica le potenzialità e il positivo contributo che il singolo può dare al bene comune, al progresso e alla lotta per la giustizia. Tale concezione è anche alla base di una certa idea di welfare state”. (pag. 18)
“Ciò significa rendere irrilevanti le relazioni fra i consociati, sminuire l’importanza delle comunità e formazioni sociali intermedie, anche come soggetti di cittadinanza, limitare il pluralismo sociale, in sintesi svalutare la socialità della persona umana, anche e precisamente come elemento costitutivo del welfare”. (Donati, 2007, p.39)
“La differenza fra i due approcci (statalista e liberista) consiste nel meccanismo individuato per correggere il “male” prodotto dal comportamento dell’uomo: per lo statalismo è l’azione del potere centrale; per il liberalismo è il mercato, inteso soltanto come l’ambito in cui i tentativi egoistici di ciascun individuo si incontrano con quelli degli altri per formare, grazie al meccanismo della mano invisibile di Adam Smith un equilibrio che alloca in modo efficiente, anche se non necessariamente equo, le risorse. Lo statalismo è un modello centralizzato, il liberalismo un approccio decentrato, ma la concezione antropologica negativa è la stessa”. (pag. 19)
Un’antropologia positiva alla base della socialità
“Il welfare non può essere costituito su una visione antropologica negativa come quella hobbesiana. Un’altra modernità, quella della visione positiva dell’uomo e dei suoi diritti, si sta affacciando all’orizzonte come soluzione alternativa”. (Donati, 2007, p.43)
“Da dove può partire un’antropologia adeguata all’uomo contemporaneo, che ne affermi in pieno la dignità, sul piano personale e sociale? Un aiuto in tal senso ci viene dalla rivisitazione, condotta da Luigi Giussani, della parola esperienza, per molto tempo intesa secondo l’accezione soggettivistica derivante dall’empirismo moderno. L’autore lombardo, riprendendo in modo originale categorie del realismo cristiano, ha reinterpretato questo termine proponendo la nozione di “esperienza elementare”, cioè l’insieme di esigenze ed evidenze strutturali che costituiscono - usando il linguaggio biblico - il “cuore” di ogni uomo, la sua faccia interiore, il senso religioso, il suo desiderio di verità, di giustizia, di bellezza, di felicità, di amore:
‘Criterio oggettivo con cui la natura lancia l’uomo nell’universale paragone con se stesso, con gli altri, con le cose….’(Giussani, 2003, p. 11).
L’attenzione all’esperienza elementare è quindi il fattore che accomuna ogni cultura che ponga al centro l’uomo e il suo cuore. L’esperienza di una corrispondenza tra il reale e le esigenze strutturali dell’uomo fornisce all’uomo stesso un criterio oggettivo per giudicare e agire: ragionevole è ciò che corrisponde al cuore”. (pag. 21)