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“IL SIGNIFICATO POLITICO DELLA SUSSIDIARIETÀ: L’AFFERMARSI DI UNA GOVERNANCE LOCALE SUSSIDIARIA A PARTIRE DAL RICONOSCIMENTO DI UN’ANTROPOLOGIA POSITIVA ALLA BASE DELLA SOCIALITÀ”
A fronte della crisi dei modelli tradizionali di governance il principio di sussidiarietà può rappresentare la formula di una democrazia sostanziale. Le sue potenzialità, spesso ancora inesplorate, meritano di essere approfondite e sviluppate per mostrare la loro capacità di fondare, a livello sociale, politico ed economico, assetti e strumenti in grado di fronteggiare, in modo originale, le sfide della post modernità.
Lo statalismo si basa sulla sfiducia e sul sospetto, cioè una concezione di uomo negativa che mortifica le potenzialità e il positivo contributo che il singolo può dare al bene comune, al progresso e alla lotta per la giustizia. Tale concezione è anche alla base di una certa idea di welfare state. Ciò significa rendere irrilevanti le relazioni fra i consociati, sminuire l’importanza delle comunità e formazioni sociali intermedie, anche come soggetti di cittadinanza, limitare il pluralismo sociale, in sintesi svalutare la socialità della persona umana, anche e precisamente come elemento costitutivo del welfare. La differenza fra i due approcci (statalista e liberista) consiste nel meccanismo individuato per correggere il “male” prodotto dal comportamento dell’uomo: per lo statalismo è l’azione del potere centrale; per il liberalismo è il mercato, inteso soltanto come l’ambito in cui i tentativi egoistici di ciascun individuo si incontrano con quelli degli altri per formare, grazie al meccanismo della mano invisibile di Adam Smith un equilibrio che alloca in modo efficiente, anche se non necessariamente equo, le risorse. Lo statalismo è un modello centralizzato, il liberalismo un approccio decentrato, ma la concezione antropologica negativa è la stessa.
In questo periodo a Rimini e nel suo territorio si sta attuando il processo di elaborazione del Piano strategico che, partito da due anni, vede coinvolte la Pa e la società civile nel tentativo di progettare la Rimini dei prossimi venti anni.
Partendo dal riconoscimento di una antropologia positiva alla base della socialità si vuole approfondire alcuni punti cardine e vari strumenti per l’affermarsi di una governance locale sussidiaria nel territorio riminese.
PROGRAMMA
Sabato 16 maggio 2009
“La gestione del territorio come risorsa”
Maurizio Bellucci – La vision: lo sviluppo di Rimini.
Riccardo Cola – La pianificazione urbanistica del Comune di Rimini in una prospettiva sussidiaria
Giorgio Forlani – Il territorio come risorsa economica.
D’Angelo Federico (Felix) – La pianificazione territoriale sussidiaria
Roberto Mingucci – Il contributo della CDO all’elaborazione del Piano strategico riminese.
Sabato 30 maggio 2009
“Verso l’affermazione di un Welfare sussidiario”
Rosati Davide – Strumenti per l’affermarsi di una governance locale sussidiaria nella gestione dei servizi alla persona
Daniele Celli – Le opere educative dagli asili nido all’Università.
Gianluca Conti – Il bisogno del lavoro: dal Centro di Solidarietà alla Piazza dei Mestieri
Matteo Lessi – Lo sviluppo della cultura ed il rapporto con le istituzioni
Sandro Ricci – Il contributo della Fondazione Meeting all’elaborazione del Piano strategico riminese
- Coordinatore e moderatore dei laboratori: Bruno Angelini
- Direzione organizzativa: Davide Rosati
I laboratori si terranno dalle ore 10.00 alle ore 13.00
presso la sede della Compagnia delle Opere, via XX Settembre, 122 - RIMINI
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Festa del 25 aprile: Nazione-Stato-Popolo italiano
A proposito dell’idea di Nazione, di Stato e di Popolo. Grassetto e corsivo aggiunti.
Ateismo e religiosità dopo il 1945
Mistica sacrificale
“La fine della seconda guerra mondiale segna, in Europa, il declino della fase “calda” dell’era della secolarizzazione, quella contrassegnata dalla mistica del popolo, del sangue, della razza, dello Stato, della nazione. È la mistica «sacrificale» del neopaganesimo nazista e anche del fascismo, per il quale la persona singola doveva immolarsi per il tutto sociale e politico, integralmente, senza riserve.
I signori della macchina statale
Come scriveva Romano Guardini in uno splendido saggio del 1946: «In quanto il tentativo riuscì, la convinzione cristiana del valore imprescindibile della persona e la pietà del rapporto individuale con Dio furono sostituiti e rimossi da una religiosità, il. cui senso stava esclusivamente nei contesti di stirpe e popolo -i quali, dato lo sradicamento d’ogni resistenza della coscienza, furono abbandonati disarmati ai signori della macchina statale». I nazisti non si erano limitati a osteggiare e perseguitare la religione. Miravano a sostituire la fede cristiana a partire da una politica “totale” che diveniva essa stessa religione.
Per questo, secondo Guardini, «i tiranni dell’epoca da poco trascorsa, per fondare la loro potenza in modo definitivamente religioso, hanno risvegliato quel “nucleo di significato”, posto nella compagine fondamentale dell’anima, ma fatto vagante senza una sede e un oggetto, e gli hanno dato una forma, che poteva avere solo il senso di estinguere Cristo [...] e riporre di nuovo al suo posto un salvatore intramondano».
Nichilismo e moda esistenzialista
I nazisti si erano impadroniti dell’anima “religiosa” del popolo tedesco per realizzare una “nuova fede”, alternativa ed al contempo, sostitutiva rispetto a quella cristiana. Tutto questo doveva tramontare con la sconfitta e la catastrofe della guerra. L’Europa del post-1945 respira la disillusione verso il tempo dei «miti», il periodo infuocato che era seguito alla prima guerra mondiale. Un’ondata di disincanto, un vento gelido attraversava le coscienze. Ne è documento la moda esistenzialista che segna, in profondità, il clima di quegli anni. «Ogni realtà umana è una passione,» scrive Sartre «in quanto progetta di perdersi per fondare l’essere e per costituire contemporaneamente [...] l’Ens causa sui, che le religioni chiamano Dio. Così la passione dell’uomo è l’inverso di quella di Cristo, perché l’uomo si perde in quanto uomo perché Dio nasca. Ma ì’idea di Dio è contraddittoria e ci perdiamo inutilmente; l’uomo è una passione inutile».
Il marxismo
La passione «religiosa» è una passione inutile: non c’è alcun Dio che ci attende, né in cielo, né in terra. Al nichilismo esistenzialista rispondeva il marxismo, divenuto influente in Francia e in Italia grazie al fascino e al successo bellico della Russia staliniana. Avverso all’esistenzialismo, in quanto filosofia del mondo borghese, decadente, il marxismo era solidale con esso nell’ostilità verso il cattolicesimo.
Ateismo comunista e la scienza, l’industria e la tecnica
L’ateismo comunista rappresentava il paradosso di una contro religione che diveniva religione per poter abolire la domanda religiosa. Diversamente dal nazismo, però, la sua giustificazione si richiamava alla scienza – il materialismo storico-dialettico -, non al mito. L’ateismo militante era un ateismo “scientifico” che si inscriveva nella tendenza generale della cultura, destinata ad accentuarsi negli anni Cinquanta: quella neoilluminista per la quale la dimensione religiosa, propria del passato dell’umanità, era destinata a dissolversi con l’avvento della tecnologia e del progresso. L’uomo non è naturalieter “religioso”, lo è solo storicamente in ragione della sua dipendenza dalla natura. Industria e tecnica, liberando dai condizionamenti naturali, emancipano l’uomo dal bisogno religioso di un Dio protettore.
Dibattito sul senso religioso
Questo plafond concettuale, che sarà dietro alle teorie della secolarizzazione degli anni Sessanta-Settanta, spiega il contesto in cui si inserisce il dibattito sul “senso religioso” negli anni Cinquanta. Non si tratta di un mero dibattito culturale, ma di una riflessione teologica e politica che, da parte cristiana, si opponeva all’idea dell’homo faber, unidimensionale, per la quale la prospettiva religiosa era cosa del clero e dell’umanità “debole”: vecchi, donne e bambini.”
G.B. Montini, L. Giussani, (2008), “Sul senso religioso”, RCS libri - BUR, Milano, pagg. 7-9.
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Verso la sussidiarietà: un’ipotesi di lavoro educativo e formativo.
Dal rapporto sulla sussidiarietà 2008 “Sussidiarietà e … piccole e medie imprese” a cura della Fondazione per la Sussidiarietà, edizioni Mondadori , a cui rimando per un approfondimento. In grassetto e corsivo le mie sottolineature.
L’ipotesi di lavoro è che la competitività delle piccole imprese abbia a che fare con una concezione “sussidiaria” che in questo contesto si esprime secondo due linee complementari. La prima dimensione (interna all’azienda) è la valorizzazione delle persone che guidano l’impresa e che vi lavorano apportandovi i loro ideali, i loro legami e sistemi relazionali. In tale concezione e prassi la centralità della persona non è strumentale, ma è un valore in sé, che origina dalla sua libertà e per questo non è manipolabile, ma può essere valorizzata. La seconda dimensione “sussidiaria” legata all’ipotesi che la competizione tra piccole imprese possa essere concepita non innanzitutto in termini “darwiniani”, come eliminazione dei concorrenti dal mercato, ma come costruzione di reti orizzontali (vedi modello distretti) e verticali (fornitori-produttori-clienti) e di strutture associazionistiche che promuovono lo sviluppo di ogni entità.
In sintesi, se la sussidiarietà è l’espressione della centralità della persona, nel mondo dell’impresa essa si misura da tutte le dinamiche, interne all’azienda o messe in atto all’esterno di essa, che più valorizzano l’uomo e ciò che più lo costituisce: la sua capacità di relazione. (pagg. 9-10)
Conclusioni di Berhard Scholz: Verso la sussidiarietà. Una tensione ancora implicita.
Una ipotesi di lavoro educativo e formativo
L’indagine dimostra quindi una certa tendenza a confermare la sussidiarietà a livello socio-politico e una ancora troppo limitata propensione verso una implementazione dei principi antropologici della sussidiarietà all’interno delle imprese…………L’indagine suggerisce una riflessione sulle possibili modalità che permettono che la simpatia per la sussidiarietà “esterna” possa diventare una leva importante per comprendere la convenienza umana ed economica della sussidiarietà “interna” all’impresa, specialmente riguardo a due aspetti: la concezione dell’imprenditore e dell’impresa e la concezione del collaboratore. (pag 216)
Andare a fondo dell’esperienza imprenditoriale
Una possibilità è quella di andare a fondo dell’esperienza imprenditoriale stessa per scoprire che la proprietà stessa è qualcosa di “dato per”, qualcosa di ricevuto che implica una responsabilità rispetto al bene comune. La differenza da rilevare è dunque quella fra l’imprenditore che non è pienamente consapevole di questo e l’imprenditore che ne è cosciente e ne promuove con volontà e decisione tutte le implicazioni che questo comporta. (pag 217)
Un sistema circolare: società-Stato-imprese.
Si tratta di un sistema circolare, nel quale le imprese che producono dei beni e dei servizi ricevono dalla società e dallo Stato dei beni anche in termini culturali che sono presupposti fondamentali per le loro attività economiche. E viceversa società e Stato ricevono dalle imprese beni e servizi che non si limitano né alla produzione fatturabile né alle imposte con le quali l’impresa “ri-paga” alla Stato e – se tutto funziona bene – attraverso di esso alla società i beni ricevuti.
Libertà imprenditoriale e bene comune
L’individualismo imprenditoriale unicamente concentrato sul profitto potrà avere successo nel breve termine, ma così facendo non solo non contribuirà all’edificazione di una socialità vera, ma non rispetterà neanche i principi di un’economia aziendale orientata a un redditività solida e duratura. La libertà imprenditoriale emerge come fonte di responsabilità proprio quando si esprime attraverso la costruzione di una impresa economicamente salda che contribuisce in tutte le sue attività indirettamente e spesso anche direttamente al bene comune. (pag. 218-219)
Il valore sussidiario dell’impresa
La responsabilizzazione è la vera valorizzazione dei collaboratori che di fatto non vengono più “gestiti” come “risorse umane” ma riconosciuti per la loro umanità, costituita da un desiderio infinito e dalla loro professionalità attraverso la quale questo desiderio si esprime nel mondo lavorativo.
Educazione alla libertà ed alla responsabilità
Cosi come lo statalismo può fare comodo ai cittadini che preferiscono un assetto assistenzialistico, anche il paternalismo aziendale può fare comodo a chi preferisce eseguire compiti senza coinvolgersi personalmente. E qui emerge un aspetto fondamentale: la sussidiarietà, da qualunque punto di vista la si consideri, richiede e al contempo promuove una educazione alla libertà e quindi alla responsabilità …..
Il principio di sussidiarietà si basa di fatto sulla capacità e la volontà della persona di assumersi la responsabilità di affrontare in un modo costruttivo i problemi che la vita stessa pone, mettendosi insieme ove possibile o necessario con altri, lavorando insieme per raggiungere obiettivi comuni e condivisi. (pag. 221)
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Dottrina sociale della Chiesa e scienze umane e sociali.
Propongo una riflessione in merito allo sviluppo delle scienze umane e sociali, tra le quali l’economia, tratta dal libro di G. Crepaldi e S. Fontana, (2006), “La dimensione interdisciplinare della Dottrina sociale della Chiesa”, Edizione Cantagalli, Siena, pag. 127-129.
A proposito di autonomia delle scienze sociali.
“Oggi le scienze sociali, come la sociologia o l’economia, hanno una loro autonomia scientifica e procedurale che la Dottrina Sociale della Chiesa non solo riconosce , ma apprezza e valuta positivamente. Tuttavia, tale autonomia è stata storicamente conseguita anche sulla spinta, di concezioni delle scienze sociali che tracciano un fossato incolmabile tra esse e i valori morali, quindi anche con la DSC. Un certo residuo di impostazione positivistica e neopositivistica, la dottrina weberiana della avalutatività delle scienze sociali, la dottrina humiana della “grande divisione”, ossia della incommensurabilità tra giudizi empirici e giudizi di valore, tra essere e dover-essere, hanno fortemente contribuito a promuovere il processo di autonomizzazione delle scienze sociali dalla filosofia morale, entro il cui ambito epistemico erano ascritte fino al XVIII secolo. Caratteristica comune ai tre orientamenti che abbiamo richiamato qui sopra è la netta separazione tra mezzi e fini, tra ragione e decisione, tra descrizione e valutazione”. (pag 127)
Rapporto Dottrina Sociale della Chiesa e scienze sociali
“Oggi sembra che questo schema sia entrato in crisi. Da un lato si constata che le scienze sociali non solo descrivono quanto accade, ma anche, con le idee dei sociologi e degli economisti, modificano quanto accade e contribuiscono ad orientarlo. Questo aspetto mette in evidenza che la presunzione di neutralità è, appunto, una presunzione. Dall’altro si capisce che le scienze sociali, chiudendosi nella loro presunta indipendenza da orientamenti di sorta, perdono la capacità di comprendere la complessità sociale contemporanea che è caratterizzata dalla mescolanza di elementi quantitativi e qualitativi. In altre parole si sta sperimentando che la separatezza dal mondo delle valutazioni sta creando un deficit nella stessa capacità scientifica di comprensione ed esplicitazione dei fenomeni sociali.
Qui si innesta il rapporto profondamente interdisciplinare con la DSC. Quest’ultima e le scienze sociali sono solidalmente impegnate a dimostrare come la scienza sociale, pur rimanendo autonomamente se stessa, può e anzi deve assumere al proprio interno elementi valutativi non per esigenze moralistiche o per il fatto che il singolo sociologo o il singolo economista è credente, ma per motivi epistemologici, ossia perché la loro scienza sia più scienza. Un esempio, che riguarda molto da vicino la DSC, può essere quello del rapporto tra solidarietà e mercato. Nella concezione avalutativa dell’economia, il mercato andrebbe analizzato descrivendo asetticamente i suoi meccanismi. La solidarietà entrerebbe in gioco solo dopo e a margine dell’indagine economica, o come espressione della decisione politica (lo Stato) o come espressione della decisione morale, ossia della compassione personale per i poveri e dell’elemosina. In questo modo, però, si viene a ipotizzare una separazione tra etica ed economia che non aiuta a comprendere tanti fenomeni economici. .l’importanza dei rapporti etici nella moderna impresa orizzontale, la necessità di stabile quali beni debbano passare per il mercato e quali no, come impostare economicamente un sistema moderno dì welfare, la gestione delle risorse destinate alla sanità, la valutazione economica della povertà o della disoccupazione non sonò nemmeno affrontabili da un’economia che non voglia farsi contaminare dall’elemento valutativo.
Se questo è vero, allora tra la DSC e le scienze sociali si dà la possibilità di un fecondo rapporto interdisciplinare”. (pag 128-129)
Per un approfondimento propongo un incontro promosso dalla Fondazione Internazionale GIOVANNI PAOLO II e la CONFCOOPERAITVE di Rimini dal titolo:
“CRISI ECONOMICA. CRISI ANTROPOLOGICA. L’UOMO AL CENTRO DEL LAVORO E DELL’IMPRESA: COME IL CREDITO PUO’ FAVORIRE LO SVILUPPO”
Sabato 31 gennaio ore 10.00 – 12.00. sala convegni Le Meridien – Rimini – Lungomare Murri, 13
Intervengono:
Prof. Luigi CAMPIGLIO ed il Prof. Stefano ZAMAGNI
Conclude S.E. Mons. Luigi NEGRI