Bruno Angelini » Posts in 'Dottrina Sociale della Chiesa' category

Visini compunti da finti chierichetti: Fazio e Saviano

AVVENIRE 17 NOVEMBRE 2010

LA TV TRIBUNIZIA: CHIESA NEL MIRINO

Nel nuovo tempio un antichissimo livore

DAVIDE RONDONI

Non c’è bisogno di questi visini compunti da finti chierichetti. Forse i nuovi predicatori non capiranno mai la differenza tra il loro predicare e il cristianesimo quanto sussiego. Quanta retorica. E che propensione al predicozzo. Quanto ricorso al tremolare di lacrimuccia sotto i fari tv. Poca storia. Molte chiacchiere e molta furbizia. Molti slogan. La De Filippi in confronto è una dilettante.

«Aria nuova» dicono i vertici di Raitre.
Sarà… Aspettiamo dunque che di questa aria possa godere anche chi non la pensa come i due predicatori Saviano-Fazio. La puntata di lunedì ha avuto un convitato di pietra. Come se i due ‘mattatori’ avessero un complesso grande come una casa. E questo complesso si chiama cristianesimo, si chiama Chiesa.

L’unico bersaglio vero, tenacemente e persino violentemente cercato, è stata infatti la Chiesa. Fatta passare per una realtà assurda che disonora i giusti, asseconda i potenti e i ladri, viola le coscienze e non vuole i poveri tra i piedi. La Chiesa evidentemente va bene, ma solo se la pensa come loro. È insopportabile per questi nuovi ‘giusti’ tribunizi che ci sia qualcuno che non segue il filo così buono, carino, ricercato eppure casual, moderno, ovvio delle loro posizioni. Lo diceva cent’anni fa Newman: non la vogliono eliminare, ma vorrebbero la Chiesa come ancella. E infatti, han trovato qualche prete vanitoso che si è prestato a fare in tv da scendiletto delle loro prediche squinternate e faziose. Un servo vanitoso si trova sempre.

Ma come tutti quelli oppressi da un complesso Saviano e Fazio restano per così dire impigliati, e un poco grotteschi, nel loro agitarsi.
Come quelli che hanno il complesso della statura e mettendosi tacchi evidenziano di più la loro insofferenza. Un che di posticcio come risultato. Di finto. Hanno dato fondo al repertorio più consono a somigliare a custodi di una verità, hanno dato il massimo finendo per diventare in definitiva una brutta caricatura del loro avversario dichiarato. E si è capito che non sono giornalisti - ché non lo sono, evidentemente - non sono solo predicatori, ma possibilmente a vescovi e papi vorrebbero farsi somiglianti, ma non a quelli veri bensì a quelli che spacciano per veri e insolentiscono.
Finendo più volte nel patetico e nel grottesco.
La Rai coi nostri soldi ha permesso loro di celebrare la liturgia dell’attacco fazioso, del pensiero a senso unico su questioni drammatiche e discusse, su ferite aperte per migliaia di famiglie. Ha permesso di pontificare con sussiego su questioni gravi. Forti del successo di share (naturalmente i successi tv sono sporchi e cattivi solo quando li fanno altri e con la massificazione no, loro non c’entrano) ora fanno dire in Rai: era ora che si sperimentassero vie nuove.
Certo, c’è bisogno di nuove piste, di nuove idee. Di volti nuovi. Di nuovi ‘format’. E di «aria nuova». Ma non di questa retorica vecchia di almeno cinquant’anni.

Non c’è bisogno di questi visini compunti da finti chierichetti già veduti mille volte. Non di questi oratori complessati. Non di queste faziose ricostruzioni dei fatti, di questi monologhi da inviato della Giustizia nei salotti tv. Forse i nuovi predicatori non capiranno mai la differenza tra il loro predicare e il cristianesimo. Forse il loro complesso li porta a pensare di essere in questo modo quel che la Chiesa dovrebbe essere. Lo fanno persino (forse) in buona fede, certo non solo per i molti soldi che ci guadagnano. Lo fanno per salvarci tutti. Per rendere tutti migliori. Così da non aver più bisogno del cristianesimo. Di non aver più bisogno della Chiesa.

Perché bastano loro, piacevoli, in primo piano, in quel che hanno deciso essere il nuovo tempio: la tv.
Ma nel luccichio che a tutti compiace i più svegli vedono lo scintillio di uno strano, nuovo e antichissimo livore.

San Gaudenzo. Il Vescovo alle autorità: un’agenda di speranza per Rimini

San Gaudenzo. Il Vescovo alle autorità: un’agenda di speranza per Rimini

Si intitola “Un’agenda di speranza per il futuro di Rimini”, titolo che evoca quello della settimana sociale dei cattolici italiani che si appresta a raggiungere, il tradizionale discorso che il Vescovo Lambiasi ha tenuto oggi alle autorità riminesi.

RIMINI | 14 ottobre 2010

Un messaggio in cui Monsignor Lambiasi non ha esitato a fare riferimento alle situazioni delicate che vive il territorio, ma per trarne auspici di speranza.

“4. Appena alcuni mesi or sono il Consiglio Comunale ha approvato all’unanimità, come atto di indirizzo, il “Piano Strategico”. Ricordo con speciale emozione quella seduta del 13 maggio scorso, alla quale fui cortesemente invitato e nella quale potei esprimere il mio incoraggiamento per il lavoro svolto, per i suoi risultati e per il metodo seguito. Proprio il metodo con cui si è giunti alla stesura del documento conclusivo è già un fatto molto apprezzabile e un motivo di grande incoraggiamento: la chiamata a corresponsabilità di tanti e la capacità di sinergia e di convergenza di soggetti ed esperienze diverse, in nome del bene comune. Anche il mondo ecclesiale e cattolico ha accolto con entusiasmo l’invito a dare il proprio significativo e stimato contributo.

Ora il “piano strategico” non può e non deve andare in archivio, ma merita di essere sostenuto perché sviluppi al meglio tutte le sue potenzialità. Per questo è di fondamentale importanza tenerne in vita la sua anima profonda che si identifica con quella “svolta (antropologica)”, che permetta alla Città di transitare dal fare all’essere, dalla Rimini ossessionata dalla ricostruzione materiale della sua veste esteriore - in ambito turistico, edilizio, spettacolare ecc. - ad una Rimini più attenta alla costruzione della sua identità e memoria, più attenta alla cultura, alla bellezza, all’educazione, all’accoglienza. Su questi ambiti vitali occorrerebbe investire molte più risorse, non solo in senso economico, ma progettuale, e investire creativamente, politicamente, spiritualmente…”

Il testo integrale. san-gaudenzo-2010-autorita

La questione meridionale

Luigi Amicone da Tempi 31 agosto 2010

C’è un Sud che vive di inefficienza, clientelismo e spreco sulla pelle dei cittadini e costringe gli ammalati a farsi curare negli ospedali del Nord. Ecco i dati che tracciano una diagnosi impietosa per la sanità del Mezzogiorno

http://www.tempi.it/interni/009680-e-questa-l-italia-unita


Eccola, la questione meridionale
Ed ecco infine le conclusioni che - ammesso e non concesso che le condizioni “politiche” intorno al governo Berlusconi lo consentiranno - dovranno diventare materia di riflessione e di elaborazione dei decreti attuativi in materia di federalismo fiscale.

Esiste una “questione meridionale” in sanità e più in generale nell’area socio assistenziale così sintetizzabile: 1. Disavanzi “strutturali (differenziale assegnazione di risorse-costi) in sanità nelle Regioni Abruzzo, Molise, Lazio, Campania, Calabria, Puglia e Sicilia attorno ai 4 miliardi di euro l’anno. 2. Per effetto di tali disavanzi la tassazione regionale aggiuntiva (Irap, addizionali Irpef ecc…) ha spesso toccato il massimo consentito e sostenibile dalla collettività sottraendo risorse ai consumi, investimenti in altri settori, sia sul versante privato che pubblico. 3. I piani di rientro monitorati dal tavolo preposto, finora non hanno arginato la spesa e invertito il modello assistenziale ospedalocentrico. 4. Si è reso necessario procedere al commissariamento e sub commissariamento di Abruzzo, Molise, Lazio, Campania e Calabria. 5. Si registra, pertanto, un sostanziale “fallimento” delle politiche sanitarie ed assistenziali delle Regioni citate, incapaci con i mezzi propri di uscire dalla palude dell’immobilismo, del clientelismo, talvolta delle infiltrazioni malavitose. 6. I livelli assistenziali (Lea) non vengono garantiti nonostante la maggiore spesa. Si riscontrano inoltre, episodi crescenti di “malasanità”. 7. Gli investimenti languono per ritardi nei progetti, appalti, percorsi amministrativi. 8. La contabilità del sistema Sud è altamente inaffidabile, idem per i flussi dei dati gestionali di outcome sanitario. Se non si conosce non si governa e tanto meno si programma. La soluzione di tutto ciò, si capisce, non prevede scorciatoie di marca giustizialista. Anzi, c’è da temere, come nel caso del polverone alzato dall’ex pm e ora eurodeputato Luigi De Magistris in Calabria, che l’uso scandalistico delle inchieste al Sud sia utile solo per ottenere il risultato opposto a quello agognato. E cioè l’indignazione e il «bisogna cambiare tutto - come dice il principe Tancredi nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa- per non cambiare nulla». D’altra parte, anche il federalismo fiscale non potrà essere, di per sé, la panacea di tutti i mali. Come spiega a Tempi il professor Luca Antonini, presidente della commissione tecnica varata sotto il governo Berlusconi nel maggio 2009, l’Italia, specialmente il Mezzogiorno, visto lo stato prefallimentare in cui versa, ha oggi bisogno più che mai di un grande piano di educazione dei giovani, di formazione di nuove figure professionali e della selezione di una nuova classe dirigente.
Tremonti e Fitto stanno lavorando a una ricognizione e a una nuova azione che potrà permettere di sbloccare le ingentissime risorse dei fondi Fas oggi ultizzate solo per micro progetti e in gran parte non impegnate. Un vero e proprio piano Marshall che potrà garantire al Mezzogiorno lo sviluppo di quelle infrastrutture di cui ha un vitale bisogno. Opporsi a questo in nome della rivendicazione di un vetero assistenzialismo vuol dire la fine della possibilità di uno sviluppo imprenditoriale del Sud: ormai tra assistenzialismo e imprenditori del Sud, come ha affermato recentemente Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia, esiste un vero e proprio pesante conflitto di interessi.

Il «di più» di chi crede in Gesù - Morti da cristiani: ricordiamoci perché

AVVENIRE - 14 agosto 2010

Il «di più» di chi crede in Gesù  - Morti da cristiani: ricordiamoci perché

No, non dimentichiamoli subito, anche se è agosto, i cristiani “giustiziati” in Afghanistan dai taleban. Stavano dando aiuto generoso e gratuito a degli stranieri sconosciuti solo perché questi ultimi ne avevano - e ne hanno - estremo bisogno. Lo stavano facendo a rischio della propria vita, questi occidentali (dentisti, oculisti, infermieri…) nelle più sperdute contrade afghane. Erano volontari che avevano abbandonato tutto, casa, famiglia, sicurezza, carriera, per darsi agli altri “senza se e senza ma”. Veri cristiani, non controfigure. Come don Santoro, come monsignor Padovese, come l’incessante teoria di credenti in Cristo che vanno arricchendo - anche in questo secolo Ventunesimo - la storia gloriosa di chi ama il prossimo «come se stesso», fino al sacrificio. Facile a dirsi, eroico a farsi. E sono questi gli uomini e le donne di cui il mondo ha maggior bisogno. Essi sono stati (e molti di loro ancora sono) vivi e operanti «in mezzo» a noi, nel nostro «mondo», come sta scritto. E, come sta scritto, il mondo non li ha riconosciuti e non li riconosce.

A pochi giorni dal massacro, la notizia sta già rapidamente sparendo dalle cronache, riprecipitate subito nel pozzo nero delle solite chiacchiere estive, o peggio. Da noi come all’estero, compresi i Paesi d’origine degli assassinati (la cui stampa è sempre così inflessibile quando si tratta di denunciare i “cattivi” cristiani, che pure non mancano).

Cose che accadono ai cristiani veri , quelle appena accadute in Afghanistan, si sa. È “normale”: è questo, in fondo, il retropensiero generale (non escluso quello di non pochi fratelli in Cristo) che sta alla base di quest’indifferenza così diffusa, così offensiva della verità, così dannosa proprio per chi più la pratica. Chiediamoci solo: se a restare vittime di questa barbarie fossero stati, ammesso che possano esistere, dei musulmani, le reazioni sarebbero state altrettanto contenute? Che ne avrebbero detto e scritto non solo al-Jazeera e media arabo-islamici assortiti, ma anche il circo politico-ideologico e mass mediatico del gran mondo politicamente corretto? Come minimo , staremmo ancora qui tutti a ragionare e tremare per le “imprevedibili” ma universalmente considerate “comprensibili ” reazioni dei compagni di fede degli uccisi che risulterebbero inguaribilmente “offesi”.

Certo, stiamo parlando di un’ipotesi remota. È un’evenienza non prevista - né verificabile nella storia antica e presente - l’impegno di volontari musulmani che, senza voler nulla in cambio, offrono medicine, istruzione, cure, cibo e la loro stessa vita per degli stranieri, per persone di un’altra fede religiosa. Non a caso, dal mondo musulmano, anche da quello più aperto, ben poche voci (quasi nessuna) si sono alzate per deplorare questo e altri analoghi massacri, per esprimere solidarietà e partecipazione al dolore delle famiglie e dei Paesi colpiti. Non a caso, non esiste una “Caritas” musulmana, che dà tutto a tutti senza chiedere il certificato di battesimo o altri documenti di identità comune.

Annoto questo, non per riaccendere inutilmente pericolose e sterili rivalità, ma solo per amore di verità. Solo per ricordare, a chi pervicacemente e stupidamente vuole dimenticarlo, l’enorme valore umano e culturale cresciuto grazie a quelle preziose «radici cristiane» che la parte più vuota dell’Occidente si affanna a voler cancellare dalla storia nostra e del mondo intero. Una pulsione follemente in perdita per tutti, senza distinzione.
Gabriella Sartori

Popieluszko, la vittoria definitiva e storica di Solidarnosc, del popolo polacco e della Polonia!

Caro Jòzef (Cracovia),

ieri sera ho visto il film “Popieluszko: non si può uccidere la speranza”. Mentre scorrevano le immagini e venivano presentati gli episodi storici della Polonia, di Solidarnosc e di Popieluszko, non ho potuto che riflettere sulle tue vicende personali e familiari di quegli anni. Nella commozione i fatti assumevano i vostri volti e, in qualche modo, partecipavo agli ideali, alle speranze, alle sofferenze ed alle delusioni così intimamente vostre di quel periodo.

Mi ha particolarmente colpito una scena dove Popieluszko afferma, nella incomprensione degli amici, che la sua è una lotta contro il male documentato e descritto dalla violenza e dall’odio degli uomini al potere ma così insidioso da coinvolgere tutti, anche coloro che credono di perseguire ideali di giustizia.

Mi verrebbe da dire: “Popieluszko, la vittoria definitiva e storica di Solidarnosc, del popolo polacco e della Polonia!”. Ciò anche indipendentemente da come le vicende storiche si sono sviluppate in seguito.

Allo stesse modo potremmo affermare che il nazismo è stato certamente sconfitto militarmente dagli Alleati Stalin, Churchil e Roosevelt, ma possiamo altrettanto e con consapevolezza affermare che la radice del male, espressa in termini di potere, violenza, ideologia e odio, è stato divelta e vinta per l’eternità nel campo di concentramento di Auschwitz con il sacrificio di padre Massimiliano Kolbe.

Così per la storia della Polonia, di Solidarnosc, dell’Europa e del mondo, fino alla caduta del Muro di Berlino nel 1989, la vittoria vera, radicale, di Cristo sul male, sulla violenza e sull’odio si è manifestata nel sacrificio di padre Popieluszko. “Christus vincit, Christus regnat e Christus imperat.”

Grato è onorato per la tua cordiale, sincera e duratura amicizia espressa in questi decenni,

fraternamente in Cristo

bruno

Il cittadino Cristo

Il cittadino Cristo

Narrasi a questo proposito un molto curioso aneddoto. Il consiglio legislativo della Cisalpina, di cui Parini era membro, teneva la sua adunanza nello stesso luogo dove siedeva l’antica Cameretta dov’eravi un gran crocifisso, che un giorno alcuno di quegli esaltati repubblicani fece levar via.

Giunto Parini e non vedendo più il crocifisso chiese fieramente ai colleghi: dov’è il cittadino Cristo?

Al che eglino, ridendo e motteggiando, risposero averlo fatto riporre altrove perché non aveva più nulla a fare colla nuova repubblica.

Ma l’austero poeta soggiunse: ebbene, quando non c’entra più il cittadino Cristo non c’entro più nemmeno io. E si dimise immediatamente dal suo ufficio.

Vincenzo Monti

In morte di Lorenzo Mascheroni, 1802

Da Tempi, settimanale diretto da Luigi Amicone, 18 novembre 2009

Il cittadino Cristo

Per una compagnia sul lavoro: una proposta

MANIFESTO DI ADESIONE

Il Circolo Culturale Ettore Calvi si propone di realizzare in modo stabile un luogo dove promuovere riflessioni, giudizi, iniziative sui temi del lavoro a partire dagli insegnamenti della Dottrina sociale della Chiesa, con particolare riferimento all’impegno nell’ambito del lavoro.

LO SCENARIO
La situazione economica e sociale de nostro Paese e le trasformazioni in atto nel mercato del lavoro con una visione capace di aprirsi, sia alla globalità dei temi che ad ognuno dei singoli aspetti.
L’affermazione del lavoro trai valori fondamentali che realizzano la persona rappresenta il punto di partenza e di giudizio per ogni attività economica e no.
Questo valore deve però oggi fare i conti con lo scenario cambiato, nel quale i modelli di riferimento determinati da parole come responsabilità, realizzazione personale, giusto salario e solidarietà non trovano facile applicazione.

L’EVIDENZA DI UN NUOVO COMPITO
La riconferma del lavoro come fattore fondamentale per la persona  va coniugata con la proposta di nuovi strumenti di regolazione nel mercato del lavoro.Questa esigenza culturale e operativa riguarda tutti coloro che operano con responsabilità aziendali o sindacali.
Solo a partire da una concezione del lavoro come espressione del proprio essere è possibile all’uomo diventare protagonista della trasformazione della realtà.

LO STRUMENTO ASSOCIATIVO
La scelta del circolo è funzionale ad una esperienza associativa fatta di momenti conviviali e di amicizia dove appaia immediatamente libero e naturale lo scambio di esperienze e di opinioni sul tema della connessione tra senso del lavoro e senso della vita. Il Circolo è un luogo in cui gli stessi associati possono ripensare al loro ruolo, alle motivazioni ideali e trovare nella compagnia le occasioni di rinnovata passione al proprio impegno.
Oltre all’attività associativa locale e nazionale e la realizzazione di incontri per sostenere uno sviluppo adeguato alle tematiche, il Circolo costituirà al proprio interno un Comitato Scientifico con esperti in grado di contribuire alle riflessioni con analisi e dati. Tra gli obiettivi del circolo c’è anche la ricerca di sinergie con altri soggetti che operano su questo terreno e la disponibilità a mettersi in rete con questa realtà.

La scelta di intitolare il Circolo ad E. Calvi primo Segretario della Cisl di Milano, risponde al ricordo di operosità che il suo lavoro sindacale e politico, originato da una fede vissuta e dall’appartenenza ad un popolo, ha saputo testimoniare.

Per ogni ulteriore approfondimento:

http://www.circolocalvi.it

Benedetto XVI - lettera enciclica “Caritas in veritate”

Benedetto XVI - lettera enciclica “Caritas in veritate”.

“Quando nel 1891 Leone XIII pubblicò la prima enciclica sociale, la Rerum Novarum, in Francia ci fu solo un imprenditore, Leon Harmel, che la prese sul serio trasformando radicalmente le sue officine di filatura e rendendole un modello di un nuovo modo di fare impresa. Don Giussani ha sempre osservato che se anche tanti altri avessero fatto come lui, l’Europa sarebbe stata diversa.

È un esempio per dire che quanto Benedetto XVI ci propone non riguarda genericamente il mondo o la società, ma è rivolto personalmente a ognuno di noi. In questo senso l’enciclica è un richiamo soprattutto ai cattolici ad accettare la sfida di un cambiamento radicale. Insomma una salutare ventata di aria nuova ad esempio in Italia dove, con una buona dose di ipocrisia, sotto l’etichetta di imprenditore o di banchiere cattolico per anni ci sono stati propinati grandi discorsi sull’etica, non avendo mai il coraggio di rischiare soluzioni innovative non appiattite sugli stereotipi del pensiero dominante che ci ha condotto al disastro di oggi” . (Graziano Tarantini  articolo.aspx?articolo=30804 )

“Benedetto XVI ci richiama al fatto - sempre più spesso dimenticato, come l’attualità ci testimonia - che «un cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali. In questo modo non ci sarebbe più un vero e proprio posto per Dio nel mondo».

La Caritas in veritate sottolinea che la Chiesa «non ha soluzioni tecniche da offrire e non pretende di intromettersi nella politica», ma ha una missione da compiere: annunciare Cristo come «il primo e principale fattore di sviluppo».

Su questa strada della testimonianza ci sentiamo sfidati a verificare - dentro le vicende della vita - la portata della fede in Cristo, come Colui che ci mette nelle condizioni ottimali per affrontare la miriade di problemi di ordine economico, finanziario, sociale e politico che l’enciclica elenca”.

Cominicato stampa di Comunione e Liberazione

Per un lavoro comune:

caritas-in-veritate

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vittadini

LABORATORI DI SUSSIDIARIETA’ RN 30 maggio 2009

LABORATORI DI SUSSIDIARIETA’

RIMINI – MAGGIO 2009

“IL SIGNIFICATO POLITICO DELLA SUSSIDIARIETÀ: L’AFFERMARSI DI UNA GOVERNANCE LOCALE SUSSIDIARIA A PARTIRE DAL RICONOSCIMENTO DI UN’ANTROPOLOGIA POSITIVA ALLA BASE DELLA SOCIALITÀ”

PROGRAMMA

Sabato 30 maggio 2009

“Verso l’affermazione di un Welfare sussidiario”

Rosati Davide (Sindacato delle Famiglie) – Strumenti per l’affermarsi di una governance locale sussidiaria nella gestione dei servizi alla persona

Daniele Celli (Preside Liceo Scientifico G. Lemaitre) – Le opere educative dagli asili nido all’Università.

Gianluca Conti (Presidente del Centro di Solidarietà) – Il bisogno del lavoro: dal Centro di Solidarietà alla Piazza dei Mestieri

Sandro Ricci (Direttore del Meeting per l’Amicizia fra i popoli) – Il contributo della Fondazione Meeting all’elaborazione del Piano strategico riminese

Bruno Angelini (Docente Università di Urbino) – Un modello di governance sussidiaria:la sussidiarietà circolare quale rapporto paritario fra le istituzioni, le aziende profit ed il non profit.

  • Moderatore: Franco Boarelli (Umana Dimora Rimini)

  • Coordinatore laboratori: Bruno Angelini
  • Direzione organizzativa: Davide Rosati

I laboratori si terranno dalle ore 10.00 alle ore 13.00

presso la sede di Compagnia delle Opere,

via XX Settembre, 122 - RIMINI

Si invita a confermare l’adesione e la partecipazione preventivamente alla data fissata degli incontri.

Riferimento:

Davide Rosati 3383497510 – dvdrst@tin.it

Durante l’incontro sarà distribuito il DVD con la registrazione dell’incontro precedente.

Verso la sussidiarietà 2: un’ipotesi di lavoro educativo e formativo

Verso la sussidiarietà 2: un’ipotesi di lavoro educativo e formativo.

Conclusioni di Berhard Scholz: Verso la sussidiarietà. Una tensione ancora implicita.

Una ipotesi di lavoro educativo e formativo

L’indagine dimostra quindi una certa tendenza a confermare la sussidiarietà a livello socio-politico e una ancora troppo limitata propensione verso una implementazione dei principi antropologici della sussidiarietà all’interno delle imprese…………L’indagine suggerisce una riflessione sulle possibili modalità che permettono che la simpatia per la sussidiarietà “esterna” possa diventare una leva importante per comprendere la convenienza umana ed economica della sussidiarietà “interna” all’impresa, specialmente riguardo a due aspetti: la concezione dell’imprenditore e dell’impresa e la concezione del collaboratore. (pag 216)

Un sistema circolare: società-Stato-imprese.

Si tratta di un sistema circolare, nel quale le imprese che producono dei beni e dei servizi ricevono dalla società e dallo Stato dei beni anche in termini culturali che sono presupposti fondamentali per le loro attività economiche. E viceversa società e Stato ricevono dalle imprese beni e servizi che non si limitano né alla produzione fatturabile né alle imposte con le quali l’impresa “ri-paga” alla Stato e – se tutto funziona bene – attraverso di esso alla società i beni ricevuti. . (pag. 218-219)

Educazione alla libertà ed alla responsabilità

Cosi come lo statalismo può fare comodo ai cittadini che preferiscono un assetto assistenzialistico, anche il paternalismo aziendale può fare comodo a chi preferisce eseguire compiti senza coinvolgersi personalmente. E qui emerge un aspetto fondamentale: la sussidiarietà, da qualunque punto di vista la si consideri, richiede e al contempo promuove una educazione alla libertà e quindi alla responsabilità …..Il principio di sussidiarietà si basa di fatto sulla capacità e la volontà della persona di assumersi la responsabilità di affrontare in un modo costruttivo i problemi che la vita stessa pone, mettendosi insieme ove possibile o necessario con altri, lavorando insieme per raggiungere obiettivi comuni e condivisi. (pag. 221)

A cura della Fondazione per la Sussidiarietà, (2009), “Rapporto sulla sussidiarietà 2008 -Sussidiarietà e … piccole e medie imprese”, edizioni Mondadori.

Alla luce della provocazione al lavoro sulla sussidiarietà proposto da Scholz propongo le slides della lezione “Il significato politico della sussidiarietà:l’affermarsi di una governance locale sussidiaria” tenuta alla“Scuola di formazione all’impegno sociale e politico -San Tommaso Moro” della Diocesi di Rimini. ( http://www.tommasomoro.eu/ )

governance-locale-sussidiaria