ANNO ACCADEMICO 2011-2012: IL FUTURO E’ STUDIARE CONSAPEVOLI DI UN DESTINO
ANNO ACCADEMICO 2011-2012: IL FUTURO E’ STUDIARE E LAVORARE CONSAPEVOLI DI UN DESTINO BUONO AVENDO A CUORE SE STESSI E VIVENDO CON IL CUORE IN MANO….
Una sera, finita la giornata di lavoro, mi hanno chiesto di sistemare un carico di casse d’acqua e di vino appena arrivate. Si trattava di portarle in magazzino, uno scantinato buio cui si accedeva solo per una scala ripidissima: io piangevo e stavo male. E’ nata lì - ce l’ho davanti come fosse adesso - la mia scoperta della letteratura (e tra l’altro la scoperta del perché valesse la pena studiare a memoria……Dunque, stavo scendendo queste scale e a metà della discesa vengo folgorato da una terzina di Dante: improvvisamente mi viene in mente una di quegli aborriti pezzetti della Divina Commedia che avevo studiato a memoria. E’ il brano dove Dante incontra il trisavolo Cacciaguida, che profetandogli l’esilio - proprio come me, lontano da casa - gli dice: “Tu proverai si come si sale/lo pane altrui [come è amaro il pane dell'esilio], e come è duro calle [sentiero]/lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale”. Sono rimasto di sasso, per la prima volta ho pianto di contentezza, nel senso che il primo pensiero che ho avuto è stato: Dante, seicento anni prima di me, ha descritto in una terzina, in modo perfetto, quello che provavo io allora. E’ stata una gioia irrefrenabile, mi sono detto: parla di me. Non avevo mai capito perché dovessi studiare la Divina Commedia, e scopro che parla di me: questo è il supremo interesse per tutto ciò che si studia…..Sono tornato a casa e mi sono messo a leggere in un modo irrefrenabile, a studiare proprio; improvvisamente mi piaceva, è come se la noia che avevo provato l’anno prima fosse stata spazzata via.
F.Nembrini, (2011), “Di Padre in Figlio. Conversazioni sul rischio di educare.”, Ares, Milano, pagg. 193-194
Io capivo che il mio lavoro di insegnante sarebbe stato quello di farli innamorare dello studio, far nascere in loro la passione di studiare, di leggere. Allora il più delle volte iniziavo l’anno con la Lettera a Francesco Vettori di Machiavelli: “….Venuta la sera, mi ritorno a casa, et entro nel mio scrittoio…..et rivestito con decentemente [adeguatamente vestito] entro nelle antique corti degli antiqui homini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che sulum è mio, et che io nacqui per lui [...Quel cibo per cui siamo venuti al mondo, per conoscere la realtà, amarla e servirla (servirla si capisce da grandi)]. Dove io non mi vergogno parlare con loro.
Ecco, questo è lo studio: parlare con della gente, interloquire con degli “antichi uomini”, con i saggi che ci hanno preceduto, che hanno avuto la stessa domanda. Come per me sulle scale con Dante: interrogare gli uomini grandi che ci hanno preceduto e vedere i loro tentativo…Domandare ragione delle loro azioni, e quelli, per la loro umanità, mi rispondono; per la loro umanità, cioè per l’elemento che abbiamo in comune, il cuore…Ecco, studiare è questo. Una interlocuzione con gli antichi, che però presuppone che tu abbia a cuore te stesso, abbia cura di te stesso, che tu viva con il tuo cuore in mano...
F.Nembrini, (2011), “Di Padre in Figlio. Conversazioni sul rischio di educare.”, Ares, Milano, pagg. 202-203