Il senso del Mistero: una voce da Auschwitz

Una voce da Auschwitz

Testimonianza di Liana Millu

Nella lunga strada, che mi condusse dall’ateismo all’agnosticismo, l’acquisizione del senso del mistero fu, io credo, determinante. Ho provato molte volte a identificare i momenti di tale passaggio, ma è impossibile. L’unica cosa che mi è rimasta nettissima nella memoria è il ricordo di un pomeriggio di domenica, in cui non si lavorava; tra la zone delle baracche e la zona dei crematori c’era un grande spiazzo erboso. E mi rivedo, quella domenica, sdraiata sulla terra e fissa a guardare una catena di montagne viola che si profilavano all’orizzonte. Non pensavo a nulla, però mi sentivo affascinata, come se dalle lontane montagne mi raggiungesse qualcosa; e capivo che io ero sì all’ombra dei crematori, ma oltre la pianura e oltre le montagne c’era ancora qualcosa. Insomma, era per me evidente il senso del mistero. Forse quella domenica cominciò a cambiare il mio animo. Per ché ero stata di un ateismo puro, che talora, in certe ore cupe, diventava un ateismo invidioso; proprio così. L’animo, indurito e rattrappito dalle sofferenze, anelava la fede dei credenti, pensava al conforto, all’abbandono che sarebbe stato lasciarsi trascinare dalla corrente di una fede. E me lo scrollavo da dosso quasi con rabbia.
Tuttavia non posso per onestà tacere che proprio laggiù ci fu un breve periodo in cui fui credente, abbandonandomi appunto al desiderio di una fede. Accadde così. Ci alzavamo alle prime ore del mattino, quando era ancora notte, e rimanevamo davanti alla baracche ad aspettare che il cielo schiarisse. Una volta mi sentivo talmente stanca che il bisogno di aiuto era lacerante ed ecco che, guardando il cielo immobile, senza alcune determinazione, mattina dopo mattina, mi vennero alla mente dei versi (io che non avevo mai scritto) che erano effettivamente preghiera: “Fa, o Signore, che io non divenga fumo,/fumo che si dissolve,/fumo in questo cielo straniero;/ma riposare io possa laggiù,/nel mio piccolo cimitero”. Una preghiera, e avevo coscienza di pregare; con quale fervore guardavo quel cielo di morte, ripetendo con fiducia la preghiera, credendo fortemente nell’aiuto di un Essere supremo, onnipotente, misericordioso, che ascoltasse la mia voce supplichevole: “Fa, o Signore, che io non divenga fumo”……..
E’ stato detto che nessuno uscì dai lager come vi era entrato, ed è vero: io entrai atea e ne sono uscita agnostica. Un’agnostica seria, e questa volta non per incoscienza. La domanda ultima: che cosa sarà di me quando il mio corpo giacerà sotto terra?, l’ho ben presente. E come non potrei? La mia vita è ormai così vicina al suo termine! Ma, se il mistero c’è, io lo conoscerò. Questo dà al mio ultimo tratto di strada una serenità appena velata di malinconia.
Cosa rimane delle tante cose che formano il tessuto di una lunga esistenza? Forse che tale tessuto ha seguito una trama che ci rimane misteriosamente celata? Non so e non cerco di saperlo.
So soltanto che, dalla decantazione di tanta vita, emergono due elementi: amore per “nostra madre terra” e compassione, una grande e profonda compassione per la condizione umana.
(Cattedra dei non credenti, Chi è come te fra i muti? L’uomo di fronte al silenzio di Dio. Lezioni promosse e coordinate da Carlo Maria Martini, 1993, Milano, pagg. 85-89)