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La beatificazione del padre Jerzy Popieluszko, il capellano del sindacato Solidarnosc, ucciso nel 1984 avrà, luogo a Varsavia il 6 giugno prossimo in presenza dell’arcivescovo Angelo Amato, prefetto della Congregazione per i santi del Vaticano.
“Pochi in Occidente erano atenti a quanto accadeva nei paese dell’Est, il più delle volte inascoltati, se non addirittura violentemente combattuti, perchè documentavano il fallimento di una prospettiva storica che aveva preteso realizzare il bene e la giustizia con le sole forze umane……
Neppure dopo la caduta del muro di Berlino (1989) vi sarà una vera riflessione su un’ideologia che ha pesantemente signato metà del continente, producendo molti più morti di quanti ne avesse fatti il nazismo e tenendo inchiodati milioni di uomini in un totalitarismo che, se ad un certo momento abbandonò in parte la pratica dei gulag, costrinse comunque interi popoli al silenzio e a condizioni di vita durissime………
Per decenni di tutto questo in Italia non si parlò. I paesi dell’Est rimasero ignorati e sconosciuti non solo nel loro presente, ma anche nel nostro comune passato; basti guardare ai manuali di storia delle nostre scuole. Si trattò di una censura coscientemente voluta e perseguita: per giustificare la separazione del presente, bisognava dimenticare l’unità del passato, che avrebbe reso quella separazione incomprensibile e ne avrebbe dimostrato la violenza.
Un varco si aprì nel 1980, qiando fecero il giro del mondo le immagini degli operari di Danzica in sciopero. Fu uno sciopero strano per il mondo occidentale, perchè quegli stessi operai che chiedevano condizioni di vita e di lavoro dignitose, lo facevano in modo non violento e, soprattutto, riaffermando i segni della tradizione cristiana della Polonia………
Furono giorni di una, in gran parte inascoltata, catechesi per tanto Occidente e per tanti cristiani occidentali rassegnati da tempo a pensare che la fede fosse un fatto puramente dello spirito, dei buoni sentimenti, delle anime pie, lontano dalle istanze di libertà, dignità e verità del mondo del lavoro e incapace di un giudizio sugli avvenimenti della storia.
La Polonia stava nuovamente annunciando al mondo intero che la Chiesa è esperienza concreta di giudizio, verità e compagnia all’uomo in tutte le dimensioni della sua vita, e lo faceva attraverso i volti della parte più semplice del suo popolo, ma anche attraverso le parole dei suoi intellettuali e i gesti dei suoi sacerdoti…….
Solidarnosc fu molto di più di un’organizzazione sindacale: fu l’occasione per la società polacca di riprendere in mano la propria soggettività e la propria identità, soprattutto di fare esperienza di una nuova qualità di rapporti, in cui veniva abbattuta la barriera della paura…….
Padre Popielusko si è immedesimato con la tradizione millenaria della Polonia, l’ha fatta propria, l’ha incarnata secondo la propria sensibilità di uomo e l’ha verificata di fronte alle nuove sfide della storia.
Padre Popielusko entra a buon diritto nella schiera di santi e martiri: come loro ha fatto la sua scelta per il bene e di fronte al male non ha intrapreso la strada del silenzio rassegnato e indifferente e neppure quella della lotta politica, ma, a imitazione del santo Massimiliano Kolbe e di tutti i martiri di ogni tempo, ha dato a tutti un esempio di come sia possibile, seguendo con umiltà e passione maestri e testimoni, dare la vita e, secondo, dare la vita e, se necessario, offrirla fino all’estremo sacrificio per la verità, la giustizia e la pace….”
Guglielmi A., 2010, “Popielusko -Non si può uccidere la speranza”, Itacalibri, Castelbolognese.
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L’impresa è un affascinante luogo educativo
Eugenio Dal Pane, (2010) “L’impresa possibile – L’Ideale alla prova”, Itacalibri, Castel Bolognese.
Il libro intende documentare un tentativo di fare impresa mettendo alla prova l’Ideale, non come principi e norme da realizzare, ma come avvenimento che, attraverso volti, incontri, fatti letture, circostanze personali e storiche, entra nella vita e la trasforma, fino a desiderare che ogni persona, ogni ambito ne siano investiti ‘perché sia più dolce la convivenza nel mondo’. ((pag. 9)
L’Ideale alla prova non riguarda solo il rapporto con i collaboratori, ma anche tutti i fattori dell’impresa. Mettere al centro la persona, infatti, determina un modello imprenditoriale che fa del guadagno, evidentemente necessario, non il fine, ma un mezzo per creare valore per tutti. Itaca non nasce in vista di un profitto, ma per contribuire al rinnovamento della società attraverso la propria specifica attività. Del resto la natura di ogni impresa è produrre beni in risposta ad un bisogno. (pag. 115)
Abbiamo voluto raccontare la storia di Itaca come esempio di impresa possibile: mettere al centro la persona – l’imprenditore, i collaboratori, i fornitori, i clienti – determina il bene dell’azienda e il rinnovamento di un pezzo di società…..La crisi offre l’opportunità di porre le basi di una nuova cultura del lavoro che parta dalla verità dell’uomo e dell’economia, ben delineata da Benedetto XVI nella sua recente enciclica Caritas in veritate. (pag 116)
Itaca nacque senza risorse economiche, ma potendo contare su alcuni fattori di cui solo dopo avrei compreso la forza in chiave imprenditoriale: una identità ben definita, espressa già nel nome; un preciso mercato di riferimento; un obiettivo chiaro: editare, promuovere e diffondere prodotti editoriali, anche di altri editori, che favorissero una coscienza critica e sistematica di sé e della realtà. Se il mercato iniziale era limitato, potenzialmente era senza confini.
Uno slogan dei primi tempi fu: libri come compagni di viaggio. Non il viaggio per il viaggio, ma il viaggio per trovare senso, se stessi, la casa, cioè la compagnia degli altri uomini. (pag. 29)
Scopo e desiderio del mio lavoro e il desiderio di trafficare perché certi libri potessero arrivare a tutti. Era una battaglia palmo a palmo, ma ero deciso a combatterla. Il fine era “strappare agli amici, e se fosse possibile a tutto il mondo, il nulla in cui ogni uomo si trova” e lavorare per la ricostruzione dell’umano e del popolo. (pag. 69)
Buona lettura…….
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1 maggio 2010: senso religioso e lavoro
“Il clima prevalente fa guardare al lavoro in modi riduttivi, per esempio come un modo di produzione, una prestazione inevitabile, un distino di sciavitù, oppure come ad un diritto (certo giusto) che diventa pretesa, o come un dovere moralistico.
E’ necessario riscattarci da queste riduzioni a partire da un’altra affermazione: il lavoro è un bisogno dell’uomo.
i bisogni - di lavoro, di amicizia, di bellezza, di giustizia, ecc. - apparentemente si rivolgono ad aspetti particolari, in realtà traducono quell’impulso infinito fatto di esigenze, desideri, evidenze e prospettive fondamentali, che nasce dal “cuore” dell’uomo e lo spinge a realizzare il suo io, la sua persona intera.
Qualsisi risposta particolare ad un bisogno lascia nell’uomo un fondo di insoddisfazione se non vi percepisce una corrispondenza con la totalità della sua persona, se non avverte un progresso nel cammino verso il suo destino.
Ciò che rende così infiniti e irriducibili i desideri del cuore è il fatto che in lui c’è qualcosa che non proviene dalla sua nascita materiale, biologica, ma direttamente da Dio. Questo qualcosa è quell’apertura all’infinito che è connaturata nell’uomo, quella “fame e sete” che nessuna materialità può risolvere. E’ il senso religioso.
Il senso religioso è il fattore ultimo dei bisogni umani, e quindi anche del lavoro:
a) Il senso religioso realizza l’unità dell’uomo che lavora, la sua integralità per cui egli non viene spezzettato e frammentato, trattato cume un ingranaggio.
b) Il senso religioso realizza l’unità tra gli uomini del lavoro, cioè può veramente mettere insieme. Esso richiama il fatto che gli uomini hanno una comune origine e un comune destino, e soprattutto che hanno lo stesso cuore, cioè la stessa struttura di desideri ed esigenze fondamentali.
c) Il senso religioso crea un movimento. Dentro la società, dentro il mondo del lavoro nasce qualcosa di irresistibilmente mobile e creativo, qualcosa di non tranquillo. Un movimento richiama che protagonista dell’esistenza e della storia è il fattore umano nella sua interezza originale.”
Giovani lavoratori di Comunione Liberazione - Bergamo 1 maggio 1987