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Verso la sussidiarietà: un’ipotesi di lavoro educativo e formativo.
Dal rapporto sulla sussidiarietà 2008 “Sussidiarietà e … piccole e medie imprese” a cura della Fondazione per la Sussidiarietà, edizioni Mondadori , a cui rimando per un approfondimento. In grassetto e corsivo le mie sottolineature.
L’ipotesi di lavoro è che la competitività delle piccole imprese abbia a che fare con una concezione “sussidiaria” che in questo contesto si esprime secondo due linee complementari. La prima dimensione (interna all’azienda) è la valorizzazione delle persone che guidano l’impresa e che vi lavorano apportandovi i loro ideali, i loro legami e sistemi relazionali. In tale concezione e prassi la centralità della persona non è strumentale, ma è un valore in sé, che origina dalla sua libertà e per questo non è manipolabile, ma può essere valorizzata. La seconda dimensione “sussidiaria” legata all’ipotesi che la competizione tra piccole imprese possa essere concepita non innanzitutto in termini “darwiniani”, come eliminazione dei concorrenti dal mercato, ma come costruzione di reti orizzontali (vedi modello distretti) e verticali (fornitori-produttori-clienti) e di strutture associazionistiche che promuovono lo sviluppo di ogni entità.
In sintesi, se la sussidiarietà è l’espressione della centralità della persona, nel mondo dell’impresa essa si misura da tutte le dinamiche, interne all’azienda o messe in atto all’esterno di essa, che più valorizzano l’uomo e ciò che più lo costituisce: la sua capacità di relazione. (pagg. 9-10)
Conclusioni di Berhard Scholz: Verso la sussidiarietà. Una tensione ancora implicita.
Una ipotesi di lavoro educativo e formativo
L’indagine dimostra quindi una certa tendenza a confermare la sussidiarietà a livello socio-politico e una ancora troppo limitata propensione verso una implementazione dei principi antropologici della sussidiarietà all’interno delle imprese…………L’indagine suggerisce una riflessione sulle possibili modalità che permettono che la simpatia per la sussidiarietà “esterna” possa diventare una leva importante per comprendere la convenienza umana ed economica della sussidiarietà “interna” all’impresa, specialmente riguardo a due aspetti: la concezione dell’imprenditore e dell’impresa e la concezione del collaboratore. (pag 216)
Andare a fondo dell’esperienza imprenditoriale
Una possibilità è quella di andare a fondo dell’esperienza imprenditoriale stessa per scoprire che la proprietà stessa è qualcosa di “dato per”, qualcosa di ricevuto che implica una responsabilità rispetto al bene comune. La differenza da rilevare è dunque quella fra l’imprenditore che non è pienamente consapevole di questo e l’imprenditore che ne è cosciente e ne promuove con volontà e decisione tutte le implicazioni che questo comporta. (pag 217)
Un sistema circolare: società-Stato-imprese.
Si tratta di un sistema circolare, nel quale le imprese che producono dei beni e dei servizi ricevono dalla società e dallo Stato dei beni anche in termini culturali che sono presupposti fondamentali per le loro attività economiche. E viceversa società e Stato ricevono dalle imprese beni e servizi che non si limitano né alla produzione fatturabile né alle imposte con le quali l’impresa “ri-paga” alla Stato e – se tutto funziona bene – attraverso di esso alla società i beni ricevuti.
Libertà imprenditoriale e bene comune
L’individualismo imprenditoriale unicamente concentrato sul profitto potrà avere successo nel breve termine, ma così facendo non solo non contribuirà all’edificazione di una socialità vera, ma non rispetterà neanche i principi di un’economia aziendale orientata a un redditività solida e duratura. La libertà imprenditoriale emerge come fonte di responsabilità proprio quando si esprime attraverso la costruzione di una impresa economicamente salda che contribuisce in tutte le sue attività indirettamente e spesso anche direttamente al bene comune. (pag. 218-219)
Il valore sussidiario dell’impresa
La responsabilizzazione è la vera valorizzazione dei collaboratori che di fatto non vengono più “gestiti” come “risorse umane” ma riconosciuti per la loro umanità, costituita da un desiderio infinito e dalla loro professionalità attraverso la quale questo desiderio si esprime nel mondo lavorativo.
Educazione alla libertà ed alla responsabilità
Cosi come lo statalismo può fare comodo ai cittadini che preferiscono un assetto assistenzialistico, anche il paternalismo aziendale può fare comodo a chi preferisce eseguire compiti senza coinvolgersi personalmente. E qui emerge un aspetto fondamentale: la sussidiarietà, da qualunque punto di vista la si consideri, richiede e al contempo promuove una educazione alla libertà e quindi alla responsabilità …..
Il principio di sussidiarietà si basa di fatto sulla capacità e la volontà della persona di assumersi la responsabilità di affrontare in un modo costruttivo i problemi che la vita stessa pone, mettendosi insieme ove possibile o necessario con altri, lavorando insieme per raggiungere obiettivi comuni e condivisi. (pag. 221)
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L’ossessione burocratica………………
Traggo dal libro di Piero Ostellino “Lo stato canaglia. Come la cattiva politica continua a soffocare l’Italia”. edizioni Rizzoli, a cui rimando per un approfondimento, alcuni spunti di analisi sulla realtà dello Stato e della Pa in generale. In grassetto e corsivo le mie sottolineature.
Ruolo delle leggi e dei regolamenti
“Dove non c’è legge non c’è liberta” ha scritto Locke. Ma se leggi e regolamenti sono troppi – e a prevalere è l’arbitro della legislazione sull’università e l’impersonalità del diritto – il cittadino non gode più della libertà politica, perché le sue libertà si riducono, e lo Stato diventa dispotico. Negli Stati totalitari – dove leggi e regolamenti sono tanti – tutto è vietato tranne ciò che è espressamente consentito; nelle società aperte (dove leggi e regolamenti sono pochi) tutto è consentito tranne ciò che è espressamente vietato. Insomma: troppe leggi e regolamenti uccidono, le libertà. “La burocrazia è il dispotismo dell’inerzia” ha scritto Emilie de Girardin. (pag. 86)
Servizi e beni pubblici
Per il pensiero totalitario è il settore pubblico che produce beni pubblici. Esso non distingue fra servizio pubblico – prestato dalla pubblica amministrazione – e beni pubblici, che rispondono alla domanda del consumatore; li confonde, li assimila e, per fornire l’uno e produrre gli altri, aumenta le tasse. Ma in una società aperta non c’è distinzione fra settore pubblico e privato nella produzione di beni pubblici, che possono essere prodotti dall’uno o dall’altro”. (pag. 89)
La legislazione come strumento organizzativo
Lo Stato non c’è dove dovrebbe esserci – garantire la sicurezza, la legalità, la giustizia, l’istruzione – e c’è dove non deve, producendo illegalità, divieti vincoli, sanzioni illegittime. Da noi la legislazione non fissa solo norme di condotta; è anche strumento organizzativo. Vuole modellare l’uomo. Lo vuole nuovo, migliore di quello che è. Ma l’enorme produzione di leggi vanifica la certezza dei diritto e paralizza la società”. (pag. 99)
Il principio di responsabilità
“….Sapete perché le rotonde agli incroci, al posto dei semafori, sono arrivate in Italia con vent’anni di ritardo; c’è chi vi si è opposto e ancora oggi molti non sanno che fare quando ne incontrano una? Perché la rotonda incarna il principio di responsabilità (l’automobilista di autogestisce), mentre il semaforo incarna il principio di autorità (è lo Stato che dice che fare). Non è vero che è difficile governare gli italiani. Basta subissarli di divieti che li sollevino dalle loro responsabilità. (p. 104)
Una via d’uscita
Quelle che bisogna eliminare sono le leggi utili, utilissime al governo politico centrale e a quello amministrativo degli enti periferici per giustificare, nel migliore dei casi – secondo la definizione weberiana – la propria stessa esistenza; nel peggiore, per ricavarne vantaggi in termini di potere o addirittura pecuniari………………Sarebbe ora che si prendesse atto che la sola e vera questione morale sono la carenza di cultura liberale, o semplicemente civica, di una classe politica che non si sa se sia più incompetente o più truffaldina, ovvero entrambe le cose, cioè inconcludente e cialtrona; il gigantismo dello Stato; la complessità amministrativa e normativa che alimenta parassitismo e clientele; la produzione di beni e servizi da parte della mano pubblica anziché da parte privata; la funzione allocativa e redistributiva delle risorse affidate alle leggi invece che al mercato; la rendita di posizione della burocrazia, centrale e periferica, e dello stesso ceto politico”..(pag. 114)
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Lo Stato canaglia…………
Traggo dal libro di Piero Ostellino “Lo stato canaglia. Come la cattiva politica continua a soffocare l’Italia”. edizioni Rizzoli, a cui rimando per un approfondimento, alcuni spunti di analisi sulla realtà dello Stato e della Pa in generale. In grassetto e corsivo le mie sottolineature.
Quale paese ?
a pag. 7 Ostellino fotografa una realtà impietosa: «Un Paese paralizzato da un numero spropositato di leggi e regolamenti; soffocato da una cultura burocratica invasiva e ottusa; gestito da una pubblica amministrazione pletorica, costosa e inefficiente e, non di rado, corrotta; vessato da un sistema fiscale punitivo per chi paga le tesse e distratto nei confronti di chi le paga; prigioniero di corporazioni e interessi clientelari; nella mani, da Roma in giù, dalla criminalità organizzata. Un Paese in inarrestabile declino culturale, politico, economico, che non è ancora precipitato agli ultimi gradini tra i Paesi industrializzati dell’Occidente solo grazie allo spirito di iniziativa e alla proiezione internazionale della media e piccola imprenditoria. Questa è l’Italia oggi»
Rapporto cittadini/Stato
Pag 10 : il libro vuole essere “la denuncia dell’invasività della sfera pubblica nella sfera privata. La descrizione di come la nostra politica non sia più, e da tempo, ammesso che lo sia mai stata, al servizio dei cittadini, ma li abbia posti al proprio servizio. Dello ‘Stato canaglia’”.
Quale Stato?
Il vero problema, che Ostellino coglie è quello di come è stata approvata la nostra Costituzione: «È figlia di un compromesso fra le due Resistenze, quella totalitaria (comunista) e quella democratica (liberale, cattolica, socialista, repubblicana) che si batterono contro il nazifascismo. La Resistenza totalitaria che durante la guerra di liberazione ha ammazzato, oltre ai fascisti, anche i partigiani di quella democratica, e dopo la fine della guerra cittadini innocenti in nome della lotta di classe e nella prospettiva dell’instaurazione nel nostro paese di un regime di tipo sovietico. La Resistenza democratica che si proponeva di abbattere il fascismo per portare l’Italia nell’alveo delle democrazie liberali dell’Occidente capitalista».
“Non occorre essere marxisti per sapere che lo Stato non è neutrale, ma è il braccio armato degli interessi di chi ne detiene il controllo, se non è controbilanciato da principi e interessi alternativi, fra loro in libera competizione. E’ sufficiente essere liberali”.
Nesso causale fra la natura dello Stato e le inefficienze
“Nel libro La Casta i due autori (Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella) hanno collezionato un’infinità di esempi di sprechi, inefficienze, privilegi, genericamente attribuibili alla Casta, e fin qui tutto bene. Ma – da buoni cronisti, costituzionalmente poco inclini all’interpretazione “sistemica” dei dati, che è, invece, l’oggetto di studio del politologo, dell’analista del politologo, dell’analista politico – non hanno fatto l’ulteriore passo avanti. Non dicono quale sia il “nesso causale” , il rapporto fra causa – la natura dello Stato e la cultura della sua classe dirigente – ed effetto (gli sprechi, le inefficienza, i privilegi). Così, il libro è diventato la Bibbia del qualunquismo e del populismo militanti, l’arma polemica da brandire contro la politica, “sporca” per definizione. Alimento per l’antipolitica” pag. 14
“La Casta è lo Stato stesso; Stato ipertrofico, invasivo; Stato della spesa pubblica e delle tasse elevate; Stato razionalmente consapevole del proprio ruolo e determinato ad imporlo. ‘Stato canaglia’ che, attraverso i rappresentanti del popolo al governo, quale ne sia il colore, utilizza l’eccesso di potere di cui dispone per estorcere quanta più ricchezza può al popolo. E distribuirla, sotto forma di benefici personali (pur sempre la parte minore), alla classe politica di governo e degli enti locali, nonché agli alti dirigenti della pubblica amministrazione; e, per la parte maggiore, sotto forma di facilitazioni – dalle tariffe dei servizi pubblici dati in concessione ai sussidi più o meno occulti – alle corporazioni con le quali è collusa; nonché, infine, sotto forma di assistenzialismo, alla fetta della popolazione della quale chi governa vuole garantirsi il consenso”. (pag. 15)
Quale via d’uscita?
“Lo Stato, “questo” Stato, ipertrofico, invasivo, predatore, che si è venuto sviluppando nel corso di duecento anni e, pur con diverse gradazioni in tutto il mondo democratico, non è la soluzione. E’ il problema.”
La soluzione è una bella cura dimagrante dello Stato………Non nella prospettiva della sua scomparsa ….Ma nella prospettiva di una riduzione del suo ruolo e della sua presenza, di una forte deregolamentazione e di una liberale ridefinizione delle sue funzioni che ne riducano i poteri e ripristinino il primato dell’autonomia della società civile e dell’individuo”. (pag. 16)
Che piaccia o no, una coda del passato – da Platone a Hegel, da Marx a Lenin, da Gentile a Mussolini – rimane nell’inconscio collettivo degli italiani.
Ciò spiega perché siamo, antropologicamente un popolo di sudditi, non di cittadini. Incapaci di tradurre le nostre reazioni agli sprechi, alle inefficienze, ai privilegi, non dico in azione, ma neppure in pensiero politico…….La contraddizione culturale: ci aspettiamo troppo dalla politica e poi ci lamentiamo dei suoi costi. La carenza di senso civico: sopportiamo la violenza dello Stato (più in generale, dei poteri pubblici) anche nella sfera delle nostre libertà individuali, nella convinzione di poterla compensare col soddisfacimento delle nostre aspettative – comprese quelle che la politica non potrebbe soddisfare per via istituzionale – attraverso i sentieri della parentela e della clientela.” (pag 18)