Bruno Angelini » Archive of 'Feb, 2009'

La sussidiarietà in Lombardia

“La sussidiarietà in Lombardia. I soggetti, le esperienze, le policy” è il titolo di un testo del 2008 pubblicato dall’editore Guerini e Associati di Milano e redatto a cura di Alberto Brugnoli e Giorgio Vittadini.

In questi mesi ci siamo soffermati sul significato del termine “sussidiarietà” e, pertanto, ritengo utile porre all’attenzione questo testo che presenta il modello lombardo come tentativo di applicazione del suddetto principio e che prima che politica e organizzativa ha una matrice culturale fondata, appunto, sul principio di sussidiarietà. Tale principio ha determinato nel contesto della Regione Lombardia percorsi innovativi, sia a livello istituzionale, sia a livello di grandi temi della vita civile come l’istruzione, formazione e lavoro, il socio-assistenziale e la sanità, settori oggetto di approfondimento nel volume citato.

Stato e mercato e antropologia negativa

Particolarmente interessante, allo scopo di un approfondimento del significato del termine sussidiarietà,  risulta il capitolo intitolato “Sussidiarietà: antropologia positiva e organizzazione sociale. Fondamenti per una nuova concezione di Stato e mercato e punti cardine nell’esperienza lombarda”, dove, tra l’altro, emerge che di fronte allo “statalismo oggi dominante, cioè il contratto che genera il Leviatano di hobbesiana memoria, come documenta bene il lavoro di Pierpaolo Donati (2007), si basa sulla sfiducia e sul sospetto, cioè una concezione di uomo negativa che mortifica le potenzialità e il positivo contributo che il singolo può dare al bene comune, al progresso e alla lotta per la giustizia. Tale concezione è anche alla base di una certa idea di welfare state”. (pag. 18)

“Ciò significa rendere irrilevanti le relazioni fra i consociati, sminuire l’importanza delle comunità e formazioni sociali intermedie, anche come soggetti di cittadinanza, limitare il pluralismo sociale, in sintesi svalutare la socialità della persona umana, anche e precisamente come elemento costitutivo del welfare”. (Donati, 2007, p.39)

“La differenza fra i due approcci (statalista e liberista) consiste nel meccanismo individuato per correggere il “male” prodotto dal comportamento dell’uomo: per lo statalismo è l’azione del potere centrale; per il liberalismo è il mercato, inteso soltanto come l’ambito in cui i tentativi egoistici di ciascun individuo si incontrano con quelli degli altri per formare, grazie al meccanismo della mano invisibile di Adam Smith un equilibrio che alloca in modo efficiente, anche se non necessariamente equo, le risorse. Lo statalismo è un modello centralizzato, il liberalismo un approccio decentrato, ma la concezione antropologica negativa è la stessa”. (pag. 19)

Un’antropologia positiva alla base della socialità

“Il welfare non può essere costituito su una visione antropologica negativa come quella hobbesiana. Un’altra modernità, quella della visione positiva dell’uomo e dei suoi diritti, si sta affacciando all’orizzonte come soluzione alternativa”. (Donati, 2007, p.43)

“Da dove può partire un’antropologia adeguata all’uomo contemporaneo, che ne affermi in pieno la dignità, sul piano personale e sociale? Un aiuto in tal senso ci viene dalla rivisitazione, condotta da Luigi Giussani, della parola esperienza, per molto tempo intesa secondo l’accezione soggettivistica derivante dall’empirismo moderno. L’autore lombardo, riprendendo in modo originale categorie del realismo cristiano, ha reinterpretato questo termine proponendo la nozione di “esperienza elementare”, cioè l’insieme di esigenze ed evidenze strutturali che costituiscono - usando il linguaggio biblico - il “cuore” di ogni uomo, la sua faccia interiore, il senso religioso, il suo desiderio di verità, di giustizia, di bellezza, di felicità, di amore:

‘Criterio oggettivo con cui la natura lancia l’uomo nell’universale paragone con se stesso, con gli altri, con le cose….’(Giussani, 2003, p. 11).

L’attenzione all’esperienza elementare è quindi il fattore che accomuna ogni cultura che ponga al centro l’uomo e il suo cuore. L’esperienza di una corrispondenza tra il reale e le esigenze strutturali dell’uomo fornisce all’uomo stesso un criterio oggettivo per giudicare e agire: ragionevole è ciò che corrisponde al cuore”. (pag. 21)