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Imprenditore sociale.
Traggo da un testo del prof. Stefano Zamagni“L’economia del bene comune” edizioni Città Nuova, a cui rimando per un approfondimento, alcuni spunti interessanti che ci permettono di proseguire sulla strada della rifondazione della cultura economica e, soprattutto, della concezione del lavoro, dell’impresa e del bene comune.
A pag. 190 viene descritto sinteticamente lo sviluppo della moderna economia di mercato e l’emergere di figure imprenditoriali. IL testo così recita: “Il periodo che si è soliti definire “Umanesimo civile”, e durante il quale prese forma la moderna economia di mercato, ha visto la nascita della figura del mecenate. Il passaggio successivo all’economia di mercato capitalistica - un passaggio strettamente connesso all’avvento della società industriale - ha conosciuto l’emergere della figura del capitalista-filantropo. La transizione, iniziata in tempi recenti, verso la società post-industriale, mentre rende obsoleta la figura del mecenate e non più all’altezza delle nuove sfide la figura del filantropo, esige - sempre che si voglia avanzare sulla via del progresso morale e civile - che sulla scena economico-sociale intervenga un nuovo attore: l’imprenditore sociale“. (corsivo aggiunto)
Nel descrivere, poi, i pilastri dell’economia di mercato rappresentati da: la divisione del lavoro, l’orientamento dell’attività economica allo sviluppo ed il principio della libertà d’impresa; viene precisato ulteriormente la figura dell’imprenditore sociale ed il contesto nel quale si possa sviluppare l’impresa sociale.
A pag. 196 si propone: ” Chi ha
- creatività,
- adeguata propensione al rischio e
- capacità di coordinare il lavoro di tanti soggetti (ars combinatoria) -
sono queste le tre doti che definiscono la figura dell’imprenditore - deve esser lasciato libero di intraprendere, senza dover sottostare ad autorizzazioni preventive di sorta da parte del sovrano (o chi per lui) perché la “vita activa et negociosa” è un valore di per sé e non solo in quanto mezzo per altri fini. La libertà d’impresa implica la competizione economica, cioè la concorrenza, che è appunto quella particolare forma di competizione che si svolge nel mercato (si parla, infatti, di competizione sportiva, ma non di “concorrenza sportiva”). Il cum-petere che si svolge sul mercato, cioè la concorrenza, è conseguenza diretta della libertà d’impresa e, al tempo stesso, la riproduce.” (corsivo aggiunto).
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Dottrina sociale della Chiesa e scienze umane e sociali.
Propongo una riflessione in merito allo sviluppo delle scienze umane e sociali, tra le quali l’economia, tratta dal libro di G. Crepaldi e S. Fontana, (2006), “La dimensione interdisciplinare della Dottrina sociale della Chiesa”, Edizione Cantagalli, Siena, pag. 127-129.
A proposito di autonomia delle scienze sociali.
“Oggi le scienze sociali, come la sociologia o l’economia, hanno una loro autonomia scientifica e procedurale che la Dottrina Sociale della Chiesa non solo riconosce , ma apprezza e valuta positivamente. Tuttavia, tale autonomia è stata storicamente conseguita anche sulla spinta, di concezioni delle scienze sociali che tracciano un fossato incolmabile tra esse e i valori morali, quindi anche con la DSC. Un certo residuo di impostazione positivistica e neopositivistica, la dottrina weberiana della avalutatività delle scienze sociali, la dottrina humiana della “grande divisione”, ossia della incommensurabilità tra giudizi empirici e giudizi di valore, tra essere e dover-essere, hanno fortemente contribuito a promuovere il processo di autonomizzazione delle scienze sociali dalla filosofia morale, entro il cui ambito epistemico erano ascritte fino al XVIII secolo. Caratteristica comune ai tre orientamenti che abbiamo richiamato qui sopra è la netta separazione tra mezzi e fini, tra ragione e decisione, tra descrizione e valutazione”. (pag 127)
Rapporto Dottrina Sociale della Chiesa e scienze sociali
“Oggi sembra che questo schema sia entrato in crisi. Da un lato si constata che le scienze sociali non solo descrivono quanto accade, ma anche, con le idee dei sociologi e degli economisti, modificano quanto accade e contribuiscono ad orientarlo. Questo aspetto mette in evidenza che la presunzione di neutralità è, appunto, una presunzione. Dall’altro si capisce che le scienze sociali, chiudendosi nella loro presunta indipendenza da orientamenti di sorta, perdono la capacità di comprendere la complessità sociale contemporanea che è caratterizzata dalla mescolanza di elementi quantitativi e qualitativi. In altre parole si sta sperimentando che la separatezza dal mondo delle valutazioni sta creando un deficit nella stessa capacità scientifica di comprensione ed esplicitazione dei fenomeni sociali.
Qui si innesta il rapporto profondamente interdisciplinare con la DSC. Quest’ultima e le scienze sociali sono solidalmente impegnate a dimostrare come la scienza sociale, pur rimanendo autonomamente se stessa, può e anzi deve assumere al proprio interno elementi valutativi non per esigenze moralistiche o per il fatto che il singolo sociologo o il singolo economista è credente, ma per motivi epistemologici, ossia perché la loro scienza sia più scienza. Un esempio, che riguarda molto da vicino la DSC, può essere quello del rapporto tra solidarietà e mercato. Nella concezione avalutativa dell’economia, il mercato andrebbe analizzato descrivendo asetticamente i suoi meccanismi. La solidarietà entrerebbe in gioco solo dopo e a margine dell’indagine economica, o come espressione della decisione politica (lo Stato) o come espressione della decisione morale, ossia della compassione personale per i poveri e dell’elemosina. In questo modo, però, si viene a ipotizzare una separazione tra etica ed economia che non aiuta a comprendere tanti fenomeni economici. .l’importanza dei rapporti etici nella moderna impresa orizzontale, la necessità di stabile quali beni debbano passare per il mercato e quali no, come impostare economicamente un sistema moderno dì welfare, la gestione delle risorse destinate alla sanità, la valutazione economica della povertà o della disoccupazione non sonò nemmeno affrontabili da un’economia che non voglia farsi contaminare dall’elemento valutativo.
Se questo è vero, allora tra la DSC e le scienze sociali si dà la possibilità di un fecondo rapporto interdisciplinare”. (pag 128-129)
Per un approfondimento propongo un incontro promosso dalla Fondazione Internazionale GIOVANNI PAOLO II e la CONFCOOPERAITVE di Rimini dal titolo:
“CRISI ECONOMICA. CRISI ANTROPOLOGICA. L’UOMO AL CENTRO DEL LAVORO E DELL’IMPRESA: COME IL CREDITO PUO’ FAVORIRE LO SVILUPPO”
Sabato 31 gennaio ore 10.00 – 12.00. sala convegni Le Meridien – Rimini – Lungomare Murri, 13
Intervengono:
Prof. Luigi CAMPIGLIO ed il Prof. Stefano ZAMAGNI
Conclude S.E. Mons. Luigi NEGRI
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Agli amici di facebook: una provocazione.
Coltivare e sviluppare amicizia attraverso face book incrementa i beni relazionali?
Propongo una interessante riflessione tratta da un libri di Luigino Bruni, (2007), “La ferita dell’altro. Economia e relazioni umane”, Edizione Il Margine, Trento, pag. 172.
“La televisione e internet sono prodotti di mercato che non solo sottraggono tempo ed energie ai rapporti con gli altri (come li sottraggono la lettura o una corsa nel parco), me che vendono pseudo-rapporti con gli altri, a un prezzo e a un rischio infinitamente minori: da un programma televisivo e dal rapporto con un amico virtuale entro ed esco con un clic, mentre l’investimento ed il rischio in un rapporto di amicizia, o in un matrimonio, sono infinitamente maggiori.
Se perdo la capacità (che è questione culturale e spirituale) di distinguere i veri beni relazionali dai falsi, e vedo solo i rischi ed i costi e non anche i diversi rendimenti in termini di felicità, non è lontano il giorno in cui le merci prenderanno interamente il posto dei beni, compresi quelli relazionali, merci che ci offriranno sempre nuovi sostituti per rimpiazzare anche i beni relazionali”.
Grato a tutti coloro che, acconsentendo alla possibilità di un rapporto attraverso facebook, introducono a percorsi significativi e comunicano informazioni e suggestioni utili ad incrementare le relazioni come beni attraverso incontri reali. Ciao
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Comunità cittadina o amministrazione della città? A proposito di piano strategico.
Propongo una interessante riflessione a proposito dell’idea di comunità cittadina, tratta da un libri di Luigino Bruni, (2007), “La ferita dell’altro. Economia e relazioni umane”, Edizione Il Margine, Trento, pag. 194.
“Tutte le comunità umane - di lavoro, politiche, condominiali, familiari - sono luoghi di vita e di morte, di benedizione e di ferita.
Sono convinto che una buona convivenza si giochi sulla capacità di saper individuare il punto critico delle mediazioni (dello Stato e del mercato, in particolare): nessuna città potrebbe funzionare senza regole e contratti, senza giustizia, che è la grande mediazione e la indispensabile terzietà di cui ogni convivenza civile e democratica ha un bisogno vitale.
Ma se l’estensione dei contratti e dei limiti all’incontro personale supera un punto critico, la vita in comune si intristisce: se per evitare i conflitti disegnamo regolamenti condominiali, luoghi di lavoro, città che ci impediscono di incrociarci nei corridoi, nelle scale, nei luoghi comuni, nelle piazze (è preoccupante la diminuzione di luoghi comuni nelle nostre città), il rimedio allora diventa molto peggiore del male.
Una buona politica, per esempio, è quella che sa mediare la reciprocità ma senza impedire, per paura, che le persone si incontrino, altrimenti si perde ‘l’abbraccio’ dell’altro. E senza abbracci si muore”.
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Lo sviluppo ha un “volto”. Epifania: il Mistero della manifestazione del Signore.
“Adoreranno il Signore tutti i re della terra. Lo serviranno tutti i popoli”
(dal salterio dell’Epifania)
Traggo da un testo a cura di Roberto Fontolan “Lo sviluppo ha un volto. Riflessioni sull’esperienza” edizioni Guerini e Associati, alcuni spunti utili a descrive, re il significato di termini come: sviluppo, progresso, educazione, capitale umano, lavoro.
Nella presentazione del libro Roberto Fontolan introduce ai contenuti del testo così: “In questo volume raccontiamo una storia di sviluppo che non è fatta di numeri……abbiamo provato a rendere lo sviluppo decifrabile secondo un altro codice. In questo volume troverete innanzitutto fatti. Fatti che racchiudono persone - le singole vicende di singoli nomi che vivono in luoghi geografici precisi; e che tracciano una storia d’insieme - come un percorso amico capace di avvicinare le distanze dei continenti e dei decenni. Impossibile dare senso all’idea di “capitale umano” se dentro di essa non si scorgono i volti ……..e parlare di sviluppo resta inesorabilmente astratto se ….non si incontrano realtà espressione di un cambiamento (corsivo aggiunto). L’intero racconto contiene, un itinerario che può essere espresso così: persona, educazione, sviluppo; come il tempo nelle partiture musicali, queste tre “battute” ne costituiscono l’architettura nascosta.”
Di seguito a pag. 14 nell’introduzione di Alberto piatti viene descritto il valore della persona ed i fattori dello sviluppo.
Il valore della persona:
“Esprimendo in termini non tradizionalmente economici cos’è lo sviluppo nell’esperienza di un’organizzazione non governativa che opera negli angoli sperduti del pianeta con persone in carne ed ossa, si può definire la mossa di una persona che dopo aver lavorato con te, vissuto con te, affrontato con te questioni talvolta di vita o di morte, riconosce in se stessa e nella vita un valore e una dignità inestimabili. Valore e dignità che non sono in alcun modo dipendenti dalla situazione di maggior o minore difficoltà, maggiore o minore benessere. Percependo il valore di se stessa come indipendente dalla situazione storico-sociale in cui si trova, la persona diventa libera, e normalmente si muove prendendo iniziativa per migliorare la situazione stessa”.
I fattori dello sviluppo:
“Quattro fattori emergono dunque come essenziali nell’aiuto allo sviluppo:
- La dignità della persona,
- L’educazione come processo che la rende protagonista,
- Il desiderio come tensione alla realizzazione di sé,
- Il capitale umano come bagaglio di attrezzi e saperi per concretizzare un cammino di sviluppo.
………………….Occorre una generazione di persone che rispolveri lo sviluppo come progresso (parola che oggi ha smarrito la sua origine, progredior, corro in avanti), ovvero come tensione in avanti, verso una meta, verso cui c’è la strada ma a cui mai si arriva definitivamente, come dice San Bernardo: ‘La nostra perfezione consiste nel non illuderci mai di essere arrivati, ma nel protenderci sempre in avanti’.”(pag. 18)
Buon lavoro……per una fattiva continuità e contributo alla sviluppo come progresso:
L’adozione internazionale è quella scelta libera e responsabile con cui i coniugi si offrono, con totale gratuità, per diventare padre e madre di un bambino straniero non nato da loro e che ha bisogno di una famiglia in cui crescere, sentirsi voluto ed amato.
http://www.avsi.org/
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Educazione al lavoro e attraverso il lavoro.
Se il problema della crisi economica è innanzitutto un problema antropologico anche la risposta deve essere antropologica ed educativa. Per questo ogni investimento in educazione è un investimento sul futuro. Ciò potrà e dovrà accadere certamente a livello di sistema scolastico e formativo ma, ed in questo senso può risultare una scoperta interessate ed una ipotesi di lavoro suggestiva, potrà e dovrà svilupparsi anche a livello di sistema produttivo/aziendale e di sistema economico, coinvolgendo ogni organizzazione che produce beni ed eroga servizi.
Nel contesto storico ed economico attuale è urgente e necessario, pertanto, che gli ambienti di lavoro siano non solo il luogo della produzione dei beni e dell’erogazione dei servizi, ma anche realtà educative al significato dell’esistenza ed al senso del lavoro, ossia ambiti in cui venga coltivata l’immagine vera dell’uomo.
Rimando all’articolo allegato ( educazione_lavoro ), tratto da un quotidiano locale riminese, per un approfondimento. Mi permetto solo di sottolineare alcune affermazione proposte dai partecipanti alla discussione riportata inerenti il rapporto dei giovani con l’esperienza del lavoro.
Davanti al riconoscimento della necessità di formare i giovani alla capacità di assunzione della responsabilità l’imprenditore Tadei rilanciava: “per generare una responsabilità occorre coinvolgere i giovani in un progetto. Uno deve essere protagonista di quanto va facendo…..Tre sono i fattori generatori di responsabilità:la famiglia, la scuola e la Chiesa. Ma la famiglia oggi è sostituita dalla televisione, la scuola è intimidita e in Chiesa i giovani non ci vanno”.
Molto interessante risulta, allora, la prospettiva proposta nell’intervento di Giovanni Gemmani: “Proprio per questo oggi è l’azienda stessa che si trova a svolgere un’azione educativa. Noi poniamo i giovani a contatto col lavoro e con la realtà, cosa che la scuola da sola non può fare. Devono imparare come si curano le cose, come ci si relaziona con le persone, come si collabora con i colleghi…………….Occorre uno spirito nuovo con cui affrontare il lavoro. Come uomini e come imprenditori non possiamo rinunciare ad educare e ad aiutare chi già lo fa. Educare, cioè fare in modo che l’uomo sia sempre più uomo. Non occorrono solo buoni lavoratori, ma veri uomini”.
Con questo auspicio formulo i miei sinceri Auguri di un sereno e fruttuoso 2009.
Bruno Angelini