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Imprenditori nella PA

Noi, persone che lavorano nella P.A., vorremmo essere, in qualche modo, imprenditori di noi stessi: questa mi pare essere una posizione degna di un uomo seriamente impegnato con la vita.

Ma cosa significa essere imprenditori? Vi propongo una definizione:“Imprenditore è colui che intravede una opportunità là dove tutti vedono solo dei problemi” E’ una modalità di stare di fronte ai problemi. Questa è una sfida interessante, quanto ineludibile per ognuno.

Si tratta  di rifondare in qualche modo l’identità di chi lavora nella pubblica amministrazione; si tratta, cioè, di porre a tema noi stessi, la nostra identità in quanto lavoratori della P.A.  C’è un patrimonio umano e professionale da valorizzare.

Al di là delle riflessioni mi sembra utile e formativo rimandare ad esperienze di lavoro e di imprenditorialità che ci possano sostenere in questo percorso umano e professionale.

Sabato 15 novembre  2008 è stato presentato a Rimini il libro scritto da Valerio Lessi dedicato alla figura di un imprenditore e politico riminese, Giuseppe Gemmani, che ha lasciato il segno nella città.

Il libro si intitola Giuseppe Gemmani- Una fede invincibile, una creatività operosa ed è edito dalla San Paolo.

http://www.valeriolessi.it/2008/09/sussidiarieta-gemmani/    

Giuseppe Gemmani (1925-2006) è stato per oltre cinquant’anni uno dei protagonisti della vita economica, sociale e politica della Rimini del dopoguerra. Formatosi nelle fila dell’Azione Cattolica (alla scuola del beato Alberto Marvelli e di don Oreste Benzi), ha vissuto i molteplici impegni come espressione di una fede consapevole e matura. Laureato in ingegneria, rinunciò ad andare a lavorare nella Milano del nascente “miracolo economico” per occuparsi dell’officina meccanica fondata dal padre, con il desiderio, suscitato dalla dottrina sociale della Chiesa, di creare posti di lavoro per i propri concittadini. La sua creazione giovanile, una macchina per la lavorazione del legno commercializzata con il marchio L’Invincibile, fu il mattone fondamentale per l’avvio di un’industria che oggi occupa migliaia di dipendenti ed esporta il tutto il mondo. Secondo il professor Stefano Zamagni il suo è un esempio di “imprenditoria civile”.

Mi sembra significativa una riflessione svolta nel 1953 e che riporto da pagina 77 del libro:

“Perché insomma non dire ai nostri giovani diplomati, laureati, ecc. che posseggono buone qualità (e ve ne sono) che, anzichè cercarsi una comoda cuccetta in una banca o in un impiego statale o privato che sia per incrementare un sistema non cristiano, e di là guardare come a un male cronico al problema della disoccupazione giovanile, occorrerebbe cercare di perpetuare quella solidarietà realizzata nella associazione, costituendo assieme ai suoi amici disoccupati una cooperativa o un qualcosa di simile. Sarà  un sacrificio ma tutte le rivoluzioni vogliono i loro martitri.

Quanto attuali  e generalizzabili al contesto sociale  risultano queste parole. Oggi necessitano uomini che con spirito imprenditoriale siano disposti ad operare in tutti i campi sociali, economici e istituzionali per promuovere un’economia reale ed una socialità attenta ai bisogni, per riformare le istituzioni  e per sviluppare una politica che si assuma il rischio di darsi delle priorità e possa contribuire a smantellare le “comode e artificiose” bolle finanziarie, di rendita, burocratiche, virtuali ed anti economiche così presenti nella società (istituzioni, comunicazione, accademia, economia, cultura, sociale…).

Le opportunità di lavoro tenderanno ad aumentare certamente per le persone dotate di un più alto livello di istruzione, di formazione, di ‘educazione’, ma anche, per quelle disponibili al cambiamento e alla assunzione di responsabilità e di rischio, mentre, di converso, non potranno che diminuire per le persone con bassa preparazione e con scarsa disponibilità al cambiamento e all’apprendimento.”

E’ sempre più chiaro che non è possibile concepire il lavoro come “posto fisso” ma piuttosto come “percorso lavorativo e formativo”.

In questi anni si sta verificando un cambiamento profondo che porta verso l’idea di flessibilità in senso lato: si comincia cioè a riportare l’attenzione sul “lavoro” anziché sul “posto di lavoro”, si passa dall’idea di garantismo al riconoscimento del valore dell’impegno, della soddisfazione, ci si sposta in termini retributivi infine dall’idea di “reddito da lavoro dipendente” all’idea di “compenso per la prestazione effettuata”.

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