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“Da Babele a Gerusalemme. Idee per costruire una città a misura d’uomo” è stato il titolo di un incontro promosso dal Centro culturale Paolo VI di Rimini che si è svolto il giorno 24 novembre 2008.
Riporto solo alcune interessanti note e stralci della relazione di Padre Salvatore Frigerio, monaco camaldolese:
“…………..E’ possibile individuare i veri e propri effetti del cedimento alla “tentazione idolatrica”.
Il primo effetto: il racconto conosce e mette in scena solo personaggi collettivi e privi di nome proprio. Nel corso dei primi dieci capitoli della Genesi ogni attore porta un nome “proprio”, ci sono pagine genealogiche prima e dopo questo racconto. Con la folla anonima di Babele il contrasto è significativo. Qui “dopo Adamo. Eva, Abele, Caino, Enoc, Noè…spunta il noi che non è la somma di molti io personalizzati, è un “io fittizio”, la prima non-persona al plurale, folla indifferenziata, preda offerta al primo tiranno che venga (cfr. Zumthor).
Il secondo effetto: in Gn 2,19 il Creatore affida all’Adam il compito di nominare tutti i viventi, ma non si dice nulla dell’uomo stesso. Il Creatore avoca a sé il diritto di chiamare l’uomo e di chiamarlo proprio per nome (cfr. Ap 2,17).
La babelica “attività macchinale” distrae dal dramma della storia verticale-orizzontale dell’Alleanza, facendo così cedere alla tentazione idolatrica di “farsi un nome”.
Inebriato dal suo stesso potere di nominare/dominare (deformazione di governare), l’uomo decide di darsi il nome e così dominarsi. Per tentare di fare questo, a Babele ci si concentra sulla sola costruzione della Torre e si trascura ogni uomo, non si riesce a far di meglio che trasferire su di sé lo stesso tipo di nome che si dà alle cose. A Babele, infatti, si celebra l’agire, ma non c’è traccia del rispondere: ognuno fa quello che deve, autonomamente/meccanicamente, ma per far questo non trova più il tempo e l’attenzione necessari né per intendere il risuonare del proprio nome, né per rispondere alla chiamata che proviene dall’altro. Nella piana di Sennaar l’identità dell’uomo si confonde con quella del mattone. Non appena qui si comincia a nominare, ciò che risuona è sempre e solo il nome collettivo, un impersonale “uomini”……..”
Altrettanto significative risultano alcune osservazioni emerse nell’intervento dell’assessore al Piano Strategico del Comune di Rimini Maurizio Melucci che mi permetto di riportare in base agli appunti presi direttamente.
Melucci nel riprendere il titolo dell’incontro “Idee per costruire una città a misura d’uomo”, ha riproposto il significato del Piano strategico come “strumento innovativo” per la governance della città in questo momento storico nel quale è stata chiusa una fase di sviluppo della città e si constata come i tradizionali strumenti della pianificazione non siano più sufficienti.
In conclusione dell’intervento sono state proposte due importanti sottolineature:
1) Abbiamo chiesto alla politica di fare un passo indietro per un protagonismo della società civile;
2) Gli elaborati del Piano strategico dovranno prevedere azioni che incideranno sulla programmazione del Comune di Rimini.
Ulteriori dettagli sono reperibili, non appena saranno pronti gli atti, sul sito del Centro culturale http://www.paolosestorimini.org/
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Con lo stesso spirito del precedente articolo propongo alcune mie riflessioni sull’esperienza del lavoro di gruppo svoltosi, nel contesto della elaborazione del Piano strategico di Rimini, il 26 novembre scorso che aveva per tema: “La città accogliente e attrattiva destinazione turistica del benessere”.
Rimando alla documentazione dell’Associazione “Rimini Venture 2017″, reperibile sul sito http://www.riminiventure.it/ , l’informazione puntuale e articolata che descrive l’attività di elaborazione del Piano, le sintesi ufficiali prodotte e la ricchezza di contributi proposti dai partecipanti.
Nel merito del tema una delle tematiche da approfondire potrebbe proprio essere il cercare di capire cosa significa “benessere per la persona”.
Partirei dal fatto che di “ben-essere” si può fare esperienza e ciò può non essere inteso in modo relativistico o in maniera solo soggettiva. Ogni persona è unica, irripetibile e diversa ma nell’essere umano sono riconoscibili delle “evidenze originarie” che ci appartengono e che ci introducono al bello, al buono ed al vero.
Si tratta, poi, di capire ed intendersi su cosa significa qualità della vita e relazioni interpersonali.
In merito al significato di esperienze del ben-essere propongo un’interessante definizione di Pine e Gilmore: “Le esperienze sono la quarta forma di offerta economica, distinta dai servizi come i servizi lo sono dai prodotti e i prodotti lo sono dalle commodity, ma finora largamente non riconosciute come tali. Quando una persona acquista un servizio, acquista un insieme di attività intangibili fatte per contorno. Ma quando acquista una esperienza, essa paga per spendere il suo tempo nel fruire di una serie di eventi memorabili, che l’azienda organizza - come in uno spettacolo teatrale - per impegnarlo in modo diretto.” (Pine - Gilmore “Oltre il servizio. L’economia delle esperienze” , Etas, 2000)
In tema di qualità della vita si tratta di creare le condizioni per poter godere delle opportunità che la modernità ha messo a disposizione di gran parte della popolazione mondiale, mentre nei secoli passati tali opportunità erano quasi ed esclusivamente prerogative delle classi dirigenti: aristocrazia, nobiltà, clero o borghesia. Mi riferisco alle esperienze della musica, del teatro, dell’arte, della politica, della costruzione sociale, etc. Probabilmente la vera austerità da perseguire in questi tempi potrebbe proprio essere quella di liberarsi da futili passatempi e superficiali interessi per dedicarsi ad attività più costruttive ed edificanti.
Un altro aspetto da sottolineare potrebbe essere quello di cogliere il senso della concezione della persona come relazione. Ciò implica certamente il chiamare in causa gli affetti, le amicizie, le appartenenze come la famiglia e la comunità cittadina. In questo senso recupererei la dinamica dell’incontro fra le persone come possibilità di conoscenza.
Un ultimo aspetto si riferisce alla dimensione internazionale di una città. Si tratta di portare ed attrarre esperienze professionali, di socialità, di divertimento, di cultura che, benché nate ed attuate fuori, possano essere incontrate, proposte e, in qualche modo, fruite anche nella nostra città.
Sono solo note e spunti di lavoro che mi permettono di lasciare traccia, innanzitutto per me stesso, degli incontri vissuti e del lavoro in atto. Ben contento se ciò può diventare occasione di approfondimento dei rapporti fra le persone .
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Nello spirito di questo strumento di comunicazione ritengo utile condividere la mia esperienza del lavoro di gruppo svoltosi, nel contesto della elaborazione del Piano strategico di Rimini, il 25 novembre 2008 e che aveva per tema. “La città accogliente e attrattiva che soddisfa i bisogni dei cittadini.”
Rimando alla documentazione dell’Associazione “Rimini Venture 2017″, reperibile sul sito http://www.riminiventure.it/ , l’informazione puntuale e articolata che descrive l’attività di elaborazione del Piano, le sintesi ufficiali prodotte e la ricchezza di contributi proposti dai partecipanti.
Nelle note e appunti di seguito proposti, pertanto, vorrei solo esprimere le suggestioni e le riflessioni suggerite dalla mia partecipazione all’attività del gruppo di lavoro, con l’auspicio che possano contribuire a dare ulteriore visibilità a questo interessante tentativo di governance territoriale.
Mi soffermerei su un punto, tratto dai documenti elaborati, così espresso: “Mettere le persone al centro dello sviluppo locale, favorendo le relazioni interpersonali e con/tra le istituzioni (una nuova governance dello sviluppo.”
Partirei dal titolo: una città che soddisfa i bisogni. Cosa vuol dire soddisfare? Potremmo dire che si fa esperienza di soddisfazione ogni volta che riscontriamo una corrispondenza fra i nostri desideri, parola emersa parallelamente al tema dei bisogni umani, e la realtà. I bisogni, in tutte le accezioni, caratterizzano la condizione umana. I bisogni sono infiniti, non c’è fine alla domanda di compimento dell’esistenza. Ma, soprattutto, non sono di per sè un’obiezione alla crescita dell’individuo ma possono essere la possibilità di andare oltre, la provocazione a mettere in moto una dinamica costruttiva della persona. Potremmo riconoscere nel tentativo di perseguire la soddisfazione dei nostri desideri la dinamica di sviluppo globale della persona .
Un’altro spunto interessante per un possibile ed ulteriore lavoro di approfondimento potrebbe essere il porre a tema l’idea di “Persona” e di “Centralità della persona” come valore. Non darei per niente scontato la comunanza di significato che si attribuisce al temine. Con leggerezza e confusione si parla di persona, di individuo, di uomo, di cittadino. Non mi addentro sulla questione, ma ritengo che possa essere un bel tema da approfondire anche attraverso attività formative ed educative rivolte a giovani ed adulti.
La modalità attraverso la quale la moderna organizzazione sociale si è attrezzata per tentare delle risposte ai bisogni delle persone è rappresentata dai servizi pubblici (gestiti dalla Stato o direttamente dalla società civile). L’idea di servizio, che implica un soggetto che eroga il servizio ed uno che ne beneficia, ci riporta all’urgente necessità di sostenere, anche mediante la formazione e l’educazione, coloro che sono preposti alla erogazione dei servizi stessi.
Oltre ad un lavoro di formazione degli operatori occorrerebbe ripensare e sostenere complessivamente una rete di servizi territoriali, indipendentemente dai soggetti, statali o privati, che li gestiscono. In questa direzione risulta molto significativo l’indirizzo proposto dal documento del Comitato scientifico dove recita: “Si passa dunque da un rapporto tra istituzioni e cittadini di tipo bipolare e unidirezionale, in cui i cittadini perseguono solo interessi particolari e la Pubblica amministrazione deve curare l’interesse generale, ad uno di tipo multipolare e circolare, in cui lo stesso principio della sussidiarietà costituisce la base teorica del modello di amministrazione condivisa.”
Ritengo strategica, pertanto, ogni azione che persegua l’obiettivo di sviluppo della persona intesa nella sua globalità (coscienza di sè, studio, lavoro, salute, politica, bisogni, desideri) e nelle sue relazioni (famiglia, amicizie, relazioni professionali e sociali) anche al di là delle buone intenzioni di intenderla come capitale umano (ricchezza della società) e come risorsa (finalizzata alla produzione di beni e servizi).
Per far questo potrebbe essere interessante creare le condizioni allo scopo di poter concepire e strutturare una rete di servizi, in particolare quelli riferiti all’attività educativa e formativa, che possano attrarre nella città delle eccellenze e proporre esperienze significative di studio (conoscenza), di lavoro (contribuire alla sviluppo socio-economico) e di socialità (bene comune, comunità territoriale).
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Mercoledì 19 novembre si è svolto a Rimini un seminario per l’avvio dell’attività dei Gruppi di Lavoro che porterà entro febbraio 2009 alla elaborazione del Piano Strategico.
Nell’ottica di un ripensamento del rapporto fra lo Stato e la società civile e di una nuova idea di governance mi sembrano interessanti alcuni spunti di indirizzo proposti nel documento elaborato dal Comitato scientifico composto da autorevoli protagonisti del mondo accademico e professionale: Arch. Prof.ssa Felicia Bottino (coordinatrice), Prof. Giuseppe De Rita, Prof.ssa Marcella Gola, Prof. Stefano Zamagni.
Nel riportare lo stralcio del documento mi permetto solo di evidenziare alcuni passaggi:
“Il processo di globalizzazione costringe a “confrontarci” con il resto del mondo e ad assumere per le realtà locali visioni strategiche che sappiano sviluppare al meglio le potenzialità e la creatività delle risorse locali e far fruttare appieno il patrimonio culturale, sociale ed economico che costituisce la complessa identità del territorio riminese.
La scelta del Piano Strategico risponde quindi soprattutto alla necessità di assumere, per uno sviluppo certo e di lunga durata, uno strumento di governance capace di superare i limiti riscontrati nella più diffusa pratica di governo territoriale basata sulla pianificazione ordinaria (dai lunghi tempi di elaborazione) e sulla progettualità quotidiana che, affrontata quasi sempre caso per caso, sfugge alla verifica di un quadro di coerenza e di efficacia.
Se infatti, da un lato, occorre ammettere che la strumentazione urbanistica, anche laddove applicata con rigore, non ha garantito né il controllo del consumo di territorio né quello della rendita immobiliare, senza peraltro produrre gli attesi effetti di qualità urbana e di vivibilità ambientale, dall’altro è ormai comprovato che la stessa strumentazione non è sufficiente a guidare i processi di sviluppo socio-economico imposti oggi dalle trasformazioni in atto.
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Se questi sono i presupposti, non regge più l’impostazione istituzionale dirigistica basata su un rapporto bipolare Comune-Cittadini che deve essere sostituita da un sistema di governo in cui ente locale e società devono interagire secondo predefinite regole per disegnare il futuro della città e per dare ad esso concreta attuazione. La governance con cui si esprime questo nuovo metodo di governo non è dunque compatibile con una concezione dirigistica dell’amministrare e postula invece la versione orizzontale del principio di sussidiarietà.
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Si passa dunque da un rapporto tra istituzioni e cittadini di tipo bipolare e unidirezionale, in cui i cittadini perseguono solo interessi particolari e la Pubblica amministrazione deve curare l’interesse generale, ad uno di tipo multipolare e circolare, in cui lo stesso principio della sussidiarietà costituisce la base teorica del modello di amministrazione condivisa. Ciò consente, attuando un reale e contestuale processo di concertazione e di partecipazione, di rendere tutti i soggetti-attori della città protagonisti delle scelte del futuro, elevando allo stesso tempo il grado di responsabilità individuale e collettiva sulle scelte che si compiono e sui loro effetti.
La scelta del Piano strategico risponde pienamente a questo nuovo concetto di governance con la duplice consapevolezza che non esiste un modello unico importabile da altre realtà ma che ogni territorio necessita di una elaborazione propria, rispondente alle sue specifiche caratteristiche e che il Piano non si configura come un prodotto definito una tantum bensì come un processo basato sulla interazione tra progettazione e gestione, capace di monitorare e verificare nel tempo l’efficacia delle scelte e integrare le necessarie modificazioni derivanti dalle innovazioni dei processi e delle trasformazioni.”
Rimando per ulteriori approfondimenti direttamente al sito curato dall’Associazione “Rimini Venture 2017″, presieduta da Maurizio Ermeti coordinatore delle fasi di elaborazione del Piano. http://www.riminiventure.it/
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Noi, persone che lavorano nella P.A., vorremmo essere, in qualche modo, imprenditori di noi stessi: questa mi pare essere una posizione degna di un uomo seriamente impegnato con la vita.
Ma cosa significa essere imprenditori? Vi propongo una definizione:“Imprenditore è colui che intravede una opportunità là dove tutti vedono solo dei problemi” E’ una modalità di stare di fronte ai problemi. Questa è una sfida interessante, quanto ineludibile per ognuno.
Si tratta di rifondare in qualche modo l’identità di chi lavora nella pubblica amministrazione; si tratta, cioè, di porre a tema noi stessi, la nostra identità in quanto lavoratori della P.A. C’è un patrimonio umano e professionale da valorizzare.
Al di là delle riflessioni mi sembra utile e formativo rimandare ad esperienze di lavoro e di imprenditorialità che ci possano sostenere in questo percorso umano e professionale.
Sabato 15 novembre 2008 è stato presentato a Rimini il libro scritto da Valerio Lessi dedicato alla figura di un imprenditore e politico riminese, Giuseppe Gemmani, che ha lasciato il segno nella città.
Il libro si intitola Giuseppe Gemmani- Una fede invincibile, una creatività operosa ed è edito dalla San Paolo.
http://www.valeriolessi.it/2008/09/sussidiarieta-gemmani/
Giuseppe Gemmani (1925-2006) è stato per oltre cinquant’anni uno dei protagonisti della vita economica, sociale e politica della Rimini del dopoguerra. Formatosi nelle fila dell’Azione Cattolica (alla scuola del beato Alberto Marvelli e di don Oreste Benzi), ha vissuto i molteplici impegni come espressione di una fede consapevole e matura. Laureato in ingegneria, rinunciò ad andare a lavorare nella Milano del nascente “miracolo economico” per occuparsi dell’officina meccanica fondata dal padre, con il desiderio, suscitato dalla dottrina sociale della Chiesa, di creare posti di lavoro per i propri concittadini. La sua creazione giovanile, una macchina per la lavorazione del legno commercializzata con il marchio L’Invincibile, fu il mattone fondamentale per l’avvio di un’industria che oggi occupa migliaia di dipendenti ed esporta il tutto il mondo. Secondo il professor Stefano Zamagni il suo è un esempio di “imprenditoria civile”.
Mi sembra significativa una riflessione svolta nel 1953 e che riporto da pagina 77 del libro:
“Perché insomma non dire ai nostri giovani diplomati, laureati, ecc. che posseggono buone qualità (e ve ne sono) che, anzichè cercarsi una comoda cuccetta in una banca o in un impiego statale o privato che sia per incrementare un sistema non cristiano, e di là guardare come a un male cronico al problema della disoccupazione giovanile, occorrerebbe cercare di perpetuare quella solidarietà realizzata nella associazione, costituendo assieme ai suoi amici disoccupati una cooperativa o un qualcosa di simile. Sarà un sacrificio ma tutte le rivoluzioni vogliono i loro martitri.”
Quanto attuali e generalizzabili al contesto sociale risultano queste parole. Oggi necessitano uomini che con spirito imprenditoriale siano disposti ad operare in tutti i campi sociali, economici e istituzionali per promuovere un’economia reale ed una socialità attenta ai bisogni, per riformare le istituzioni e per sviluppare una politica che si assuma il rischio di darsi delle priorità e possa contribuire a smantellare le “comode e artificiose” bolle finanziarie, di rendita, burocratiche, virtuali ed anti economiche così presenti nella società (istituzioni, comunicazione, accademia, economia, cultura, sociale…).
Le opportunità di lavoro tenderanno ad aumentare certamente per le persone dotate di un più alto livello di istruzione, di formazione, di ‘educazione’, ma anche, per quelle disponibili al cambiamento e alla assunzione di responsabilità e di rischio, mentre, di converso, non potranno che diminuire per le persone con bassa preparazione e con scarsa disponibilità al cambiamento e all’apprendimento.”
E’ sempre più chiaro che non è possibile concepire il lavoro come “posto fisso” ma piuttosto come “percorso lavorativo e formativo”.
In questi anni si sta verificando un cambiamento profondo che porta verso l’idea di flessibilità in senso lato: si comincia cioè a riportare l’attenzione sul “lavoro” anziché sul “posto di lavoro”, si passa dall’idea di garantismo al riconoscimento del valore dell’impegno, della soddisfazione, ci si sposta in termini retributivi infine dall’idea di “reddito da lavoro dipendente” all’idea di “compenso per la prestazione effettuata”.
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Il rientro al lavoro presso l’Amministrazione comunale di Rimini mi ha permesso di coinvolgermi nell’avventura dell’elaborazione di uno strumento di programmazione dello sviluppo locale: il Piano strategico.
Rimando per ulteriori approfondimenti direttamente al sito predisposto dall’Associazione “Rimini Venture 2017″, presieduta da Maurizio Ermeti, che coordina e gestisce le fasi di elaborazione del Piano.
I prossimi mesi saranno densi di attività: gruppi di lavoro, coordinamenti, Forum. Per febbraio 2009 è previsto il primo documento di Piano.
Mi propongo, anche attraverso questo strumento, di comunicare lo sviluppo di questa esperienza inerente i rapporti fra le istituzioni ed i suoi stakeholders.
“Il piano strategico è un articolato processo di programmazione dello sviluppo locale, proiettato sul medio-lungo periodo e basato sulla partecipazione attiva, sulla discussione e sull’ascolto.
Il Piano strategico definisce una visione condivisa del futuro della città e dell’area, le direzioni dello sviluppo e i progetti per attuarle. La programmazione strategica nasce in Europa sul finire degli anni ‘90 come tentativo di dare un’innovativa risposta alla crisi degli strumenti tradizionale di pianificazione, agendo su una pluralità di risorse, materiali e immateriali, e non solo sull’utilizzo dei suoli. Nella programmazione strategica, infatti, assumono una particolare importanza il capitale umano, la coesione sociale, la solidarietà, l’identità, l’atteggiamento della comunità locale, il sentimento di fiducia nel futuro della città e nei rapporti interpersonali e nelle relazioni tra cittadini e istituzioni
Per questi motivi il PS rappresenta una delle più rilevanti innovazioni della governance urbana e territoriale emerse nel corso degli ultimi vent’anni. Questo strumento di programmazione tende a dar forza ad un percorso di programmazione incardinato su un “patto e un forte coordinamento nell’assunzione di responsabilità” fra amministratori, attori economici, sociali e culturali, cittadini e altri partner per realizzare la visione attraverso l’individuazione di assi strategici di sviluppo ciascuno dei quali articolato in progetti.
In quest’ottica il Piano Strategico può facilitare il superamento dei particolarismi e favorire la coesione della comunità locale su valori d’interesse generale.”
Tratto da “Rimini Venture 2017″ http://www.riminiventure.it/